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domenica, gennaio 06, 2008

Milton Model

Milton Model
Milton Erickson è certamente una figura curiosa e fondamentale della nuova ipnosi
contemporanea, tanto che è stato necessario coniare l'aggettivo ericksoniana per
cercare di descrivere in qualche modo la tipologia e la modalità del suo intervento
in questo ambito molto controverso e popolato da una variegata schiera di
personaggi e tecniche al quanto eterogenee tra di loro.
C'è da dire subito però che non ha lasciato un vero e proprio modello, una
metodologia ben precisa del rapporto terapeutico ipnotico, anche se altri che lo
hanno seguito e gli sono stati a fianco nel suo lavoro hanno tentato più o meno
brillantemente di decifrare le sue abilità empatiche, capacità che gli consentivano
di trovare una sincronia con il paziente tale da permettergli di riconoscere in
maniera pressoché immediata i canali e gli schemi di comunicazione verbale e
paraverbale dell'individuo che aveva di fronte.
Nasce nel 1901 e già nell'infanzia presenta dei problemi di daltonismo e di
dislessia che nel tempo si aggravano. Ma è all'età di 17 anni che si verifica un
evento decisivo in quanto avrà il primo attacco di poliomielite che lo paralizzerà
completamente a letto e lo costringerà a ricominciare veramente da zero, sia sul
piano motorio che linguistico. A 51 anni ebbe poi una seconda crisi di polio che,
progressivamente, lo porterà a vivere per il resto della sua vita in carrozzina, con
una ingravescenza motoria sempre più invalidante: fu questo un periodo
caratterizzato da un costante e pesante dolore fisico che contrasterà sempre e solo
con l'autoipnosi.
Di tutti i suoi handicap egli fece dei veri e propri punti di forza che gli
permetteranno di superare non solo il momento contingente, ma di raggiungere
delle conoscenze e delle abilità in ambito relazionale e terapeutico che hanno fatto
di lui il personaggio che il mondo conosce, ossia quella grande figura di riferimento
per l'ipnosi moderna e la terapia breve in genere.
Come lui riusciva a trovare su di sé delle capacità insospettabili nelle situazioni più
difficili che la vita gli serbava, così portava ogni suo paziente a riscoprire delle
abilità e delle risorse che il paziente non immaginava nemmeno, facendogli
riacquistare la fiducia e la perduta stima in se stessi.
La sua famiglia era una famiglia di pionieri, quelli cioè che sono andati alla
conquista del lontano west e proprio per questo hanno vissuto in prima persona
una forma di selezione naturale sotto ogni dimensione e profilo dell'esistenza. Da
questo apprendistato della vita egli ebbe una grandissima lezione che lo porterà
sin da subito a sviluppare quell'intuizione che sarà una caratteristica che lo
contraddistinguerà nel suo approccio terapeutico: ossia quella di utilizzare le cose
che sono disponibili in quel momento, qualsiasi esse siano e di qualunque valore
o giudizio possano essere portatrici.
Ecco perché quando una persona lo consultava egli prendeva come elementi
indispensabili tutto ciò che il soggetto portava con sé e metteva a disposizione nel
rapporto terapeutico, fattori che a un qualunque altro terapeuta non sarebbero
certo sembrati delle qualità o delle caratteristiche fruibili per il percorso di
cambiamento.
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Questa sua dote gli permetteva di essere essenziale nel rapporto terapeutico, nel
pieno rispetto e nella curiosità degli individui che aveva di fronte, per arrivare
sempre e comunque a tirar fuori il meglio delle persone, perché non si perdeva in
una ricerca di ipotetiche quanto confuse particolarità nascoste e indefinite della
personalità del paziente, ma si concentrava nelle cose presenti ed evidenti e
proprio per questo quelle più semplici ma decisamente efficaci ai fini del
cambiamento.
Erickson ha sempre cercato la responsabilità del cambiamento nelle persone che
trattava: partiva dall'assunto che se io terapeuta mi impegno per te, paziente,
questo deve assolutamente ricambiare tale interesse con altrettanto impegno,
credendo nella figura che lo sta aiutando ma, anche e soprattutto, deve credere in
se stesso come persona con delle qualità: il suo imperativo quindi era un contratto
terapeutico basato sul reciproco e fiducioso impegno.
Le persone non sanno come si legge. Non sanno come si ascolta. Tendono a sentire ciò
che vogliono sentire, a pensare ciò che voglio pensare, a capire ciò che vogliono capire.
Tendono a far rientrare in ciò che ascoltano e leggono nello schema di riferimento della
loro esperienza, e questo non è certamente il modo di fare psicoterapia. Occorre
ascoltare il paziente. Occorre capire il paziente.
Zeig 1990
Questa è una frase che Zeig riporta da uno dei tanti colloqui che ha avuto con
Erickson, e sottolinea brillantemente la vera ed essenziale filosofia di questo
mentore. Qui sono riassunte le due grandi capacità di Erickson: quella di ascoltare
e di capire in assenza di giudizio la persona con cui si sta parlando. Solo
praticando l'arte dell'ascolto totale e apregiudiziale permette di individuare quali
sono gli elementi che identificano il carattere e la personalità di un soggetto, e solo
percorrendo questa via si rende concreto la finalità del rapporto terapeutico: quello
di comprendere e capire l'agire del paziente immerso nel proprio mondo.
Questa ammirevole e strabiliante prerogativa dell'agire ericksoniano deriva
dall'abilità, direi quasi buddista, di scollegare la propria sovrastruttura interpretativa
nel mentre si ascolta l'altro. Non è un semplice ascolto, ma è un sentire sempre
attivo perché il proprio giudizio viene sistematicamente accantonato, il fluire del
proprio pensiero sull'ascoltato viene volontariamente sospeso per far risaltare,
invece, in maniera cristallina e pura quello che l'interlocutore sta dicendo con le
parole e il corpo. Non c'è interpretazione ma semplice e pura lettura della storia e
del racconto di quello che il paziente sta esponendo.
è questa una pratica che a prima vista sembra passiva, cioè il semplice e banale
ascolto di una storia, invece, nella sua essenza è un'arte difficilissima da esercitare
perché è strettamente in relazione con la nostra spontanea e inarrestabile attività
riflessiva e di pensiero su tutto quello che entra in contatto con la nostra persona.
Ogni atto cognitivo che noi facciamo innesca un pensiero e quindi ogni ascolto,
dalla semplice frase sino alla complessa storia raccontata dal paziente, attiva
l'azione riflessiva spontanea e naturale, il flusso di pensiero che vaglia, analizza e
giudica tutto quello che si ascolta. Ma la strategia più efficace per comprendere
veramente a fondo la cosa, l'evento, il discorso, la storia e la persona che si
incontra è quella che accantona tutta la massa pregiudiziale, ogni sovrastruttura
culturale, religiosa, scientifica ed empirica di cui siamo portatori per lasciare spazio
alle parole e alle azioni del nostro interlocutore.
Si capisce da questa iniziale descrizione che l'indole di Erickson è quella del
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filosofo piuttosto che del politico. Assume un atteggiamento relativista nei confronti
della realtà e della verità, perché non ha verità da offrire o da imporre come
tendenzialmente, invece, fa il politico che è convinto di essere portatore di una
certezza rispetto ad una certa cosa o situazione. Partendo da tutto quello che è
disponibile nel set della vita presente del paziente, con quello che sono le
caratteristiche e le abilità che la persona possiede, il terapeuta non può certo
costruire un rapporto d'aiuto fondato su una verità assoluta o dispensata da chissà
quale fonte autorevole.
Il relativismo è una modalità conoscitiva essenziale per fare psicoterapia ed è un
imperativo filosofico per porsi nella condizione di poter capire il paziente senza
interpretarlo secondo una dottrina specifica, una teoria preconfezionata applicabile
in maniera universale ad ogni individuo. Rispettare l'individuo significa capire la
sua specificità, la sua unicità. Comprendere questa unicità significa far diventare la
verità del paziente un punto di forza per il cambiamento, indipendentemente che
quella verità sia ai nostri occhi, quelli del terapeuta, una banalità, una sciocchezza
o una mostruosità.
Se i pazienti sono abbastanza intelligenti di dire cose ad un livello e intenderne molte
altre, anche gli psicoterapeuti possono essere altrettanto intelligenti da dire una cosa e
intenderne simultaneamente molte altre con un diretto valore terapeutico.
Zeig 1983
Qui Zeig mette in risalto un altro aspetto della strategia terapeutica di Milton
Erickson, quella cioè che sfrutta il potere confusivo della metafora nell'azione
comunicativa terapeutica: è l'uso del linguaggio indiretto per comunicare
all'inconscio del soggetto. Spostando l'attenzione dal paziente ad altri soggetti o
eventi circostanziali attraverso l'utilizzo linguistico della metafora si possono dire
delle cose senza riferirsi direttamente all'interlocutore, così che la componente
critica del soggetto non viene immediatamente attivata. Ma il messaggio
sotterraneo veicolato dalla metafora può, invece, essere colto a livello liminale o
subliminale tanto che la componente inconscia del paziente si permette di
elaborare in maniera spontanea quello che veramente il terapeuta intendeva
comunicare alla persona.
è un'altra invenzione di Erickson, quindi, quella di parlare alla persona non in
maniera diretta ma piuttosto cercando di comunicare all'inconscio attraverso un
linguaggio indiretto per evitare la componente critica dell'individuo e veicolare un
messaggio che possa arrivare chiaro e limpido senza interpretazioni e soprattutto
scevro di qualsiasi filtro logico razionale che ne svilirebbe il significato profondo o
l'intenzione terapeutica riposta dal terapeuta.
Considerando l'esistenza e tutto il percorso di sofferenza psico-fisica che ha
caratterizzato la vita di Erickson sin dal suo esordio, è facile intuire come tutta una
serie di abilità e quella forma di raffinata e peculiare sensibilità sia una
conseguenza di questa stessa esperienza. L'aver vissuto in prima persona certi
eventi e situazioni pone una persona in una dimensione empatica più immediata e
spontanea e facilita quella forma di sensibilità - che così emblematicamente
contraddistingueva Erickson - che permette di intuire e capire l'essenza della
personalità del paziente. è con ogni probabilità una forma di sospensione di
giudizio a priori: ascolti l'altro e ti identifichi pre-logicamente e pre-linguisticamente
con l'esperienza raccontata perché l'hai vissuta in prima persona e quindi ne
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conosci i confini e i caratteri.
Quindi, con una metodologia che dirige la tecnica si può fare molto sotto il profilo
professionale per i nostri paziente, ma è possibile fare di più se la vita ci ha
costretto, come uomini, a percorrere determinate situazioni che ci hanno fatto
"assaporare" certe emozioni e sensazioni che non sarebbero state possibile vivere
se non in prima persona. L'esercizio costruttivo, anche se involontario e non voluto
del dolore affina l'empatia e la sensibilità verso gli altri.
Erickson riteneva che i pazienti non potessero guarire per sempre, piuttosto riteneva
che avrebbero potuto superare un problema immediato in un breve periodo.
D'altra parte, la terapia non cura tutte le difficoltà passate, presenti e future e non è
consapevolezza e crescita. La crescita non dipende dalla terapia: ne è indipendente.
Zeig 1983
La visione della terapia e della vita secondo Erickson sono ben espresse in questa
frase riportata sempre da Zeig. Il fatto evidente, ma non considerato a sufficienza in
ambito medico, è quella di vedere che la vita è movimento, che la vita è in
movimento e che non è possibile, dunque, fare una fotografia di un preciso
momento esistenziale di un individuo e mantenere poi tale situazione cristallizzata
nel tempo: e tutto questo porta all'affermazione ericksoniana che la crescita della
persona è completamente svincolata dall'atto terapeutico svolto in una qualsiasi
relazione di aiuto.
Primo perché l'azione terapeutica è inserita in un contesto temporale definito e
discreto che non si articola dinamicamente con il passato e non ha nessuna
proiezione e influenza nel futuro esistenziale della persona: la sua perturbazione è
limitata alla relazione che il soggetto intrattiene con la vita in quel preciso momento
storico, in quel dato presente; non è un vaccino che immunizza dalle sfighe e dalle
tensioni con il mondo.
Secondo perché la crescita e lo sviluppo di un individuo non possono essere
previste, tanto meno non saranno prevedibili il tipo di esperienze che farà nel
relazionarsi con il mondo. La relazione con il mondo implica adattamento e se le
strategie a disposizione della persona non permettono una dimensione adattativa
armonica il soggetto svilupperà una strategia collaterale e biologicamente
determinata che gli consentirà di superare quel momento di frizione con l'ambiente
in cui è immerso: così facendo però andrà incontro a quella che da osservatori
esterni viene descritta come una malattia.
Intervenire sull'esperienza genesi della malattia e ripristinare una relazione
armonica e di apprendimento con il mondo non vaccina il soggetto rispetto a quella
frizione relazionale che può ripresentarsi in qualsiasi momento nella vita futura. La
crescita è un percorso dinamico e costantemente mutevole che non ha contorni
definiti e definibili da nessuna teoria e terapia: è il principio d'indeterminazione
della vita.
Le direttive e le suggestioni, il modo e il tono della voce con cui si impartiscono, sono
del tutto privi d'importanza. La cosa veramente importante è la motivazione al
cambiamento. Quindi non fare niente è alcune volte la più importante cosa da fare.
Zeig 1990
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Abbiamo già detto in precedenza che Erickson pretendeva una fiducia e un
