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domenica, febbraio 18, 2007

L'ARTE DI COMUNICARE NELLE RELAZIONI D'AIUTO. Marco Chisotti - Costanza Battistini


Non è possibile non comunicare, comunichiamo sempre. Ogni silenzio, ogni piccolo cenno, esitazione sussulto costituiscono un elemento di comunicazione per le altre persone: non possiamo sottrarci dunque. Si comunica costantemente col corpo, con la voce, attraverso i contenuti che usiamo nel nostro comunicare. 

Comunichiamo noi stessi, la nostra presenza, la nostra identità, comunichiamo i nostri contenuti e contemporaneamente parliamo della nostra relazione con gli altri.

Quando parliamo ci esprimiamo, non possiamo prescindere da noi stessi, da chi siamo, da come siamo, da come ci muoviamo: ogni cosa di noi passa per essere un messaggio che viene punteggiato dal nostro interlocutore, che a sua volta  riempie la cornice di significati.

Parlare, comunicare ed esprimersi sono azioni cognitive complesse che definiamo pensiero. Il pensare è il lavoro della nostra intelligenza in ogni sua sfaccettatura, l'intelligenza è il prodotto dei nostri cervelli: ogni relazione interpersonale è dunque il risultato di una complessa attività mentale, a sua volta frutto di un complesso lavoro cognitivo.

Noi non possiamo prescindere da come siamo fatti per analizzare chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo; ogni elemento della nostra storia passa attraverso noi stessi, la nostra conformazione. Ogni idea ed  ogni pensiero che esprimiamo, si sviluppano attraverso l'intera nostra organizzazione fisica e mentale.

La nostra conoscenza ci accompagna costantemente: noi siamo ciò che pensiamo di essere, e pensiamo attraverso le nostre conoscenze. La conoscenza ci dà grande libertà tracciando al contempo i confini della nostra persona e i suoi limiti: la conoscenza obbliga ed al contempo ci libera.

Non siamo macchine banali che tendono a dare sempre la stessa risposta, ma siamo esseri indipendenti, autonomi prodotti del nostro stesso pensare, il dialogo con cui conosciamo noi stessi, ci comportiamo, manifestiamo la vita in ogni sua rappresentazione.

Il comunicare troppo spesso viene considerato un semplice esprimere un concetto, tanto che si dimentica la complessità di una tale esperienza, passando il comunicare come un insieme di tecniche, modi di fare, modi di dire. Il mondo della comunicazione inizia dove finisce quello delle tecniche, disvelando tutta l'arte che possiede.

Ogni nostra esperienza è la causa della realtà, che ne è la conseguenza. Comunicare è avere un esperienza con altre persone nel tentativo di condividere la realtà stessa, e la sua conoscenza è il frutto di questo orientamento condiviso.

In ogni comunicazione ci sono sempre una persona che guida la conversazione ed un'altra che ne viene guidata; le due diverse intenzioni portano però ad una complessa danza, che crea il senso stesso del capire l'altro, ciò che intende, che pensa, che crede, ed il risultato ultimo sono la condivisione e la comprensione.

Il possesso  non appartiene all'arte del comunicare, poiché non esiste espressione di pensiero unidirezionale: ogni pensiero, anche il nostro intimo dialogo interno, è sempre un dialogo dove son presenti almeno due interlocutori.

Viviamo attraverso la nostra identità. Si potrebbe dire che la vita è ospitata nella nostra storia, che è presente nell'idea di noi stessi. Il pensare è strettamente collegato al sentire: percepiamo e contemporaneamente pensiamo, riconosciamo ciò che percepiamo nello stesso tempo in cui lo pensiamo e dato che tendiamo a collegare il pensiero ad uno scopo, ogni percezione porta con sé un riconoscimento ed un utilizzo, così la comunicazione porta con sé sempre un fine.

Viviamo in uno stato mentale, in un equilibrio tra pensieri e sensazioni dove gli uni accompagnano gli altri, ed i nostri pensieri sono costantemente influenzati dai nostri umori così come gli umori sono influenzati dai nostri pensieri.

Un buon ascoltatore è un buon comunicatore: quando ascolti lasci da parte le tue credenze, le tue convinzioni ed il tuo mondo per entrare in quello dell'altro.

Chi non fa esperienze non ha un mondo in cui vivere. L'esperienza comunicativa diviene fondamentale per chi ha poche occasioni di relazionarsi con gli altri, e l'ascolto diventa il momento in cui si costruiscono e definiscono reciprocamente i nostri mondi e la nostra identità.

Il reale scopo della comunicazione è condividere una realtà, e nelle relazioni d'aiuto è fondamentale rispettare il principio etico della filosofia costruttivista (Heinz von Foerster) che suggerisce di dare alla persona molte possibilità di scelta, ed il principio estetico che indica come unica strada per la conoscenza quella dell'azione: se vuoi conoscere devi agire.





giovedì, gennaio 25, 2007

La nascita della psicologia costruttivista: George A. Kelly di Ennio
Martignago

presente nel nostro sito dell’associazione ASPeC www.apsec.it

Diversamente da quanti ritengono che il costruttivismo in psicologia
nasca con gli allievi e seguaci di Gregory Bateson, il suo esordio si
deve ad uno "psicologo per caso", che aveva studiato da fisico e
matematico e che per questo fu un grande metodologo e non perdette
l'inclinazione a cercare delle leggi "fisiche" alla condotta umana,
ma che non fece mai il mestiere per cui aveva studiato, finendo per
dare un impulso tale alla psicologia contemporanea finire incompreso
ai suoi coetanei e riscoperto solo 30 - 40 anni dopo, quando gran
parte delle sue concezioni erano emerse da altri studiosi. Oggi ne
riscopriamo continuamente aspetti innovativi ancora poco sfruttati,
ma forse il suo destino sarà di essere incompreso fino a quando non
finirà superato dopo che per altre vie saranno del tutto comprese le
sue idee.
Una prova di questa situazione è il fatto che ancora oggi non ci sia
una traduzione completa delle sue opere principali e che solo nel
2004 uscì la traduzione - incompleta - delle parti principali de "La
psicologia dei costrutti personali".