reciproco impegno nel rapporto terapeutico e questo atteggiamento è strettamente
collegato con la motivazione: la persona deve trovare una spinta forte e potente
per cambiare di stato, per passare cioè dallo stato attuale a quello desiderato.
Se manca tale presupposto, secondo Milton, l'unica cosa da fare è non intervenire
in nessun modo, oppure intervenire affinché il soggetto cambi punto prospettico
rispetto alle sue reali intenzioni nei confronti del cambiamento. Perché si possa
raggiungere l'obiettivo terapeutico, di qualunque natura e impegno possa essere,
una condizione necessaria è la motivazione del paziente ad intraprendere quel
tipo di percorso per modificare alcuni aspetti della sua esistenza. Se non esiste
questa ferma posizione del paziente da cui partire con una qualsivoglia strategia,
nessuna terapia può portare delle modificazioni alla relazione disarmonica tra
soggetto e mondo.
Si possono allora riassumere in questi punti gli aspetti più interessanti della figura
del terapeuta ericksoniano:
• La sicurezza in se stessi
• La capacità di gestire il potere
• La creatività
• La curiosità
• La fiducia nelle persone e nel loro inconscio
• La dedizione nel sapersi prendere cura degli altri
• Il coraggio di andare oltre l'ovvio
• La capacità di sospendere ogni giudizio
• La fiducia nel poter trovare sempre una forma di intelligenza
• Il saper ascoltare ed il saper comunicare a più livelli
• Avere comportamenti non verbali e implicazioni, attraverso contenuti verbali
• L'essere attenti al cambiamento e non alla teoria che lo avvalla
• Il saper cogliere le differenze, personali ed interpersonali, piuttosto che
rimanere intrappolati in teorie della personalità
• Identificare la risorsa del paziente
• Conoscere i valori della persona (ciò che piace e ciò che non piace alla
persona stessa)
• Sviluppare le risorse, utilizzando al meglio i valori della persona stessa
• Collegare la risorsa sviluppata al problema, sia direttamente, sia
indirettamente
• Muoversi a piccoli passi, conquistandosi la fiducia, motivando e guidando,
facendo fare azioni terapeutiche nel rispetto dei valori e delle convinzioni del
cliente
• Seminare le idee, prima di presentarle
• La regolazione del tempo è cruciale, saper prendere il ritmo delle persona
per poterla scuotere e rimodellare
• Terapeuta e paziente devono avere un atteggiamento ottimista rispetto alla
riuscita della terapia.
Scopo della sua ipnosi era quello di accedere al potenziale inconscio e alla capacità
naturale di apprendere del cliente depotenziando al contempo i suoi schemi limitanti
Erickson, Rossi 1982
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Come per Jung, anche per Erickson l'inconscio non è un semplice contenitore
delle pulsioni e delle frustrazioni dell'individuo, ma viene considerato come un
serbatoio potente di risorse per la persona stessa. Nella dinamica dialettica del
colloquio il terapeuta deve saper elogiare l'intelligenza di chi gli sta di fronte,
perché è un modo metaforico di riconoscere all'inconscio dell'interlocutore che
esistono delle cose e delle abilità che magari non sono perfettamente conosciute e
consapevoli, ma che sono sempre disponibili come strumenti efficaci per fare e
cambiare di stato.
La vera realtà inizia dove finisce la conoscenza, la vera realtà sta in quella
dimensione di possibilità e potenzialità che si sviluppa dove termina la
conoscenza. Il proprio bagaglio conoscitivo concede certamente modelli e schemi
che tutelano nei confronti della relazione col mondo, ma stereotipizza il
comportamento, lo rende manierato e prevedibile nel suo agire.
Quando si sospende il giudizio obbligando la conoscenza che obbliga, lì, in quella
terra di confine, si abbandona il conosciuto e si entra nel mondo dell'inconscio
dove il potenziale si definisce e si struttura appieno. Più il terapeuta concede, fa
scoprire e utilizzare autonomamente gli strumenti necessari al paziente per
liberarsi dai propri problemi e pensieri, più si dà spazio all'intelligenza - o al
potenziale dell'inconscio che è la stessa cosa - di potersi manifestare.
Le persone spesso sono intrappolate nei loro pensieri e quando sono invischiate
in questo loop ricorsivo di una monoidea tematica dettata dalla conoscenza che
obbliga, l'unico risultato è la paralisi in un comportamento stereotipato o fobico che
non lascia spazio al nuovo, a una libertà di azione per altre azioni e comportamenti
diversi.
Un atteggiamento del terapeuta che miri a stimolare l'intelligenza e l'inconscio ad
agire creativamente - perché preventivamente svincolati e liberati dalla zavorra del
noto empirico e culturale - concede nuovi approcci e strategie d'azione alternative
alla persona. Liberarsi dal flusso riflessivo ricorsivo significa smettere la pratica
esperienziale dell'ovvio e dello scontato per porsi, invece, in una dimensione,
intelligente e creativa appunto, che porta al cambiamento di stato.
La fama di Milton Erickson come ipnoterapeuta negli anni settanta era tale che uno
scienziato del calibro di Gregory Bateson mandò due suoi stretti collaboratori, J
Haley e R. Weakleand, per studiare la strategia comunicativa di questo stravagante
personaggio. Bateson, che fu uno dei padri fondatori della prima e seconda
cibernetica, in quel periodo conduceva delle ricerche sui paradossi dell'astrazione
nella comunicazione e in Erickson trovò un artista della metafora e delle
costruzioni linguistiche paradossali. Haley fu così colpito e affascinato dall'abilità
linguistica in ambito psicoterapeutico che scrisse un libro su Erickson - Terapie non
comuni - che consacrò definitivamente lo psichiatra di Phoenix come il primo e
vero maestro fondatore della terapia strategica breve.
Nella prassi metodologica ericksoniana si trova in nuce e perfettamente attivo - e
probabilmente in maniera spontanea e scientificamente inconsapevole - il secondo
principio della cibernetica, il quale afferma che non si può descrivere sé stessi,
cosa si fa e cosa si pensa prescindendo da come si è, perché ogni sistema
biologico è strutturalmente determinato perché dipende dalla propria struttura.
Detto in altri termini: se una persona si comporta e agisce in un certo modo e
descrive il suo comportamento con una sintassi di un certo tipo è perché la sua
struttura biologica in quel momento non gli consente di fare dell'altro, non ha la
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possibilità di vedere e praticare altre soluzioni.
Nel rapporto terapeutico il paziente porta quel che ha, mentre il terapista utilizza
tutto quel che c'è.
L'uso della parola e della metafora, la pratica artistica della costruzione verbale
ambigua e confusiva, invece, sembrano una strategia per superare in maniera
anticipatoria rispetto alle conoscenze scientifiche l'impasse del terzo principio della
cibernetica: ossia che il problema della conoscenza sta nell'uso del linguaggio
come elemento di ricerca della verità.
Certamente la modalità con la quale Erickson scardina la barriera della
comunicabilità è paradossale, proprio perché usa il linguaggio stesso, e lo utilizza
con una forma di per se ineffabile - attraverso la metafora appunto - cioè con una
struttura linguistica per definizione ambigua e pluri significante.
Erickson è stata un figura in campo psicoterapeutico che ha portato una ventata
innovativa su più fronti: quello maggiormente evidente interessa il dominio
dell'ipnosi e dell'inconscio. Per Milton l'ipnosi è uno stato di coscienza alternativo
che permette di accedere ad una porzione del nostro io che generalmente non
prendiamo in considerazione, o solo marginalmente e occasionalmente: ossia
l'inconscio. Quest'ultimo, poi, non è psicoanaliticamente un ricettacolo di malanni e
pulsioni represse, ma piuttosto un serbatoio di risorse a cui la persona
volontariamente può accedere. La via di accesso a queste risorse inconsce è
proprio la trance.
Ma anche l'atteggiamento rispetto al paziente viene completamente rivoluzionato:
tanto nel ruolo istituzionale fino ad allora assunto da tutti i psicoterapeuti, quanto
nella forma estetica dell'approccio con il paziente. La persona che consultava
Erickson non si trovava di fronte un cattedratico investito del ruolo di medico o
psicoterapeuta posto al di là della scrivania, in camice bianco e ad una debita
distanza dal soggetto.
Al contrario: in abiti civili, si sedeva davanti al paziente e prendeva contatto, anche
fisicamente, mediante dei toccamenti e sfioramenti delle mani sul corpo del
soggetto. Il rapporto per essere pienamente empatico doveva includere ogni forma
di comunicazione interpersonale, quindi non solo quella verbale - dove lui era un
vero artista - ma anche a livello somatico. è stato un attento osservatore di tutto il
linguaggio non verbale tanto che la semeiotica ericksoniana è basata sulla
minuziosa micro osservazione dei modelli attuali di comportamento del paziente:
dal suo modo di vestire, gli oggetti che indossa, ai movimenti delle mani e braccia
e del volto quando accompagna il parlato e quando rimane zitto, et.
Questo suo atteggiamento estremamente empatico e di acuto e raffinato
osservatore delle persone gli consentiva di affermare quanto segue:
Comprendere il cliente significa coglierne le reali motivazioni ed ascoltare anche quello
che non sta dicendo, quando invece dovrebbe farlo. Dunque il non dire e il non fare
come segni da decifrare e utilizzare in chiave terapeutica. Io non credo a tutto quello
che mi dice un paziente!
Zeig 1990
Lui utilizzava veramente tutto quello che era disponibile e che veniva offerto dal
paziente, anche la menzogna e il non detto: perchè in terapia non è importante la
verità, ma ottenere il cambiamento di stato della persona. Per ottenere questo
risultato è possibile prendere in considerazione ogni aspetto del paziente, anche le
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sue menzogne, costruendo addirittura nuove menzogne se questo può servire da
leva per smuovere l'inerzia comportamentale dell'individuo.
Per quanto riguarda la capacità del terapeuta di saper indurre in trance il paziente
o di poter essere efficace ai fini della malattia o del disagio presentato dal soggetto,
quello che conta non sono le tecniche o la perizia professionale, ma è
l'intenzionalità del terapeuta stesso. Se il professionista è convinto di essere un
bravo ipnotista, al di là della tecnica e del metodo usato, riuscirà ad avere un
risultato con il paziente proprio perchè è convinto, intenzionalmente certo che il
suo agire sarà efficace(1).
Come Monod ha detto ogni evento (per lui si trattava nello specifico di sistemi
viventi) è una combinazione imprevedibile di caso e necessità. Quando noi
operiamo intenzionalmente, cioè siamo veramente convinti in quello che stiamo
facendo, siamo perfettamente consapevoli che il nostro atto ha un preciso
significato e una determinata efficacia sull'oggetto del nostro agire, è come si
potesse interferire sulle due leve del caso e della necessità, spostando il fulcro
dell'azione verso la prima in modo da rendere il nostro atto maggiormente
necessario e considerevolmente meno in balia del caso.
L'intenzionalità, vista sotto questa ottica, è in relazione e forse costituisce anche
una forma di determinismo negli esiti relazionali di qualsiasi rapporto terapeutico
tra paziente e professionista.
Il modo di fare terapia di Milton comprende il saper accompagnare il paziente però
seguendolo e controllando le azioni e le risposte che il soggetto fornisce nel corso
del trattamento. Esistono tre punti fondamentali nella terapia ericksoniana:
• Facendo vivere al paziente, in pratica, il nuovo comportamento, all'interno
del setting terapeutico.
• Continuando a seguire il paziente nel suo comportamento e seminando
nuove possibilità per arricchirne l'esperienza di cambiamento.
• Creando le condizioni per cui si eserciti nel suo nuovo comportamento, con
fantasia e creatività.
Lui ritiene che la persona ha già tutte le risorse necessarie per cambiare di stato:
sta male perchè non riesce ad usarle nella situazione disfunzionale e relega le sue
risorse e potenzialità solo a determinati contesti. Quindi Erickson dapprima allucina
le risorse indispensabili per la risoluzione del problema e poi da modo al paziente
di far accedere a tali risorse tramite la comunicazione ipnotica indiretta.
Uno degli aspetti più interessanti del rapporto di Milton con il paziente non era
solamente quello di stare particolarmente attento alla comunicazione non verbale,
ma era l'abilità quasi magica di riuscire a ricalcare anche la dimensione culturale
del paziente. Il ricalco culturale è un'abilità molto sottile e permette al terapeuta di
entrare nel mondo del paziente, mentre al soggetto viene facilitata l'esperienza di
accettazione della figura professionale che ha di fronte permettendogli di entrare
liberamente nella sua sfera intima e privata.
Il ricalco culturale è la massima espressione di accettazione dell'alterità del
terapeuta che fa sentire e vivere al paziente di essere veramente dalla sua parte,
che è lì per lui, che lo ascolta e lo capisce sino in fondo, senza giudizi e spoglio da
pregiudizi.
Tecnicamente il ricalco culturale si ottiene usando il linguaggio del paziente
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manifestando di conseguenza le idee che ne stanno a monte e motivano
quell'azione verbale, facendogli inoltre sentire che tali idee sono state condivise e
accettate per quello che sono, senza un giudizio che le soppesino sul piano etico,
morale o culturale: sono state cioè apregiudizialmente accettate e credute come
fossero le proprie idee.
In questo modo la persona sente che di fronte a lui ci sta un individuo non solo che
lo comprende, ma che è come lui, che sente e vive con le stesse sensazioni e
modalità questa vita complessa. Questa consapevolezza del soggetto abbassa la
sua critica tanto da essere spontaneamente disposto ad aprire le porte e accettare
il terapeuta e la relazione con lui e, successivamente, di intraprendere il percorso
di cambiamento.

Intervento del Dr. Marco Chisotti a cura di Claudio Gnata.


lunedì, dicembre 31, 2007

La fisiologia delle emozioni. a cura del dr. Antonello Musso

La fisiologia delle emozioni. a cura del dr. Antonello Musso

Nel profondo del nostro dna, fra le tante informazioni più o meno nascoste, si celano gli istinti, retaggio del nostro passato animale.
La paura? si tratta dell'impulso della preda che si immobilizza di fronte al pericolo sperando di farla franca;
la collera? reazione del capo branco che manifesta il suo potere di fronte ad un giovane maschio un pò troppo, prematuramente ambizioso;
la gioia? un segno di pace e di collaborazione rivolto ai nostri simili.
Immediate ed imprevedibili, le emozioni riportano alla luce i pensieri più elementari, a volte in momenti poco opportuni, e possono entrare in contrasto con la nostra mente razionale; non possiamo fare a meno di queste reazioni: senza di esse il nostro cervello farebbe molta fatica a funzionare bene.
Phineas Gage.
Nel 1848 questo giovane impiegato delle ferrovie americane, in realtà un pò maldestro, fece espodere accidentalmente una mina. Venne colpito da una sbarra di ferro di circa 6 kg che gli attraversò la guancia sinistra, il cranio e la parte anteriore del cervello per poi uscirne a e cadere una trentina di metri più in là.
Sopravvisse ed in meno di due mesi era di nuovo in piedi, comportandosi però in modo diverso da prima: molto irritabile, sempre insoddisfatto e soprattutto incapace di prendere una decisione semplice come ad esempio scegliere quale vestito indossare.
Solo nel 1994, due studiosi americani (Antonio e Hanna Damasio), analizzando il cranio conservato al Warren medical museum di Harvard, deussero che la zona colpita era la corteccia orbito-frontale.
Tutti coloro che per un motivo o per l'altro avevano subito lesioni in questa parte del cranio, erano incapaci di prendere le decisioni più semplici o addirittura banali.
Per i neurologi non sussistono dubbi: alle riflessioni di queste persone, manca l'elemento essenziale delle emozioni.
altri esperimenti dimostrarono che facendo osservare a queste persone immagini raccapriccianti, esse ammettono che sono insostenibili, ma anche che non provano sentimenti di terrore.
Quando un problema si pone al nostro cervello, ad esempio cosa farò nel fine settimana, la mente passa in rassegna ogni possibile soluzione; ad ogni scenario si scatena una mini reazione emotiva che etichetta letteralmente ogni risposta.
In questo modo il cervello effettua una prima selezione basata sul piacere, sulla tristezza, sulla noia ecc.
Il resto del lavoro viene fatto dalla ragione ("resto a casa così risparmio") e dalla memoria (" in montagna ci sono stato l'altro week end").
Al termine la decisione.
Dunque le emozioni sarebbero un meraviglioso stimolo per ragionare, decidere o semplicemente per decifrare il mondo. Se esso infatti trattasse tutti i dati che gli arrivano dall'estero e dall'interno, presto sarebbe saturo. Allora le emozioni lo aiutano a fare una cernita di ciò che in quel momento è meglio per noi.
Durante una passeggiata, molti stimoli emotivi ci colpiscono, ma se un'auto cerca di investirci, questo fatto genera una reazione emotiva assai maggiore dl cinguettio degli uccelli che ci ha colpito un momento prima; in tal modo possiamo scansare il pericolo preservando la nostra persona.
Inoltre le emozioni ci permettono di dialogare in modo diverso e senza l'uso della ragione con i nostri simili. Intuire che quella persona si prende gioco di noi o è in collera o ci vuole impressionare, ci permette di decifrare il senso reale delle sue parole; tra madre e bimbo, esso è l'unico primitivo linguaggio coerente.
Il centro del cervello che scatena le emozioni è l'amigdala; ciò accade sia in modo interno attraverso una analisi introspettiva, sia copiando dall'esterno emozioni altrui e rivivendole come proprie. Per questo se ad un funerale tutti piangono, anche noi lo facciamo o se tutti esultano ad un gol, anche noi ci uniformiamo.
Ecco perchè la vita deve avere ogni tanto, delle emozioni





lunedì, dicembre 24, 2007

Articolo prova

Nuovi articoli 2007/2008 

Dr. Marco Chisotti
Psicologo Psicoterapeuta IpnosiTerapeuta
 Via Martiri della Libertà 9 10020 Lauriano Torino
Tel 0119187173 /  3356875991




Dr. Marco Chisotti
Psicologo Psicoterapeuta IpnosiTerapeuta
 Via Martiri della Libertà 9 10020 Lauriano Torino
Tel 0119187173 /  3356875991




domenica, luglio 22, 2007

Master estivo San Sebastiano 2007 foto di gruppo


A conclusine del master estivo di Ipnosi Costruttivsta di SanSebastiano un saluto a tutti dallo staff dell'AERF

venerdì, aprile 20, 2007

LA SEMEIOTICA FRA MEDICINA E PSICOTERAPIA: PARALLELISMI E SIMILITUDINI (di Marco Chisotti & Antonello Musso)

Intendendo per semeiotica la scienza dell'osservazione naturalistica dei soggetti nelle loro manifestazioni di disagio fisico o mentale, ci apprestiamo a scivere un parallelismo fra le due scienze che curano l'essere umano.

Quando la persona si presenta a noi con un problema, essa ci parla con il linguaggio del corpo e della mente che più le si confà, sia verbale (diretto o indiretto) sia non-verbale che paraverbale.Dal punto di vista verbale, ogni persona con il suo vocabolario, descrive il suo stato partendo dalla sua auto-osservazione ed autoanalisi, talvolta esprimendo il problema direttamente (magari come diagnosi ricevuta), talvolta nascondendoselo evitando di affrontarlo direttamente, in qualche caso celandolo involontariamente dietro un altro disagio di cui parlano ed al quale danno importanza primaria.

Il dialogo non-verbale, cioè quello fatto di gestualità, postura, attegiamenti, mimica facciale, e quello paraverbale (tono, timbro, ritmo, volume della voce) talvolta accompagnano in modo congruo ed efficace la descrizione verbale, taloro sono esattamente agli opposti.Curiosamente le persone possono dialogare con i propri interlocutori o aprire una discussione con le due parti (razionale ed inconscia) che costituiscono l'essenza della persona stessa.

Qualunque sia l'interlocutore esterno per il soggetto, può giocare un ruolo passivo o attivo: può essere una fonte di accrescimento e terapia, o un pretesto per mantenere la convinzione da cui il paziente è partito.

Il terapeuta sia esso medico o psicoterapeuta, deve essere attento a distinguere il"vero dal falso".

L'esame del paziente da parte del medico che descrive un dolore toracico, deve tener conto di tutta una serie di manifestazioni cliniche e di segni inequivocabili, che esulano dalla descrizione del soggetto stesso e che devono essere ricercati ed osservati con attenta analisi.

A livello psicoterapeutico ciò avviene attraverso l'analisi linguistica operando il tentativo di far emergere la struttura profonda, partendo dalle "cancellazioni", "deformazioni", "nominalizzazioni" che la mappa che la persona si è costruita evidenzia.

Detto questo, nell'ambito medico, si può dedurre quanto la semeiotica sia importante per ottenere e mantenere una relazione con il paziente che è fatta di dialogo e sincronizzazioni delle menti e dei corpi:

in fondo il bravo medico parla con le persone su due livelli, in primis il dialogo che sincronizza razionalmente i due "cervelli" (o tre se teniamo conto anche dell'interlocutore interno della persona), in secondo luogo i corpi. Il paziente viene dunque soddisfatto sia a livello mentale ( è stato ascoltato e razionalmente/scientificamente edotto in merito ai suoi problemi), sia a livello inconscio tramite le rassicurazioni che il medico offre con la sua saggia ed incoraggiante gestualità (la carezza d'incoraggiamento al termine della visita fisica vera e propria che viene letta dal corpo come un prendersi cura di sè); anche in caso di diagnosi impegnative per la gestione, si aprirebbe e si lascerebbe uno spiraglio di speranza e di non-abbandono.

Utilizzando la psicoterapia l'utilità dell'uso della semeiotica( che in campo psicologico rappresenta la nostra storia, cioè l'idea che ci siamo fatti di noi, della nostra vita, del mondo) ha molteplici punti di forza:

a) conoscere l'idea che il paziente si è fatto di sè (la storia che ci racconta e che si racconta)

b) creare una relazione con il paziente (la storia che creiamo con il paziente)

c) sincronizzarsi con i comportamenti verbali, non- verbali e paraverbali del soggetto (per raggiungere la consapevolezza della storia che emerge dal dialogo)

d) la definizione condivisa del problema (mutual telling story, raccontata da entrambi i protagonisti)

e) definizione condivisa della cura (raccontarsi la storia che cura)

Infatti tutto ciò che viene detto è frutto di osservazioni che il soggetto così come il terapeuta, effettua naturalmente nel corso della propria vita e che scaturiscono dalle esperienze maturate ed elaborate in forma di racconto.

I terapeuti siano essi medici del corpo o dello spirito, pur non rinunciando al lavoro nelle terre di confine del tecnicismo o dell'empirismo, devono mantenere la visione unitaria ed umana del paziente, dunque un corpo non costituito da elementi distaccati fra loro ed uniti alla mente, ed al contempo una persona non isolata nel suo contesto di sofferenza, ma integrata in una visione di condivisione e compassione del disagio.

domenica, febbraio 18, 2007

L'ARTE DI COMUNICARE NELLE RELAZIONI D'AIUTO. Marco Chisotti - Costanza Battistini


Non è possibile non comunicare, comunichiamo sempre. Ogni silenzio, ogni piccolo cenno, esitazione sussulto costituiscono un elemento di comunicazione per le altre persone: non possiamo sottrarci dunque. Si comunica costantemente col corpo, con la voce, attraverso i contenuti che usiamo nel nostro comunicare. 

Comunichiamo noi stessi, la nostra presenza, la nostra identità, comunichiamo i nostri contenuti e contemporaneamente parliamo della nostra relazione con gli altri.

Quando parliamo ci esprimiamo, non possiamo prescindere da noi stessi, da chi siamo, da come siamo, da come ci muoviamo: ogni cosa di noi passa per essere un messaggio che viene punteggiato dal nostro interlocutore, che a sua volta  riempie la cornice di significati.

Parlare, comunicare ed esprimersi sono azioni cognitive complesse che definiamo pensiero. Il pensare è il lavoro della nostra intelligenza in ogni sua sfaccettatura, l'intelligenza è il prodotto dei nostri cervelli: ogni relazione interpersonale è dunque il risultato di una complessa attività mentale, a sua volta frutto di un complesso lavoro cognitivo.

Noi non possiamo prescindere da come siamo fatti per analizzare chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo; ogni elemento della nostra storia passa attraverso noi stessi, la nostra conformazione. Ogni idea ed  ogni pensiero che esprimiamo, si sviluppano attraverso l'intera nostra organizzazione fisica e mentale.