George Alexander Kelly, classe 1905, aveva in comune con Milton
Erickson, la nascita in una fattoria sperduta e un'infanzia di
povertà nel Kansas. Educato da dei genitori in continua ricerca di
fortuna, da ultimi coloni della frontiera americana, senza una
stabile dimora né centri urbani nelle vicinanze, venne educato in
famiglia e passò direttamente dagli studi autarchici a quelli
universitari, appunto di matematica e fisica. Il suo futuro non
doveva apparirgli così chiaro, visto che passava dalla tentazione di
seguire studi ingegneristici all'attività di insegnamento di lingue e
arte drammatica. Questo fino a che, all'età di 24 anni, vinse una
borsa di studio per conseguire il bacalaureato in pedagogia
all'Università di Edimburgo con un mentore che era al contempo
statistico e pedagogista e che lo introdusse agli studi di
psicologia, che proseguì poi al suo ritorno negli Stati Uniti fino al
1931, quando a 26 anni conseguì il Ph.D. con una tesi sui disturbi
del linguaggio e della scrittura. Allo scoppio della crisi economica
abbandonò definitivamente gli studi per un intenso periodo di
volontariato, un programma di cliniche psicologiche ambulanti che
portavano aiuto a quelli che non avrebbero potuto cercarselo.
Un'esperienza intensiva e una ricerca-azione sul campo con migliaia
di casi che fornirono le basi per un pensiero personale alla teoria
della personalità e alla terapia. Nonostante avesse consultato Freud,
Moreno, Korzybski e altri, la natura autarchica della sua formazione
rafforzata dall'esperienza sul campo furono forse la ragione
principale della libertà di pensiero e dell'originalità delle idee.
La sua storia di clinico si chiude alla fine della guerra con degli
incarichi universitari, succedendo allo stesso Carl Rogers. Da allora
la sua attività pubblicistica è stata inarrestabile, anche se in gran
parte dimenticata o non pubblicata, quasi presentendo che la morte
per lui sarebbe giunta precoce, all'età di 62 anni.
kelly3
La psicologia dei costrutti personali
Nelle intenzioni di Kelly vi era era quella di ridefinire la
psicologia, crearne una avente come oggetto centrale la persona nella
sua unità irriducibile, e proponeva questa teoria in alternativa alle
altre già note, non in contrapposizione con esse. Tante sono le
parentele teoriche e soprattutto metodologiche riscontrabili tra
Kelly e Wittgenstein da lasciare sospettare che vi siano state delle
contaminazioni. Pur essendovi delle constatazioni indiziarie (Kelly
ha maturato il suo interesse per la psicologia in Gran Bretagna dove
lavorava anche Wittgenstein; entrambi hanno dato rilievo allo studio
del linguaggio, entrambi avevano radici matematiche…), non vi sono
prove in tal senso. Rimane che li dubbio sistematico sulle conoscenze
umane e sui fondamenti della realtà è comune ad entrambi, come pure
la metodologia logica stringente e sistematica. Il punto di partenza
dell'americano è la messa in dubbio dell'universo stesso (quello che
diversi decenni dopo Stewart Brand definirà in espansione nella
misura in cui si modificano le lenti dei nostri telescopi - come dire
che l'universo è ciò che la nostra mente e i mezzi che scegliamo
vogliono vedere di esso). Egli parte dal presupposto che, appunto, le
nostre conoscenze o interpretazioni al suo proposito mutino in
continuazione. Coesisterebbero, almeno potenzialmente (come
immaginava anche lo scrittore Phil Dick), delle alternative di
rappresentazione che danno origine ad una posizione metodologica
definita "alternativismo costruttivo". Ovverosia, trasferito sulla
persona, che la persona non ha un'unica biografia, tutta d'un pezzo,
dalla quale dover dipendere, ma che la personalità dell'individuo -
quanto meno la rappresentazione che egli ne ha - è multidimensionale:
siamo nel contempo più copioni simultanei e potenziali vite parallele
in continuo cambiamento.
La metafora da cui si origina il pensiero di Kelly è quasi
autobiografica ed è quella dell’uomo/scienziato per la quale ogni
individuo è come uno scienziato continuamente impegnato nel tentativo
di dare un senso al mondo che sperimenta, di anticipare gli eventi in
cui è coinvolto, elaborare proprie teorie, sperimentare le proprie
ipotesi e valutare i propri lati pratici. Quindi, le regole di
condotta di uno scienziato rappresentano un modello generale per
indagare le regole di condotta delle persone. Il motore segreto di
questo processo sperimentale risiede nelle dinamiche
dell'apprendimento che per Kelly non è un semplice comportamento, ma
piuttosto una dimensione di ordine superiore a quelle descritte nella
teoria. “L’apprendimento non è una speciale sottoclasse dei processi
psicologici; esso è sinonimo di ogni processo psicologico. Non è
qualcosa che accade ad una persona in particolari circostanze ma è
ciò che in primo luogo la rende persona.”
"L’assunto è che di qualsiasi natura possa essere, o in qualsiasi
modo risulti alla fine la ricerca della verità, gli eventi che oggi
affrontiamo sono soggetti a tante costruzioni numerose quanto le
nostre facoltà ci permettono di concepire. Ciò non vuol dire che una
costruzione sia buona come qualsiasi altra (…) ma ci fa ricordare che
tutte le nostre percezioni attuali sono aperte alla discussione e
alla riconsiderazione, e suggerisce ampiamente che persino gli
accadimenti più ovvi della vita quotidiana potrebbero rivelarsi
totalmente trasformati se fossimo sufficientemente inventivi da
costruirli in maniera diversa.”
Kelly non ritiene insomma possibile avere un contatto diretto con la
realtà, percepirla in maniera diretta, senza alcun tipo di
interpretazione. La sola cosa (che ci è) concessa è fare ipotesi su
ciò che la realtà è, per poi verificarne o meno l’utilità.
L’anticipazione rappresenta il tentativo di costruire invarianti per
imporre un minimo d’ordine alla realtà, assimilarne e differenziarne
i diversi elementi. Kelly sostiene che ciascuno ha la propria visione
del mondo (la teoria), le proprie aspettative rispetto a ciò che
accadrà in determinate situazioni (ipotesi), e che il comportamento è
un continuo esperimento dotato di significato, che può cambiare,
venire elaborato, e che è negoziato.
“Una persona è ciò che fa” ci dice Kelly. Abbiamo visto come anche lo
psicologo approcci la realtà attraverso particolari “lenti” (mappe
cognitive e schemi), e nell’approccio all’ “altro” (che in questo
orientamento è una “situazione” che nasce dall’interazione tra ciò
che egli dice di sé e le categorie di chi l’osserva) le opinioni, le
convinzioni, i giudizi che lo psicologo si forma sul paziente saranno
preordinati ed organizzati dagli Schemi di Tipizzazione della
Personalità.
La funzione dello psicologo o del counselor consiste nel leggere le
realtà del cliente per comprenderne meglio il funzionamento mentale
tramite l'uso di parole ed azioni. Si tratta di "agenti che danno la
possibilità al cliente di ripensarsi in altro modo".