La nostra conoscenza ci accompagna costantemente: noi siamo ciò che pensiamo di essere, e pensiamo attraverso le nostre conoscenze. La conoscenza ci dà grande libertà tracciando al contempo i confini della nostra persona e i suoi limiti: la conoscenza obbliga ed al contempo ci libera.

Non siamo macchine banali che tendono a dare sempre la stessa risposta, ma siamo esseri indipendenti, autonomi prodotti del nostro stesso pensare, il dialogo con cui conosciamo noi stessi, ci comportiamo, manifestiamo la vita in ogni sua rappresentazione.

Il comunicare troppo spesso viene considerato un semplice esprimere un concetto, tanto che si dimentica la complessità di una tale esperienza, passando il comunicare come un insieme di tecniche, modi di fare, modi di dire. Il mondo della comunicazione inizia dove finisce quello delle tecniche, disvelando tutta l'arte che possiede.

Ogni nostra esperienza è la causa della realtà, che ne è la conseguenza. Comunicare è avere un esperienza con altre persone nel tentativo di condividere la realtà stessa, e la sua conoscenza è il frutto di questo orientamento condiviso.

In ogni comunicazione ci sono sempre una persona che guida la conversazione ed un'altra che ne viene guidata; le due diverse intenzioni portano però ad una complessa danza, che crea il senso stesso del capire l'altro, ciò che intende, che pensa, che crede, ed il risultato ultimo sono la condivisione e la comprensione.

Il possesso  non appartiene all'arte del comunicare, poiché non esiste espressione di pensiero unidirezionale: ogni pensiero, anche il nostro intimo dialogo interno, è sempre un dialogo dove son presenti almeno due interlocutori.

Viviamo attraverso la nostra identità. Si potrebbe dire che la vita è ospitata nella nostra storia, che è presente nell'idea di noi stessi. Il pensare è strettamente collegato al sentire: percepiamo e contemporaneamente pensiamo, riconosciamo ciò che percepiamo nello stesso tempo in cui lo pensiamo e dato che tendiamo a collegare il pensiero ad uno scopo, ogni percezione porta con sé un riconoscimento ed un utilizzo, così la comunicazione porta con sé sempre un fine.

Viviamo in uno stato mentale, in un equilibrio tra pensieri e sensazioni dove gli uni accompagnano gli altri, ed i nostri pensieri sono costantemente influenzati dai nostri umori così come gli umori sono influenzati dai nostri pensieri.

Un buon ascoltatore è un buon comunicatore: quando ascolti lasci da parte le tue credenze, le tue convinzioni ed il tuo mondo per entrare in quello dell'altro.

Chi non fa esperienze non ha un mondo in cui vivere. L'esperienza comunicativa diviene fondamentale per chi ha poche occasioni di relazionarsi con gli altri, e l'ascolto diventa il momento in cui si costruiscono e definiscono reciprocamente i nostri mondi e la nostra identità.

Il reale scopo della comunicazione è condividere una realtà, e nelle relazioni d'aiuto è fondamentale rispettare il principio etico della filosofia costruttivista (Heinz von Foerster) che suggerisce di dare alla persona molte possibilità di scelta, ed il principio estetico che indica come unica strada per la conoscenza quella dell'azione: se vuoi conoscere devi agire.





giovedì, gennaio 25, 2007

La nascita della psicologia costruttivista: George A. Kelly di Ennio
Martignago

presente nel nostro sito dell’associazione ASPeC www.apsec.it

Diversamente da quanti ritengono che il costruttivismo in psicologia
nasca con gli allievi e seguaci di Gregory Bateson, il suo esordio si
deve ad uno "psicologo per caso", che aveva studiato da fisico e
matematico e che per questo fu un grande metodologo e non perdette
l'inclinazione a cercare delle leggi "fisiche" alla condotta umana,
ma che non fece mai il mestiere per cui aveva studiato, finendo per
dare un impulso tale alla psicologia contemporanea finire incompreso
ai suoi coetanei e riscoperto solo 30 - 40 anni dopo, quando gran
parte delle sue concezioni erano emerse da altri studiosi. Oggi ne
riscopriamo continuamente aspetti innovativi ancora poco sfruttati,
ma forse il suo destino sarà di essere incompreso fino a quando non
finirà superato dopo che per altre vie saranno del tutto comprese le
sue idee.
Una prova di questa situazione è il fatto che ancora oggi non ci sia
una traduzione completa delle sue opere principali e che solo nel
2004 uscì la traduzione - incompleta - delle parti principali de "La
psicologia dei costrutti personali".

George Alexander Kelly, classe 1905, aveva in comune con Milton
Erickson, la nascita in una fattoria sperduta e un'infanzia di
povertà nel Kansas. Educato da dei genitori in continua ricerca di
fortuna, da ultimi coloni della frontiera americana, senza una
stabile dimora né centri urbani nelle vicinanze, venne educato in
famiglia e passò direttamente dagli studi autarchici a quelli
universitari, appunto di matematica e fisica. Il suo futuro non
doveva apparirgli così chiaro, visto che passava dalla tentazione di
seguire studi ingegneristici all'attività di insegnamento di lingue e
arte drammatica. Questo fino a che, all'età di 24 anni, vinse una
borsa di studio per conseguire il bacalaureato in pedagogia
all'Università di Edimburgo con un mentore che era al contempo
statistico e pedagogista e che lo introdusse agli studi di
psicologia, che proseguì poi al suo ritorno negli Stati Uniti fino al
1931, quando a 26 anni conseguì il Ph.D. con una tesi sui disturbi
del linguaggio e della scrittura. Allo scoppio della crisi economica
abbandonò definitivamente gli studi per un intenso periodo di
volontariato, un programma di cliniche psicologiche ambulanti che
portavano aiuto a quelli che non avrebbero potuto cercarselo.
Un'esperienza intensiva e una ricerca-azione sul campo con migliaia
di casi che fornirono le basi per un pensiero personale alla teoria
della personalità e alla terapia. Nonostante avesse consultato Freud,
Moreno, Korzybski e altri, la natura autarchica della sua formazione
rafforzata dall'esperienza sul campo furono forse la ragione
principale della libertà di pensiero e dell'originalità delle idee.
La sua storia di clinico si chiude alla fine della guerra con degli
incarichi universitari, succedendo allo stesso Carl Rogers. Da allora
la sua attività pubblicistica è stata inarrestabile, anche se in gran
parte dimenticata o non pubblicata, quasi presentendo che la morte
per lui sarebbe giunta precoce, all'età di 62 anni.
kelly3
La psicologia dei costrutti personali
Nelle intenzioni di Kelly vi era era quella di ridefinire la
psicologia, crearne una avente come oggetto centrale la persona nella
sua unità irriducibile, e proponeva questa teoria in alternativa alle
altre già note, non in contrapposizione con esse. Tante sono le
parentele teoriche e soprattutto metodologiche riscontrabili tra
Kelly e Wittgenstein da lasciare sospettare che vi siano state delle
contaminazioni. Pur essendovi delle constatazioni indiziarie (Kelly
ha maturato il suo interesse per la psicologia in Gran Bretagna dove
lavorava anche Wittgenstein; entrambi hanno dato rilievo allo studio
del linguaggio, entrambi avevano radici matematiche…), non vi sono
prove in tal senso. Rimane che li dubbio sistematico sulle conoscenze
umane e sui fondamenti della realtà è comune ad entrambi, come pure
la metodologia logica stringente e sistematica. Il punto di partenza
dell'americano è la messa in dubbio dell'universo stesso (quello che
diversi decenni dopo Stewart Brand definirà in espansione nella
misura in cui si modificano le lenti dei nostri telescopi - come dire
che l'universo è ciò che la nostra mente e i mezzi che scegliamo
vogliono vedere di esso). Egli parte dal presupposto che, appunto, le
nostre conoscenze o interpretazioni al suo proposito mutino in
continuazione. Coesisterebbero, almeno potenzialmente (come
immaginava anche lo scrittore Phil Dick), delle alternative di
rappresentazione che danno origine ad una posizione metodologica
definita "alternativismo costruttivo". Ovverosia, trasferito sulla
persona, che la persona non ha un'unica biografia, tutta d'un pezzo,
dalla quale dover dipendere, ma che la personalità dell'individuo -
quanto meno la rappresentazione che egli ne ha - è multidimensionale:
siamo nel contempo più copioni simultanei e potenziali vite parallele
in continuo cambiamento.
La metafora da cui si origina il pensiero di Kelly è quasi
autobiografica ed è quella dell’uomo/scienziato per la quale ogni
individuo è come uno scienziato continuamente impegnato nel tentativo
di dare un senso al mondo che sperimenta, di anticipare gli eventi in
cui è coinvolto, elaborare proprie teorie, sperimentare le proprie
ipotesi e valutare i propri lati pratici. Quindi, le regole di
condotta di uno scienziato rappresentano un modello generale per
indagare le regole di condotta delle persone. Il motore segreto di
questo processo sperimentale risiede nelle dinamiche
dell'apprendimento che per Kelly non è un semplice comportamento, ma
piuttosto una dimensione di ordine superiore a quelle descritte nella
teoria. “L’apprendimento non è una speciale sottoclasse dei processi
psicologici; esso è sinonimo di ogni processo psicologico. Non è
qualcosa che accade ad una persona in particolari circostanze ma è
ciò che in primo luogo la rende persona.”
"L’assunto è che di qualsiasi natura possa essere, o in qualsiasi
modo risulti alla fine la ricerca della verità, gli eventi che oggi
affrontiamo sono soggetti a tante costruzioni numerose quanto le
nostre facoltà ci permettono di concepire. Ciò non vuol dire che una
costruzione sia buona come qualsiasi altra (…) ma ci fa ricordare che
tutte le nostre percezioni attuali sono aperte alla discussione e
alla riconsiderazione, e suggerisce ampiamente che persino gli
accadimenti più ovvi della vita quotidiana potrebbero rivelarsi
totalmente trasformati se fossimo sufficientemente inventivi da
costruirli in maniera diversa.”
Kelly non ritiene insomma possibile avere un contatto diretto con la
realtà, percepirla in maniera diretta, senza alcun tipo di
interpretazione. La sola cosa (che ci è) concessa è fare ipotesi su
ciò che la realtà è, per poi verificarne o meno l’utilità.
L’anticipazione rappresenta il tentativo di costruire invarianti per
imporre un minimo d’ordine alla realtà, assimilarne e differenziarne
i diversi elementi. Kelly sostiene che ciascuno ha la propria visione
del mondo (la teoria), le proprie aspettative rispetto a ciò che
accadrà in determinate situazioni (ipotesi), e che il comportamento è
un continuo esperimento dotato di significato, che può cambiare,
venire elaborato, e che è negoziato.
“Una persona è ciò che fa” ci dice Kelly. Abbiamo visto come anche lo
psicologo approcci la realtà attraverso particolari “lenti” (mappe
cognitive e schemi), e nell’approccio all’ “altro” (che in questo
orientamento è una “situazione” che nasce dall’interazione tra ciò
che egli dice di sé e le categorie di chi l’osserva) le opinioni, le
convinzioni, i giudizi che lo psicologo si forma sul paziente saranno
preordinati ed organizzati dagli Schemi di Tipizzazione della
Personalità.
La funzione dello psicologo o del counselor consiste nel leggere le
realtà del cliente per comprenderne meglio il funzionamento mentale
tramite l'uso di parole ed azioni. Si tratta di "agenti che danno la
possibilità al cliente di ripensarsi in altro modo".

I costrutti e i loro corollari
Sicuramente quelle di Kelly sono delle folgoranti illuminazioni nella
storia della psicologia e in particolare di quella applicata.
Tuttavia, la sua attività accademica, le basi formative ed il periodo
storico in cui visse lo spinsero ad una sistematizzazione del
pensiero che alla luce degli sviluppi odierni del costruttivismo
poteva non essere indispensabile e che poté influenzare la percezione
del suo messaggio disperdendolo in leggi logiche talora oscure e meno
potenti del messaggio di base. Da questo lavoro salta agli occhi la
preoccupazione di dimostrare tutta la forza ideativa del suo modello
di uomo ricercatore a razionalità limitata, immerso in una realtà
sperimentale a scarto ridotto e basta su fondamenti provvisori. Il
postulato e i corollari del costruttivismo andrebbero letti in questa
chiave, ovvero della possibilità di cambiare le regole della
psicologia e rappresentarla al di là delle due o tre metafore
dominanti, da quella psicopatologica a quella comportamentista.

"Un costrutto, come la stessa radice semantica lascia intuire, è
l'unità elementare di discriminazione attraverso la quale si attua il
processo di costruzione. (…) I costrutti sono le chiavi di lettura
che rendono il mondo intelligibile: se non disponessimo di tali
criteri di discriminazione, il fluire degli eventi ci apparirebbe
indifferenziato e di conseguenza privo di significato”
“Un costrutto non è né un “pensiero” né una “sensazione”: è un
atto di conoscenza. Si tratta della discriminazione che può essere
operata sulla base di un pensiero razionale, è parte del modo in cui
ci poniamo davanti al mondo come persone complete “

La logica di Kelly è di tipo "geometrico", fatta di postulati e
corollari.
Il postulato fondamentale consiste nel considerare i comportamenti
delle persone diversi da delle reazioni a stimoli e rinforzi, ma
piuttosto come espressioni di progetti e intenzioni basate su una
struttura linguistica in continuo movimento e mutamento. L'essere
umano si organizza come uno scienziato che costruisce continue
ipotesi al fine di prevedere gli eventi futuri. Invece di comportarci
in conseguenza agli eventi del passato (come vorrebbe l'archeologia
psicanalitica), mettiamo in atto la realtà e i comportamenti che più
favoriscono, anticipandola, la previsione formulata che guida i
nostri passi.
Il primo corollario (della costruzione) che deriva da questo
postulato è che “Una persona anticipa gli eventi costruendone le
repliche” (Kelly. 1963, p. 50). Questo ricorda il principio della
coazione a ripetere freudiana, ma al contrario. Per fare sì che il
presente sia una versione integrale del futuro costruiamo delle
simulazioni delle nostre anticipazioni, come se fossero delle
sperimentazioni di laboratorio (il presente è il laboratorio del
futuro).
Il corollario dell'individualità asserisce che la diversità
individuale si basa sulle modalità di anticipare il futuro: “Le
persone differiscono l'una dall'altra nella loro costruzione degli
eventi” (Kelly. 1963, p. 55). Ogni persona, infatti, perché
attribuisce un diverso significato alle stesse esperienze e agli
stessi eventi. La sola opportunità che le persone hanno per
comprendersi consiste nel trovare un accordo per condividere le
weltanshauung, interpretando e integrando fra loro i costrutti,
lavorando sui modelli linguistici sul senso delle singole parole come
opportunità di reciproco supporto e aiuto nella sopravvivenza.
Il corollario dell'organizzazione introduce il concetto di "sistema",
come quell'insieme di costrutti nel quale le incompatibilità e le
inconsistenze sono minimizzate: ogni persona è un'organizzazione, sia
in termini di significato-anticipazioni che di soluzioni-costruzione
che di link, o interconnessioni fra costrutti. I costrutti non si
organizzano solo in base a delle dipendenze reciproche, ma anche per
antinomie, in base al corollario della dicotomia. Come diceva
Eraclito quando parlava di equilibrio armonico di contrasti, anche
per Kelly, "La scelta da parte di una persona di un aspetto determina
sia ciò che deve essere considerato simile sia ciò che deve essere
considerato in contrasto". Ovvero, i significato di un costrutto
viene definito dai suoi opposti e questi non sono solo quelli a tutti
noti (notte-giorno, caldo-freddo…), ma soprattutto quelli particolari
e soggettivi definiti da quadri di significato generati dal modo di
organizzare le proprie esperienze e le anticipazioni.
Un altro corollario importante è quello della scelta che sottolinea
ulteriormente il peso del libero arbitrio della persona. “Una persona
sceglie per sé quell'alternativa in un costrutto dicotomizzato per
mezzo della quale anticipa la maggiore possibilità di elaborazione
del suo sistema". Sceglie, ovvero, l'alternativa che offre il
maggiore potere predittivo. "In altre parole, per mantenere il
proprio mondo prevedibile, una persona struttura la propria identità
come una rete di costrutti nucleari, investiti di significati
personali, che la proteggono da possibili invalidazioni e sceglie di
muoversi nella direzione che sembra condurre verso una maggiore
elaborazione del proprio sistema". Ogni costrutto ha poi un proprio
"campo di pertinenza" e questo è definito e limitato ad una
determinata area di esperienza. Un altro limite del costrutto deriva
dal venire prima o poi sottoposto alla "verifica della vita". Se le
nostre anticipazioni falliscono di fronte all'esperienza ci vediamo
costretti a rivedere il nostro sistema, a "ri-costruirlo". Non solo
la validazione dei costrutti, ma forse ancor più la loro
invalidazione fanno sì che il sistema di costrutti evolva
progressivamente verso la maggiore predittività possibile (in linea
con il falsificazionismo popperiano). Secondo il corollario della
modulazione è la permeabilità di un costrutto a definire quanto esso
potrà "assimilare nuovi elementi all'interno del suo campo di
pertinenza e generare nuove implicazioni”. Questo criterio ci indica
la possibilità che viene offerta dai costrutti più permeabili, ovvero
sia più in grado di assumere esperienze nuove, di comprendere vicende
ed eventi che ci possono apparire di primo acchito incomprensibili,
non sapendo come poterli inquadrare. Kelly afferma poi che “una
persona può impiegare di volta in volta una varietà di sottosistemi
di costruzione che sono deduttivamente incompatibili gli uni con gli
altri”, secondo il corollario della frammentazione che consente di
affermare che una persona può essere un buon padre sia quando è
affettuoso che quando è severo con i propri figli, perché i costrutti
genericamente dicotomici di affettuosità e severità sono di un
livello sotto-ordinato rispetto a quello di "buon padre" che li
comprende e ne integra la dicotomia. I costrutti che usiamo poi ci
rendono più o meno affini fra di noi per il corollario di comunanza
secondo il quale “nella misura in cui una persona impiega una
costruzione dell'esperienza simile a quella impiegata da un'altra, i
suoi processi sono psicologicamente simili a quelli dell'altra
persona”. Questo è un principio di ordine previsionale perché ci
consente ad esempio di asserire che persone simili non solo devono
formulare le stesse previsioni, ma devono anche elaborarle nello
stesso modo. L'ultimo corollario è dedicato alla socialità e descrive
i costrutti come uno strumento , non solo per frazionare la realtà in
fenomenologie individuali, ma anche di condividere l'esperienza e di
comprendere gli altri accogliendoli nei nostri schemi di significato.
“Nella misura in cui una persona costruisce i processi di costruzione
di un'altra, può giocare un ruolo in un processo sociale che
coinvolge un'altra persona”. Possiamo metterci nei panni dell'altro
ragionando con il suo modo di ragionare, guardando con i suoi
occhiali, costruendo il mondo con una logica derivata da delle
previsioni simili. Da queste ultimi punti è evidente, se non fosse
stato abbastanza chiaro finora, che la psicologia dei costrutti
personali è una psicologia fenomenologica.

Al di là di ragione e sentimento
Kelly, segno dei tempi in cui scriveva e dell'impostazione
disciplinare sente il bisogno di dettare regole e poi di
classificare. Così distingue fra differenti classi di costrutti, da
quella basata sulla natura del controllo sugli elementi, a quella in
base al campo di pertinenza dei costrutti, a quella in base al
processo di costruzione.
Ma l'originalità e la fecondità della teoria di Kelly la si riscopre
nel momento in cui viene applicata a categorie problematiche
tradizionali, come quelle che egli definisce "transizioni", ovvero
stati di cambiamento dei costrutti, quelli che con modelli più
recenti si potrebbero definire "catastrofi" strutturali (Thom) della
personalità, che lo psicologo affronta superando la storica antinomia
fra cognizione ed emozione (sulla scorta di quella che di recente è
stata definita come "intelligenza emotiva"). Egli nei individua un
certo numero, ovvero l'ansia, l'ostilità, la colpa, la minaccia, la
paura, l'aggressività, l’amore, i cicli dell’esperienza,
l’impulsività e la creatività. Straordinaria è la descrizione della
prima come "la consapevolezza che gli eventi che ci troviamo di
fronte giacciono per lo più al di fuori del campo di pertinenza del
nostro sistema di costrutti”. Ci mancano le coordinate per spiegarci
gli eventi e per formulare delle anticipazioni efficaci. Sarei
costretto ad operare una ristrutturazione profonda di tipo
copernicano, una di quelle che Kuhn chiamava cambiamenti di paradigma
e questo mina le fondamenta della mia sicurezza. La mia realtà è
insicura, imprevedibile, fuori da ogni controllo e il mio sistema di
significati è sguarnito ad affrontare ciò che mi trovo a vivere.
"Ostilità: è lo sforzo continuo di estorcere prove validazionali a
favore di un tipo di previsione sociale di cui è già stato
riconosciuto il fallimento”. Diventiamo ostili quando vogliamo
preservare intatto il nostro sistema di costrutti poiché non abbiamo
modi alternativi di costruire l'esperienza. Smettiamo di essere
ostili solo quando elaboriamo punti di vista molteplici e alternativi.
“Aggressività: è l'elaborazione attiva del campo percettivo”.
L'aggressività è un modo di prendere gli eventi "di petto", di
passare al vaglio le esperienze, pronti se necessario a modificare le
proprie costruzioni. In questo senso, è il contrario dell'ostilità. È
una continua sperimentazione che può suscitare difesa e irrigidimento
da parte degli altri (perché, a volte, si traduce in irruenza,
arroganza, sicurezza eccessiva), ma è anche sinonimo di flessibilità,
di apertura, di disposizione ad accogliere le costruzioni degli altri
e a mettere in discussione le proprie.
La colpa "è la consapevolezza della rimozione del Sé dalla struttura
nucleare del ruolo”, rappresenta la dissonanza profonda tra la nostra
immagine privata e l'immagine riflessa nel nostro agire, pensare,
vivere. Abbiamo tradito l'organizzazione dei valori e così un atto
violento, agito da una persona mite, può causare una sofferenza per
il mancato rispetto di un principio di fondamentale importanza unito
alla consapevolezza di non essere perfettamente padrone del proprio
agire.
“Minaccia: è la consapevolezza di un imminente e ampio cambiamento
nelle strutture nucleari". Anche la malattia grave rappresenta per
tutti una minaccia: esprime tutta la portata di un cambiamento di
fronte al quale ci sentiamo impotenti.
La paura invece "è la consapevolezza di un imminente e circoscritto
cambiamento nelle strutture nucleari”. A differenza della minaccia
non ci sentiamo sopraffatti, sperimentiamo solo la tensione di un
cambiamento imminente e quindi di qualcosa di sconosciuto che si
affaccia al nostro orizzonte.
Il ciclo "circospezione - prelazione - controllo" conduce ad una
scelta che fa precipitare la persona dentro una situazione" in cui la
vita si presenta come una scelta tra i poli di un costrutto.
L'Impulsività caratterizza "il periodo di circospezione che
normalmente precede le decisioni" quando questo "viene indebitamente
abbreviato” e la persona tenta all’improvviso di trovare una
soluzione ad un problema, con la possibilità che questa provi ansia,
colpa oppure che si senta minacciata.
“Il ciclo della creatività è un ciclo che parte da una costruzione
allentata e termina con una costruzione ristretta e valicata”.
Questo processo consiste in un allentamento ed in un restringimento
che fa emergere nuovi significati.
Dalla psicologia dei costrutti personali è nata dal counseling e ad
esso ritorna, come pure genera uno stile psicoterapeutico che mira ad
aiutare la persona ad affrontare i problemi della vita quotidiana
dopo una attenta valutazione della realtà che il cliente percepisce e
costruisce in modo da offrirgli la possibilità di elaborare nuovi
costrutti.