I costrutti e i loro corollari
Sicuramente quelle di Kelly sono delle folgoranti illuminazioni nella
storia della psicologia e in particolare di quella applicata.
Tuttavia, la sua attività accademica, le basi formative ed il periodo
storico in cui visse lo spinsero ad una sistematizzazione del
pensiero che alla luce degli sviluppi odierni del costruttivismo
poteva non essere indispensabile e che poté influenzare la percezione
del suo messaggio disperdendolo in leggi logiche talora oscure e meno
potenti del messaggio di base. Da questo lavoro salta agli occhi la
preoccupazione di dimostrare tutta la forza ideativa del suo modello
di uomo ricercatore a razionalità limitata, immerso in una realtà
sperimentale a scarto ridotto e basta su fondamenti provvisori. Il
postulato e i corollari del costruttivismo andrebbero letti in questa
chiave, ovvero della possibilità di cambiare le regole della
psicologia e rappresentarla al di là delle due o tre metafore
dominanti, da quella psicopatologica a quella comportamentista.

"Un costrutto, come la stessa radice semantica lascia intuire, è
l'unità elementare di discriminazione attraverso la quale si attua il
processo di costruzione. (…) I costrutti sono le chiavi di lettura
che rendono il mondo intelligibile: se non disponessimo di tali
criteri di discriminazione, il fluire degli eventi ci apparirebbe
indifferenziato e di conseguenza privo di significato”
“Un costrutto non è né un “pensiero” né una “sensazione”: è un
atto di conoscenza. Si tratta della discriminazione che può essere
operata sulla base di un pensiero razionale, è parte del modo in cui
ci poniamo davanti al mondo come persone complete “