sabato, dicembre 09, 2006

LA PROFEZIA DI CELESTINO

RECENSIONE A CURA DI BARBARA BRANCATELLI

Quante volte ci siamo ritrovati a pensare alla nostra esistenza? Incessantemente cerchiamo di dare un significato alla nostra vita, siamo alla ricerca di appagamento, ma appena raggiungiamo un obiettivo, non ci accontentiamo e desideriamo giungere ad una nuova meta, secondo un lavorio continuo che apparentemente non ci porta a nulla.
Ci relazioniamo quotidianamente con le persone che ci circondano, ma non sempre diamo un valore, il giusto valore agli incontri fortuiti che potrebbero davvero cambiarci la vita…personalmente l’incontro con l’ipnosi e con le persone che me l’hanno fatta conoscere mi ha cambiato la vita, mi ha permesso di prendere consapevolezza di me stessa, delle mie risorse e delle mie possibilità di miglioramento, mi ha insegnato a salire sulla torre per osservare le situazioni dall’alto, nella loro globalità.
Ho ritrovato la magia di questo processo di consapevolezza e di evoluzione leggendo il libro di James Redfield che con la sua parabola sulla vita vuole dare la possibilità al lettore di entrare profondamente dentro se stesso per trovare le risposte, le soluzioni ai problemi esistenziali.
Il protagonista del racconto è un Manoscritto del 600 a.c. che viene scoperto poco per volta e diventa oggetto di studi e di ricerche, in quanto contiene nove chiavi per interpretare l’esistenza. Uno psicologo americano si lascia incuriosire dalla ricerca del Manoscritto, affidandosi alle coincidenze di ogni giorno che altro non sono che consapevolezze che aprono nuove porte alla conoscenza e definiscono il suo destino. In tal senso, vengono ripresi i presupposti del costruttivismo secondo cui noi esseri umani creiamo la realtà che vogliamo, modellandola con i nostri schemi mentali.
Il Manoscritto è diviso in sezioni, ognuna delle quali dedicata ad una percezione della vita; gli esseri umani comprendono il significato delle percezioni in modo sequenziale, una dietro l’altra, in modo da passare dallo stato in cui si trova la Terra attualmente ad una cultura completamente spirituale. Il fascino del racconto sta proprio nel fatto che la trasformazione avviene un passo alla volta, come la conoscenza di sé e del mondo, in concomitanza con la scoperta di ogni Illuminazione, creando suspance, seminando curiosità ed interesse, e dando spunti di riflessione su questioni apparentemente banali, ma sicuramente stimolanti.
Anche l’idea del viaggio alla ricerca di tutti i pezzi che possono completare il puzzle esistenziale rappresenta metaforicamente il nostro percorso di crescita personale che ci permette di aggiungere nuove esperienze per sentirci sempre più completi, saggi…mentori di noi stessi.
Lottando contro la Chiesa e il governo, lo psicologo parte dalle Ande per cercare le Nove Illuminazioni dell’antico testo e le troverà fra incontri misteriosi, coincidenze, peripezie, pericoli…che rappresentano gli ostacoli e le occasioni con i quali ci imbattiamo vivendo la nostra esistenza e il destino lo creiamo decidendo di sfruttare o no tali possibilità. Una volta trovate tutte le profezie, si avrà una nuova visione della vita e di come si potrà “salvare” il genere umano e la natura che lo circonda.
La Prima Illuminazione è la nuova considerazione del mistero che circonda la nostra vita: l’attenzione alle coincidenze, all’incontro con qualcuno o qualcosa che conduce alle stesse possibilità che avevamo già immaginato e poi abbandonato, e che in qualche modo ci cambiano la vita. Viviamo queste strane coincidenze e, pur non comprendendole, sappiamo che sono reali, proprio come accadeva durante l’infanzia, quando imparavamo qualcosa ogni giorno desiderando e sapendo che c’era molto altro da scoprire.
L’effetto della Seconda Illuminazione è quello di fornire con esattezza un tipo di prospettiva storica che dovrebbe permetterci di conoscere il contesto più ampio entro il quale si svolge la nostra vita, che non è solo evoluzione tecnologica, ma specialmente evoluzione del pensiero. Colloca le predizioni del Manoscritto in un contesto più esteso che le rende non solo credibili, ma addirittura inevitabili. Questa innovativa prospettiva si interessa non tanto di date ed eventi, ma di quello che pensavano e sentivano le persone nei diversi periodi storici. Attraverso una sorta di ipnosi regressiva, si può ritornare all’anno Mille, immaginando di viverlo davvero, per poi andare avanti nel tempo e “rivivere” i cambiamenti mentali e le emozioni sperimentate dalle persone che si trovavano realmente nei diversi momenti storici, alimentandoci di sensazioni.
La Terza illuminazione descrive una nuova comprensione del mondo fisico e ci insegna a percepire quella che in passato era una forma invisibile di energia. La materia basilare dell’universo si presenta come una specie di energia pura che si piega alle intenzioni e aspettative umane in un modo che sfida l’antico modello meccanicistico del cosmo e riprende il lavoro sui quanti di Albert Einstein. Secondo la predizione, intorno alla fine del secondo millennio, gli uomini dovrebbero scoprire una nuova energia alla base di tutte le cose, esseri umani compresi, e che da questi si irradia. La percezione nuova di questa energia sarebbe iniziata con una maggiore sensibilità nei confronti della bellezza. Concentrando l’attenzione su una pianta (monoidea), ad esempio, si può immaginare l’energia che emana e visualizzarla in uno stato di trance per beneficiare delle sensazioni che tale flusso energetico ci trasmette.
Il modo in cui gli esseri umani competono per l’energia è la Quarta Illuminazione. Ad un certo punto noi esseri umani avremmo visto l’universo come la manifestazione di un’energia dinamica in grado di sostenerci e rispondere alle nostre aspettative. Al tempo stesso ci saremmo accorti di essere stati allontanati dalla fonte più ampia di questa energia, emarginandoci e sentendoci di conseguenza deboli ed insicuri. A causa di questo distacco, noi esseri umani abbiamo sempre cercato di aumentare la nostra energia personale tentando di “rubarla” psicologicamente agli altri (forma inconscia di competizione che è alla base di tutti i conflitti umani del mondo), in quanto è l’unica modalità che conosciamo. La Quarta Illuminazione esamina i conflitti che quotidianamente avvengono durante la relazione con le altre persone: il conflitto nasce dal bisogno degli uomini di controllare e dominare gli altri, per cui da una conversazione qualsiasi ne esce un debole e un forte che riceve una forte carica psicologica dalla sua capacità di imporre il suo punto di vista. Il fatto di comportarsi come l’uno o l’altro dipende dall’educazione ricevuta dai genitori, dai modelli di comportamento che ci hanno trasmesso che si sono radicati in noi. Capire la Quarta Illuminazione vuol dire considerare il mondo come un vasto luogo di competizione per l’energia e quindi per il potere; ma non appena noi esseri umani comprenderemo tale lotta, riusciremo a superare il conflitto e ci libereremo da esso per il possesso dell’energia perché saremo finalmente capaci di riceverla da un’altra fonte.
La Quinta Illuminazione descrive una nuova comprensione di ciò che a lungo è stato definito come coscienza mistica. Il Manoscritto dice che questa esperienza è la chiave per porre fine ai conflitti umani nel mondo perché ci permette di ricevere energia da un’altra fonte a cui si può far ricorso con il semplice desiderio. Entriamo in conflitto con le persone perché troppo spesso ci sentiamo privi della nostra stessa energia e quindi emarginati, ma possiamo porre rimedio a questa mancanza stabilendo un contatto con una fonte superiore, l’universo, che può fornirci tutto quello di cui abbiamo bisogno, se sappiamo aprirci, se apprezziamo la bellezza di quello che ci circonda e di quello che abbiamo, con semplicità. Questa Illuminazione rivela che esiste una fonte alternativa di energia a cui si può accedere solo attraverso l’attuazione di un processo di consapevolezza che comporta il riconoscimento del meccanismo infantile della ricerca dell’attenzione altrui, definito dramma del controllo inconscio.
La Sesta Illuminazione definisce che cosa si intende per dramma del controllo inconscio e suggerisce come superarlo. Il primo passo da compiere nel processo di chiarificazione consiste nel ripercorrere mentalmente, attraverso uno stato di coscienza alternativa, il proprio passato, la vita familiare per capire come si è formata questa abitudine: vederne l’inizio ci aiuta a mantenere la consapevolezza del nostro modo errato di esercitare il controllo. Per impadronirsi dell’energia, alcuni agiscono in modo aggressivo, costringendo le persone a prestare loro attenzione, altri passivamente, sfruttando la sensibilità e la curiosità degli altri. Il dramma può quindi essere classificato in questo ordine: intimidatorio, inquisitore, troppo riservato e vittimistico, che in qualche modo rispecchiano i modelli genitoriali descritti da Missildine ne “Il bambino che sei stato”. Ognuno di noi deve tornare indietro, risalire alla propria esperienza familiare, ai tempi e ai luoghi dell’infanzia; quando diventiamo consapevoli del nostro dramma del controllo, possiamo concentrarci sulla verità della nostra famiglia, nascosta dietro ad ogni conflitto di energia. La verità che scopriamo è in grado di infondere energia alla nostra esistenza: ci dice chi siamo, il sentiero su cui ci troviamo e cosa stiamo facendo. Dopo aver chiarito e superato il nostro dramma, dobbiamo comprendere l’alto significato per cui siamo nati proprio dai nostri genitori e per che cosa ci hanno preparato i cambiamenti e le svolte della vita. Abbiamo uno scopo spirituale, una missione che abbiamo cercato di portare a compimento senza esserne consapevoli, e quando raggiungiamo tale consapevolezza la nostra vita può davvero decollare.
La Settima Illuminazione riguarda il processo di evoluzione consapevole grazie al quale si diventa ricettivi verso ogni coincidenza e risposta che l’universo fornisce; descrive il modo in cui certi oggetti si pongono sul nostro cammino e certi pensieri ci fanno da guida. Questa Illuminazione parla dei sogni e spiega come interpretarli: occorre confrontare la storia del sogno con quella della propria vita perché i sogni vengono a darci qualcosa che ci è sfuggito sulla nostra vita. Oltre ai sogni, anche i pensieri e le fantasticherie (sogni ad occhi aperti) ci guidano: ci mostrano una scena, un avvenimento e ciò indica che questo fatto può accadere; per cui, se facciamo attenzione, possiamo prepararci a queste svolte della nostra esistenza. Infine, la Settima Illuminazione spiega che, per avere coscienza dei nostri pensieri, bisogna assumere la posizione dell’osservatore (metaposizione), ovvero chiederci perché abbiamo avuto quel pensiero in quel momento e in che modo si lega alla nostra esistenza; dobbiamo subito sostituire le immagini negative con altre positive, in modo che in breve tempo non si presentino più, mentre bisogna prendere sul serio le visioni negative che continuano a tornare.
L’Ottava Illuminazione parla del modo in cui gli uomini impareranno a relazionarsi tra loro, proiettando sugli altri la propria energia ed evitando la dipendenza da altre persone; spiega come usare l’energia in modo nuovo nella relazione con gli altri, partendo dall’inizio, cioè dai bambini, che altro non sono che creature in via di sviluppo che facilitano il nostro cammino verso la verità. Ma per potersi evolvere, hanno costantemente bisogno della nostra energia, senza condizioni, non devono subirla e per questo motivo devono essere coinvolti nelle conversazioni fra adulti, specialmente in quelle che li riguardano. Chi si occupa di un bambino, deve dedicarsi a lui completamente e solo a lui per un determinato periodo. Bisogna trovare il modo di dire sempre la verità al bambino, usando un linguaggio che può comprendere. Questa Illuminazione avvisa che l’evoluzione può interrompersi se si diventa dipendenti di un’altra persona: bisogna vivere una relazione di livello superiore con la persona dell’altro sesso, dobbiamo completare da soli il nostro “cerchio” e poi “fonderlo” con quello della persona amata. Infine, il Manoscritto dice che chiunque attraversi il nostro cammino, ha un messaggio per noi che possiamo cogliere attraverso alcuni segni, come un contatto visivo, una sensazione di riconoscimento, una particolare espressione del viso… Il testo antico aggiunge come interagire consapevolmente all’interno di un gruppo: l’energia e le vibrazioni devono aumentare grazie all’energia emanata da tutti gli altri; quando ciò avviene, i campi di energia dei membri del gruppo si uniscono fra loro, creando un’enorme quantità di energia. In un gruppo funzionale, ognuno sa quando parlare e cosa dire perché vede la vita con maggiore chiarezza; questa è la Persona Superiore di cui parla l’Ottava Illuminazione nell’ambito di una relazione romantica fra uomo e donna. Ognuno cerca quindi di tirare fuori il meglio da chi lo circonda, atteggiamento che secondo il Manoscritto verrà assunto dall’intero genere umano ed è l’obiettivo primario del counsellor, secondo la visione costruttivista.
La Nona Illuminazione spiega come cambierà la cultura umana per via dell’evoluzione consapevole: gli uomini vivranno immersi nella natura, occupandosi di alberi centenari e giardini; i mezzi di sopravvivenza saranno a disposizione di tutti; guidato dalle proprie intuizioni, ognuno saprà esattamente cosa fare e quando farlo e si adatterà così alle azioni degli altri; nessuno eccederà nei consumi perché si supererà il bisogno del possesso fine a se stesso; la nostra esigenza di dare un senso alla vita verrà soddisfatta dall’entusiasmo per la nostra stessa evoluzione. L’Illuminazione descrive un mondo meno frenetico e più sensibile rispetto agli eventi significativi e alle coincidenze. Per capire come si svolgerà questa trasformazione, occorre visualizzare il prossimo millennio, quando avverrà, cercando di viverlo interamente nell’arco della vita (ipnosi progressiva). Il cambiamento successivo sarà la produzione automatizzata delle merci con lo scopo di creare del tempo libero di cui la gente ha bisogno per dedicarsi ad altri compiti, per ricercare costantemente la verità. Quando cominceremo a dare costantemente, riceveremo sempre più di quanto possiamo dare. Il Manoscritto può chiarire molte religioni, suggerendo che nell’arco della storia umana può accadere che un individuo capisca il modo esatto di mettersi in contatto con la fonte di energia divina e diventi così un esempio duraturo della possibilità di tale connessione. La Nona Illuminazione rivela il nostro destino finale: in quanto esseri umani siamo il punto di arrivo dell’intera evoluzione. Prendendo consapevolezza, guardando dentro noi stessi, le vibrazioni si fanno sempre più elevate fino a quando interi gruppi di persone diventeranno improvvisamente invisibili a chi sta ancora vibrando a livelli inferiori. Questo è segno che stanno superando, oltrepassando la barriera tra questa vita e l’altro mondo, quello da cui proveniamo e dove torneremo dopo la morte. Ad un certo punto, ognuno di noi vibrerà ad un livello abbastanza alto da arrivare al paradiso, mantenendo però la nostra forma. Ciò avverrà nel terzo millennio per la maggior parte delle persone. La Nona Illuminazione parla di una Decima Illuminazione, ma non è stata ancora trovata e nessuno sa dove sia…e così la ricerca della verità continua…
Questa metafora della vita, oltre ad essere un’avvincente avventura, pur se piuttosto utopica specialmente nella sua parte finale, offre spunti di riflessione su se stessi e sulla relazione con gli altri, e permette di sperimentare una connessione più profonda con la nostra energia divina.
“Da almeno mezzo secolo si è fatta strada una nuova consapevolezza, una presa di coscienza che può essere definita trascendente, spirituale. Se vi trovate a leggere questo libro, forse vi siete già accorti di cosa sta succedendo perché lo sentite dentro di voi”.


JAMES REDFIELD, La profezia di Celestino, ed. Corbaccio, Milano, 1994.

venerdì, novembre 24, 2006

LA PSICOLOGIA DEL FARE: COME ORIENTARSI NELLA MAGIA TERAPEUTICA

di Marco Chisotti, Antonello Musso, Paola Sacchettino

Dalla psicologia teorica studiata all’università, passare alla magia terapeutica (esperienza clinica) vuol dire imparare a palare il linguaggio del paziente, il linguaggio delle emozioni, cioè il linguaggio del quotidiano; vuol dire affrontare i problemi reali, sopportare litigi, dipanare le matasse che si creano attraverso percorsi a “senso unico” come il non capirsi, l’essere stanchi e provati, avere il desiderio di cambiare qualcosa, senza sapere che cosa, vivere gli alti e bassi della routine.
Insomma condividere il fardello della parte, in quel momento, più fragile della persona.
In questi momenti le teorie e le cognizioni accademiche sono più di impiccio che di aiuto, perdono del loro significato: ciò che più conta è coinvolgersi nel vissuto della persona, più che porsi domande e darsi risposte. Magari piangere, rattristarsi per l’evento, né più né meno di come può fare un buon amico.
Solo così si guadagna la stima e la fiducia di chi mette tra le nostre mani la propria vita.
Questo discorso sembra semplicistico, soprattutto alla luce delle teorie che nel corso dei millenni si sono sprecate intorno alla cognizione di persona, ma occorre non dimenticare che questa, nella sua essenza, è molto meno complicata di come possa apparire.
La vita, in fondo, ruota intorno a cinque punti fondamentali, semplici e chiari, nei quali troviamo un po’ tutti gli aspetti dell’esistenza della maggior parte delle persone che crescono in armonia e in equilibrio: l’infanzia (bambino), momento in cui siamo tutto corpo ed emozioni, spensieratezza, fantasia e creatività.
In questa fase inizia a svilupparsi il potenziale di cui è dotato l’essere umano, fino a prepararsi all’adolescenza, con lo sviluppo del pensiero astratto, del dialogo, della socializzazione, della distinzione tra sé e gli altri. In questo momento è fondamentale per la persona guadagnarsi con l’intelligenza il passaggio alla vita adulta, vita responsabile che richiede impegno.
A queste difficoltà di adattamento si aggiunge la fatica che il ruolo di adulti comporta, sia che ci si impegni verso i propri figli, sia che ci si occupi di se stessi, nella dimensione di genitore affettivo, sia nella dimensione di genitore normativo, che si prende e dà impegni e responsabilità in prima persona.
A queste esperienze fa seguito il ruolo occupato nella società, nel proprio lavoro, nella propria professione.
Al di fuori della psicopatologia vera e propria, la maggior parte dei problemi nasce dallo sforzo che richiede l’adattamento alla vita sociale, al mondo del lavoro, allo sviluppo di un ruolo professionale, alla soddisfazione e gratificazione per il proprio impegno, alla difficoltà a trovare tempo per sé, vivendo la vita in una dimensione di pesantezza e rassegnazione.
E’ in questo scenario che il counsellor (persona che si occupa di relazione d’aiuto), trova il suo spazio operativo, tenendosi lontano dalle diagnosi e dai perché. Il suo compito è quello di tirare fuori le risorse della persona, di aiutare a tracciare una nuova via, a ritornare un po’ giovani nella mente, se non è possibile farlo con il corpo, in una dimensione di leggerezza e di autoironia, per guardare nuovamente alla vita, come con gli occhi di un bambino.
Il punto forte dell’ipnosi sta nella storia dell’umanità, da sempre, è nata molto prima dell’analisi e delle deduzioni logiche, ma non per questo si è fermata ad uno stadio primordiale dell’esistenza umana, era ed è tutt’oggi un contenuto di sostanza che molto bene si sposa con la semplicità e la funzionalità dell’individuo.
L’ipnosi naturalistica, che tutti quanti vivono ogni novanta minuti circa, è un’esperienza che i ritmi ultradiani ci impongono; il cervello rallenta la sua attività, abbassandoci la critica (conoscenza) e portandoci verso un mondo indifferenziato della curiosità, della creatività, della fantasia, un mondo cioè in cui l’intuizione ci guida evitandoci le trappole del pensiero complesso e strutturato: ci porta ad agire e ci dà nuove opportunità di scelta.
L’ipnosi terapia riproduce questi momenti fisiologici e come in un sonno ci guida in un sogno dove torniamo ad essere protagonisti rincuorati e soddisfatti della nostra vita.
A questo punto si potrebbe obiettare che la realtà ci fa fare dei “conti” diversi, ma qui sta l’intuizione del pensiero costruttivista, animato da uomini che hanno saputo guardare la vita con occhi da bambini, hanno saputo intuire quanto il nostro cervello fosse un vero e proprio emulatore della realtà, trovandoci veri e propri costruttori della realtà condivisa.
E come tu hai già capito, sei protagonista di questo disegno; tu, il tuo inconscio, il tuo spirito guida, sono solidali con esso, lo comprendono perché lo vivono e ne fanno parte.
Il terapeuta che c’è in te comprende il disegno del counsellor che ti abbiamo proposto e lo fa suo.

giovedì, ottobre 05, 2006

TERAPIA FOCALIZZATA SULLE RISORSE
VS TERAPIA EPISODICO – ESPERIENZIALE

di Marco Chisotti, Ennio Martignago, Antonello Musso e Paola Sacchettino

R.F.T. (Resource Focused Therapy) è il termine coniugato da Keeney per definire uno stile terapeutico dove l'attenzione viene costantemente orientata alla ricerca delle risorse del cliente. Al pari della terapia episodica sottolinea l'attenzione che va riposta nel considerare ogni incontro come un'esperienza a sé un momento dove attraverso la relazione avvengono dei cambiamenti strutturali in ognuno, terapeuta e cliente. Alle volte i cambiamenti strutturali divengono cambiamenti organizzativi, cambiamenti che interessano l'organizzazione mentale stessa della persona. Ciò che più conta è portare il cliente verso le proprie risorse, quindi lasciarlo continuare nella sua narrazione fino a che non tende ad uscire dalle proprie risorse, a quel punto si interviene nuovamente per riportarlo sulle risorse. Questo atteggiamento terapeutico permette di focalizzarsi sulle possibilità che notoriamente sono svanite in chi denuncia un problema o avverte delle difficoltà. Permette inoltre di affrontare e risolvere un tema alla volta, il rischio che si corre spesso in terapia è proprio quello di correre dietro a mille rivoli narrativi senza riuscire a risolvere nulla, bensì entrando nella complessità ingestibile del tutto indifferenziato in cui si trova la persona. Oltremodo l'attenzione alle risorse ed alle esperienze aiuta a non cedere alle lusinghe fuorvianti che si ottengono nel dar spazio a diagnosi ed aspettative terapeutiche che tendono a generare, a loro volta, comportamenti lusinghieri da parte del cliente rispetto alle attese del terapeuta, a sua volta orientato dalle sue teorie e conoscenze nei confronti del cliente. Non la ricerca di patologie, ma lo sviluppo di risorse.
Ecco dunque nascere un percorso terapeutico che genera spiegazioni solo attraverso sequenze di azioni suggerite ed adottate dal cliente durante la terapia. Ecco in sintesi il percorso, nei punti, suggerito dal mio approccio alla terapia esperienziale, riportato da Keeney nel suo libro “Terapia focalizzata sulle risorse”.
Il terapeuta deve raccogliere il minor numero di informazioni dal paziente o quelle ritenute essenziali, per evitare un aumento della complessità e perché ogni paziente ha una riserva infinita di contraddizioni, cambiamenti continui, credenze nelle quali sarebbe facile perdersi, inutilmente.
Utilizzare la minima quantità di tempo nel raccogliere informazioni, focalizzando ogni singola seduta sulle sue risorse disponibili, mantenendo la sua attenzione sul momento emotivo/esperienziale che sta vivendo “qui ed ora”.
Al contempo va utilizzata la minor quantità possibile di teoria in quanto il terapeuta non deve arroccarsi dietro la stessa, quanto deve fidarsi di se stesso e delle sue tecniche. Le teorie servono per esercitarsi, ma ciò che conta durante la terapia è il coinvolgimento di se stesso come terapeuta nella relazione con il cliente, all’interno della seduta.
Inoltre il terapeuta deve fare il minimo, ascoltando il cliente fino a che rimane nel contesto delle sue risorse, interrompendolo solo nel momento in cui tende a vittimizzarsi, allontanandosi dalle sue qualità positive, per riportarlo sulle sue risorse e dandogli il giusto equilibrio.
E’ bene che il terapeuta rimanga “quieto” e, soprattutto, niente psicologia, che porterebbe fuori dal campo delle risorse per cadere nuovamente nella logica delle teorizzazioni, ovvero occuparsi di condotte vuote di senso.
Niente sociologia, niente ideologia, ma improvvisazione perché il paziente è una teoria a sé.
E’ possibile avere un’inversione del senso comune attraverso un comportamento esplorativo dove la curiosità del terapeuta è fondamentale.
Viene ribaltato il senso comune: non si deve partire da un significato per descrivere le singole azioni, bensì utilizzare le singole azioni per giungere ad un significato.
La vita non è altro che l’emergere delle nostre singole azioni ed esperienze, dunque “agire per vedere e non vedere per agire”.
In una visione sistemica contestuale che tale approccio suggerisce, ci si deve basare totalmente sul vissuto del cliente e di tutte le persone che interagiscono con lui a creare quella rete di relazioni, che mantengono lo status quo, sia solutivo, che problematico.
Ad es. se il panico del terapeuta è reattivo al dubbio che un cliente manifesta relativamente al suicidio, egli contribuisce potenzialmente a rinforzare la credenza del cliente nella realtà del suicidio stesso.
Nella terapia non esiste un narratore ufficiale, che implicherebbe dei ruoli prestabiliti terapeuta/paziente, con tutte le aspettative e i limiti che detti ruoli portano con sé, ma una relazione circolare, come già nell’ipnosi il guidare e l’essere essere guidati.
Il flusso delle spiegazioni va bloccato e si deve lavorare sul “non sense”, per aiutare il cliente a costruire nuove strade con cui dare un senso alla propria vita.
Partendo dal presupposto che un fatto non è come è, ma come lo descrivi, aiutare un cliente vuol dire ridisegnare con lui (in corresponsabilità), una nuova mappa di sé e della sua realtà.
Sono le domande non banali, domande che non hanno ancora una risposta e le reazioni del cliente a queste domande che devono incuriosire il terapeuta; la terapia va vissuta più come teatro, in cui allenare il cliente al personaggio desiderato. Maggiore è il coinvolgimento terapeuta/paziente che si riesce ad ottenere, maggiore è l’indice che ci si trova in un contesto di risorse, dove il comportamento assurdo che rompe gli schemi è legittimo e la sperimentazione è benvenuta.