La logica di Kelly è di tipo "geometrico", fatta di postulati e
corollari.
Il postulato fondamentale consiste nel considerare i comportamenti
delle persone diversi da delle reazioni a stimoli e rinforzi, ma
piuttosto come espressioni di progetti e intenzioni basate su una
struttura linguistica in continuo movimento e mutamento. L'essere
umano si organizza come uno scienziato che costruisce continue
ipotesi al fine di prevedere gli eventi futuri. Invece di comportarci
in conseguenza agli eventi del passato (come vorrebbe l'archeologia
psicanalitica), mettiamo in atto la realtà e i comportamenti che più
favoriscono, anticipandola, la previsione formulata che guida i
nostri passi.
Il primo corollario (della costruzione) che deriva da questo
postulato è che “Una persona anticipa gli eventi costruendone le
repliche” (Kelly. 1963, p. 50). Questo ricorda il principio della
coazione a ripetere freudiana, ma al contrario. Per fare sì che il
presente sia una versione integrale del futuro costruiamo delle
simulazioni delle nostre anticipazioni, come se fossero delle
sperimentazioni di laboratorio (il presente è il laboratorio del
futuro).
Il corollario dell'individualità asserisce che la diversità
individuale si basa sulle modalità di anticipare il futuro: “Le
persone differiscono l'una dall'altra nella loro costruzione degli
eventi” (Kelly. 1963, p. 55). Ogni persona, infatti, perché
attribuisce un diverso significato alle stesse esperienze e agli
stessi eventi. La sola opportunità che le persone hanno per
comprendersi consiste nel trovare un accordo per condividere le
weltanshauung, interpretando e integrando fra loro i costrutti,
lavorando sui modelli linguistici sul senso delle singole parole come
opportunità di reciproco supporto e aiuto nella sopravvivenza.
Il corollario dell'organizzazione introduce il concetto di "sistema",
come quell'insieme di costrutti nel quale le incompatibilità e le
inconsistenze sono minimizzate: ogni persona è un'organizzazione, sia
in termini di significato-anticipazioni che di soluzioni-costruzione
che di link, o interconnessioni fra costrutti. I costrutti non si
organizzano solo in base a delle dipendenze reciproche, ma anche per
antinomie, in base al corollario della dicotomia. Come diceva
Eraclito quando parlava di equilibrio armonico di contrasti, anche
per Kelly, "La scelta da parte di una persona di un aspetto determina
sia ciò che deve essere considerato simile sia ciò che deve essere
considerato in contrasto". Ovvero, i significato di un costrutto
viene definito dai suoi opposti e questi non sono solo quelli a tutti
noti (notte-giorno, caldo-freddo…), ma soprattutto quelli particolari
e soggettivi definiti da quadri di significato generati dal modo di
organizzare le proprie esperienze e le anticipazioni.
Un altro corollario importante è quello della scelta che sottolinea
ulteriormente il peso del libero arbitrio della persona. “Una persona
sceglie per sé quell'alternativa in un costrutto dicotomizzato per
mezzo della quale anticipa la maggiore possibilità di elaborazione
del suo sistema". Sceglie, ovvero, l'alternativa che offre il
maggiore potere predittivo. "In altre parole, per mantenere il
proprio mondo prevedibile, una persona struttura la propria identità
come una rete di costrutti nucleari, investiti di significati
personali, che la proteggono da possibili invalidazioni e sceglie di
muoversi nella direzione che sembra condurre verso una maggiore
elaborazione del proprio sistema". Ogni costrutto ha poi un proprio
"campo di pertinenza" e questo è definito e limitato ad una
determinata area di esperienza. Un altro limite del costrutto deriva
dal venire prima o poi sottoposto alla "verifica della vita". Se le
nostre anticipazioni falliscono di fronte all'esperienza ci vediamo
costretti a rivedere il nostro sistema, a "ri-costruirlo". Non solo
la validazione dei costrutti, ma forse ancor più la loro
invalidazione fanno sì che il sistema di costrutti evolva
progressivamente verso la maggiore predittività possibile (in linea
con il falsificazionismo popperiano). Secondo il corollario della
modulazione è la permeabilità di un costrutto a definire quanto esso
potrà "assimilare nuovi elementi all'interno del suo campo di
pertinenza e generare nuove implicazioni”. Questo criterio ci indica
la possibilità che viene offerta dai costrutti più permeabili, ovvero
sia più in grado di assumere esperienze nuove, di comprendere vicende
ed eventi che ci possono apparire di primo acchito incomprensibili,
non sapendo come poterli inquadrare. Kelly afferma poi che “una
persona può impiegare di volta in volta una varietà di sottosistemi
di costruzione che sono deduttivamente incompatibili gli uni con gli
altri”, secondo il corollario della frammentazione che consente di
affermare che una persona può essere un buon padre sia quando è
affettuoso che quando è severo con i propri figli, perché i costrutti
genericamente dicotomici di affettuosità e severità sono di un
livello sotto-ordinato rispetto a quello di "buon padre" che li
comprende e ne integra la dicotomia. I costrutti che usiamo poi ci
rendono più o meno affini fra di noi per il corollario di comunanza
secondo il quale “nella misura in cui una persona impiega una
costruzione dell'esperienza simile a quella impiegata da un'altra, i
suoi processi sono psicologicamente simili a quelli dell'altra
persona”. Questo è un principio di ordine previsionale perché ci
consente ad esempio di asserire che persone simili non solo devono
formulare le stesse previsioni, ma devono anche elaborarle nello
stesso modo. L'ultimo corollario è dedicato alla socialità e descrive
i costrutti come uno strumento , non solo per frazionare la realtà in
fenomenologie individuali, ma anche di condividere l'esperienza e di
comprendere gli altri accogliendoli nei nostri schemi di significato.
“Nella misura in cui una persona costruisce i processi di costruzione
di un'altra, può giocare un ruolo in un processo sociale che
coinvolge un'altra persona”. Possiamo metterci nei panni dell'altro
ragionando con il suo modo di ragionare, guardando con i suoi
occhiali, costruendo il mondo con una logica derivata da delle
previsioni simili. Da queste ultimi punti è evidente, se non fosse
stato abbastanza chiaro finora, che la psicologia dei costrutti
personali è una psicologia fenomenologica.