(versione inglese)

THERAPY FOCUSED ON RESOURCES VS EPISODIC-EXPERIENTIAL THERAPY

Written by Marco Chisotti, Ennio Martinago, Antonello Musso and Paola Sacchettino

RFT (Resource Focused Therapy) is the term conjugated from Keeney in order to define a therapeutic style where the attention is constantly oriented to the search of resources of the customer. As the episodic therapy, it emphasizes the attention on every encounter like an experience apart, a moment in which trough the relation happen structural changes in everyone, therapist and customer. Structural changes sometimes become organizational changes, changes interesting the mental organization of the person. The most important thing is carrying the customer towards his own resources, then leaving him continue in his narration until he does not incline to exit from his own resources, so you can bring him back again on his resources. This therapeutic attitude allows to focus on the possibilities that usually vanish in who denounce a problem or perceives difficulties. It moreover allows to face and to resolve a topic at a time; the risk that is often run in therapy is running behind thousand narrations without solving anything, but entering the unmanageable complexity of the undifferentiation where the person finds herself. Otherwise the attention to resources and experiences helps not to yield to misleading flatteries you obtain in giving space to diagnoses and therapeutic expectations that incline to generate, in their turn, flattering behaviours for the customer’s part about the waits of the therapist, in his turn oriented by his theories and knowledge towards the customer. Don’t search for pathologies, but for development of resources.
This way is born a therapeutic distance that gives explanations only through sequences of actions suggested and adopted by the customer during the therapy. Here in synthesis the distance, in points, suggested by my approach to the experiential therapy, brought back by Keeney in his book “Therapy focused on the resources”.
The therapist must collect the less number of information from the patient or only the essential ones, in order to avoid an increase of complexity and because every patient has an endless reserve of contradictions, continuous changes, believes in which it would be easy to get lost, uselessly.
Use the minimal amount of time in collecting informations, focusing every single sitting on his available resources, keeping his attention on the emotional/experiential moment he is living “her and now”.
At the same time, you should use the less amount of theory because the therapist does not have to retreat behind it, but he must trust himself and his techniques. Theories are useful to practice, but what is more important during the therapy is the involvement of himself as therapist in relation with the customer.
Moreover the therapist must do the minimum: listening to the customer until he remains in the context of his resources, interrupting him only when he inclines to victimize, going away from his positive qualities, in order to bring back on his resources and giving him the right equilibrium.
Is good that the therapist remains “quiet” and, above all, no psychology that would carry outside of the field of resources to fall again in logic of theorizations, in other words involving in senseless behaviours.
No sociology, no ideology, but improvisation because the patient is a theory apart.
It’s possible to have a turn of common sense through an exploratory behaviour where the curiosity of the therapist is essential.
Common sense is overturned: you don’t have to start from a meaning to describe single actions, but to use the single actions to reach the meaning.
Life is emerging out of our single actions and experiences, therefore “acting in order to see and not seeing in order to act”.
In the global vision that such approach suggests, you must be totally based on the lived of the customer and of all the people who interact with him to create the net of relations that maintain the status quo, both resolutive and problematic.
For example, if the panic of the therapist is reactive to the doubt that a customer shows to the suicide, he potentially contributes to reinforce the belief of the customer in the reality of suicide.
In therapy there isn’t an official narrator, who would imply pre-established roles therapist/patient, with all expectations and limits that such roles carry with themselves, but one circular relation, like already in hypnosis leading and being led.
The flow of explanations is to be blocked and you must work on “non sense”, in order to help the customer to construct new ways with which give a sense to his own life.
Starting from requirement that a fact is not what it is, but like you describe it, helping a customer means redrawing a new map of himself and his reality.
Non banal questions, that still don’t have an answer, and reactions of the customer to these questions must make curious the therapist; therapy has to be lived more like theatre, in which training the customer to the wished character. Greater is the involvement therapist/patient you can obtain, greater is the index you find in a context of resources, where the absurd behaviour that breaks off the moulds is legitimate and the experimentation is welcome.

mercoledì, luglio 26, 2006

Io corro da solo

 

 


di Ennio Martignago

Il titolo di questo articolo parafrasa un noto film di Bertolucci che metteva in scena il rapporto dello scacco della gioventù e dell'impotenza malata della vecchiaia. Entrambe le età sono pervase da una falsa ritualità di comunanza e da una profonda condizione di solitudine. Lo stesso sta verificandosi nel modello di sviluppo del sistema capitalistico occidentale e quindi delle nostre aziende. Non c'é continuità fra le esperienze del passato e il rinnovamento. Come in un racconto di Borges, dove a un impero burocratico ed immorale, i cui cartografi nella loro presunzione erano arrivati a fare delle mappe grandi quanto il territorio stesso, succedette un dominio vandalico che bruciò assieme alle carte, i cui brandelli sono ancora trasportati tristemente dal vento del deserto, tutta la cultura dei predecessori, i nuovi manager con il loro pragmatismo sommario stanno buttando -come si suol dire- il bambino con l'acqua sporca.

Le aziende di ieri, quelle dei boiardi, oggi pensionati di extra-lusso (e magari anche azionisti), non possono certo essere additate come modello etico o di efficienza. Sicuramente clientelismi, raccomandazioni e diseconomie erano fenomeni all'ordine del giorno. Alcuni di questi sopravvivono ancora oggi e, mutatis mutandis, con altri nomi e forme sono destinati a crescere nel mondo di domani. Tuttavia quelle aziende avevano al proprio interno una cultura di scambio, una socialità e condivisione in genere felice. Il lavoro poteva essere discusso e le persone vivevano in un'ambiente amichevole che rappresentava l'altra faccia della famiglia. Come la scomparsa della dialettica dei blocchi nella politica internazionale ha snaturato entrambe le culture creando ambienti spuri, cosí l'esasperazione del concetto di lavoro come creazione di profitto per il profitto sta distruggendo la cultura del lavoro. Stiamo ereditando questo modello dagli Stati Uniti che vantano un'abbassamento radicale del tasso di disoccupazione, a detta di alcuni invidiabile per quasi tutta questa vecchia Europa. Questo risultato non é certo un miracolo: é bastato fare abbassare in maniera proporzionale il potere d'acquisto delle fasce medio basse, evitando di compromettere l'escalation del capitale di pochi. Negli USA il rapporto fra il piú povero e il piú ricco é passato in pochi anni da 1:13 a 1:250. Hanno reinventato la schiavitù, insomma. L'enfasi ossessiva sul profitto dell'azionista che predomina nella riorganizzazione delle imprese appartiene a questo tipo di cultura. In assenza di dialettica politica questa é l'unica logica possibile. Non si può fare altrimenti! Noi europei stiamo scoprendo che anche il mercato degli esuberi (sull'esempio del florido mercato delle scorie e del riciclaggio dei rifiuti) può essere un business che fa contenti i politici e soddisfa l'azionista. D'altronde le alternative, disoccupazione immediata, cassa integrazione..., sarebbero solo soluzioni peggiori. Anche la disoccupazione differita può essere ragione di interessi.

Ecco quindi le nuove imprese: la linea, esasperata da un carico di lavoro sempre piú pressante in condizioni di assenza di risorse e di margini di autonomia e di investimento, diventa sempre meno tollerante verso la tecnostruttura e le funzioni di servizio, accusate di non essere produttive e di fare chiacchiere e norme inutili mentre gli altri non hanno tempo di respirare. Le funzioni a loro volta, sempre piú povere di competenze e di potere di intervento diretto nelle scelte operative, vivono la separazione, l'impotenza e l'inutilità professionale come un'ingiustizia della nuova organizzazione.
Le nuove strutture aziendali, come quelle della nostra azienda da poco approvate dal governo, sono centrate esclusivamente sul core business, evitando il costo parassitario delle sovrastrutture. La linea delle organizzazioni preesistenti (come la nostra Distribuzione) guarda con invidia all'organizzazione dei nuovi. "Come sarebbe bello fare sparire tutti questi livelli di supervisione!", pensano, mentre si attardano a chiudere i lavori dopo una giornata passata senza neppure un momento di tranquillità per pensare. "Noi lavoriamo senza respiro, mentre gli altri speculano su di noi senza neppure conoscere i nostri problemi". "É vero", dicono gli altri, "ma dovrebbero trovarlo loro il tempo per pensare". E qualcuno si azzarda a dire che, se non possono farlo al lavoro, lo dovranno fare a casa. Una tale "arroganza" va punita e la Direzione o, come la chiamano oggi, la Holding li va ad accontentare, costringendo le Società o Divisioni a pagare care eredità sovrastrutturali come i servizi.
Mentre tutto ciò si verifica, da fuori dell'azienda operai extracomunitari che lavorano in ultra-subappalto guardano ai signori della linea interna e pensano: "Noi lavoriamo senza respiro e per pochi soldi a migliaia di chilometri dalle nostre famiglie, mentre gli altri hanno stipendi profumati e prendono premi per venire a speculare sul nostro operato". E la Direzione raccoglie tutto questo e spinge sull'outsourcing (stimolando magari anche gli interni a consociarsi per diventare partner esterni). Quelli che neppure riescono ad entrare in ultra-subappalto, poi, si vendono i reni e tacciono.
Tutto questo in onore dell'azionista (magari quello del nocciolo duro: i soliti noti). Cosí va il mondo! Anche della Direzione fra qualche anno, ad azionista soddisfatto, probabilmente nessuno si ricorderà piú.
Fintanto che questo non avverrà, proviamo a pensare a delle alternative. A delle funzioni efficienti, capaci di pensare e di dare soluzioni tecniche e di creare dialettica e comunicazione interna in grado di sviluppare una cultura del lavoro e dell'uso delle risorse e del tempo soprattutto per chi opera nella linea. Ad una linea che sia meno concentrata sull'operatività "stupida" dell'emergenza in modo da ricavare il tempo per pianificare l'attività e sviluppare la professionalità. Ad una Holding che bilanci il piú possibile gli interessi dell'azionista (che vuole arricchirsi) con quelli del paese (che vuole la garanzia di un'impresa elettrica forte) e della popolazione aziendale (che vuole lavorare in un ambiente sereno, pianificando lavoro, ruolo e professionalità in un futuro in cui esserci per proseguirlo e non solo per gli speculatori di borsa). Questo é possibile? Forse sí, se solo si investisse un po' meno sul breve termine e un po' di piú sul medio-lungo, se si mettesse l'efficacia fra i costi necessitati dell'efficienza. Se si comprendesse che solo il fatalista malavogliano non ha altra alternativa che obbedire per non affogare, anche se sa che, comunque vada, finirà annegato. Se tutti pensassero al mondo che lasciamo ai nostri figli, comprendendo che la solidarietà e la convivialità (come diceva Illich) sono condizioni irrinunciabili per la qualità della vita, non sostituibili da nessuna forma di ricchezza. Che la vita si trova sempre piú fuori dal pensiero dell'efficienza operativa decerebrata. Che sempre piú persone preferiscono vivere con meno oggetti e risparmi, ma vivere meglio e di più. Per poi fare degli esempi piú vicini a noi, occorrerebbe che Direzione, Funzioni e Linea smettessero di pensare che la morte degli altri é l'unica garanzia del proprio guadagno e cominciassero ad esigere dall'altro il cambiamento atteso.

La cultura della mediazione e della dialettica é la piú avversata dal liberismo capitalistico estremo nello stesso modo in cui é combattuta dai brigatisti. Se Menenio Agrippa fosse vissuto oggi sarebbe stato giustiziato da un nucleo armato plebeo o ridotto ad accattonare dalle lobbies capitalistiche patrizie. E qualcuno pensa che sarebbe stato meglio cosí.

Allora io corro da solo, fra delusioni giovanili e impotenze senili.
Corro da solo senza un'anima che mi guardi, che mi dica se ciò che faccio è male o bene; nessuno che mi mostri quello che ha fatto lui, o che prenda a discutere del lavoro comune o dell'azienda a cui si apparterrebbe.
Corro da solo il mio rally fermandomi sempre meno, su auto bollenti e rumorose dai sedili di ferro, dopo avere licenziato il navigatore in modo da avere tutta la gloria per me e rendere sempre piú soddisfatti gli spettatori sugli spalti, affamati dello spettacolo che solo la sofferenza e la morte possono offrire, e per arricchire un team delle corse fatto di gente che neppure conosco.
Io corro da solo, pigiando a fondo sull'acceleratore, ebbro della vertigine del mio destino che mi aspetta dietro una qualsiasi di quelle curve e che ora assorbe del tutto la mia dolorosa mente stanca.
Io corro da solo, e la velocità cancella il mondo attorno e la vita davanti.