Al di là di ragione e sentimento
Kelly, segno dei tempi in cui scriveva e dell'impostazione
disciplinare sente il bisogno di dettare regole e poi di
classificare. Così distingue fra differenti classi di costrutti, da
quella basata sulla natura del controllo sugli elementi, a quella in
base al campo di pertinenza dei costrutti, a quella in base al
processo di costruzione.
Ma l'originalità e la fecondità della teoria di Kelly la si riscopre
nel momento in cui viene applicata a categorie problematiche
tradizionali, come quelle che egli definisce "transizioni", ovvero
stati di cambiamento dei costrutti, quelli che con modelli più
recenti si potrebbero definire "catastrofi" strutturali (Thom) della
personalità, che lo psicologo affronta superando la storica antinomia
fra cognizione ed emozione (sulla scorta di quella che di recente è
stata definita come "intelligenza emotiva"). Egli nei individua un
certo numero, ovvero l'ansia, l'ostilità, la colpa, la minaccia, la
paura, l'aggressività, l’amore, i cicli dell’esperienza,
l’impulsività e la creatività. Straordinaria è la descrizione della
prima come "la consapevolezza che gli eventi che ci troviamo di
fronte giacciono per lo più al di fuori del campo di pertinenza del
nostro sistema di costrutti”. Ci mancano le coordinate per spiegarci
gli eventi e per formulare delle anticipazioni efficaci. Sarei
costretto ad operare una ristrutturazione profonda di tipo
copernicano, una di quelle che Kuhn chiamava cambiamenti di paradigma
e questo mina le fondamenta della mia sicurezza. La mia realtà è
insicura, imprevedibile, fuori da ogni controllo e il mio sistema di
significati è sguarnito ad affrontare ciò che mi trovo a vivere.
"Ostilità: è lo sforzo continuo di estorcere prove validazionali a
favore di un tipo di previsione sociale di cui è già stato
riconosciuto il fallimento”. Diventiamo ostili quando vogliamo
preservare intatto il nostro sistema di costrutti poiché non abbiamo
modi alternativi di costruire l'esperienza. Smettiamo di essere
ostili solo quando elaboriamo punti di vista molteplici e alternativi.
“Aggressività: è l'elaborazione attiva del campo percettivo”.
L'aggressività è un modo di prendere gli eventi "di petto", di
passare al vaglio le esperienze, pronti se necessario a modificare le
proprie costruzioni. In questo senso, è il contrario dell'ostilità. È
una continua sperimentazione che può suscitare difesa e irrigidimento
da parte degli altri (perché, a volte, si traduce in irruenza,
arroganza, sicurezza eccessiva), ma è anche sinonimo di flessibilità,
di apertura, di disposizione ad accogliere le costruzioni degli altri
e a mettere in discussione le proprie.
La colpa "è la consapevolezza della rimozione del Sé dalla struttura
nucleare del ruolo”, rappresenta la dissonanza profonda tra la nostra
immagine privata e l'immagine riflessa nel nostro agire, pensare,
vivere. Abbiamo tradito l'organizzazione dei valori e così un atto
violento, agito da una persona mite, può causare una sofferenza per
il mancato rispetto di un principio di fondamentale importanza unito
alla consapevolezza di non essere perfettamente padrone del proprio
agire.
“Minaccia: è la consapevolezza di un imminente e ampio cambiamento
nelle strutture nucleari". Anche la malattia grave rappresenta per
tutti una minaccia: esprime tutta la portata di un cambiamento di
fronte al quale ci sentiamo impotenti.
La paura invece "è la consapevolezza di un imminente e circoscritto
cambiamento nelle strutture nucleari”. A differenza della minaccia
non ci sentiamo sopraffatti, sperimentiamo solo la tensione di un
cambiamento imminente e quindi di qualcosa di sconosciuto che si
affaccia al nostro orizzonte.
Il ciclo "circospezione - prelazione - controllo" conduce ad una
scelta che fa precipitare la persona dentro una situazione" in cui la
vita si presenta come una scelta tra i poli di un costrutto.
L'Impulsività caratterizza "il periodo di circospezione che
normalmente precede le decisioni" quando questo "viene indebitamente
abbreviato” e la persona tenta all’improvviso di trovare una
soluzione ad un problema, con la possibilità che questa provi ansia,
colpa oppure che si senta minacciata.
“Il ciclo della creatività è un ciclo che parte da una costruzione
allentata e termina con una costruzione ristretta e valicata”.
Questo processo consiste in un allentamento ed in un restringimento
che fa emergere nuovi significati.
Dalla psicologia dei costrutti personali è nata dal counseling e ad
esso ritorna, come pure genera uno stile psicoterapeutico che mira ad
aiutare la persona ad affrontare i problemi della vita quotidiana
dopo una attenta valutazione della realtà che il cliente percepisce e
costruisce in modo da offrirgli la possibilità di elaborare nuovi
costrutti.

sabato, dicembre 09, 2006

LA PROFEZIA DI CELESTINO

RECENSIONE A CURA DI BARBARA BRANCATELLI

Quante volte ci siamo ritrovati a pensare alla nostra esistenza? Incessantemente cerchiamo di dare un significato alla nostra vita, siamo alla ricerca di appagamento, ma appena raggiungiamo un obiettivo, non ci accontentiamo e desideriamo giungere ad una nuova meta, secondo un lavorio continuo che apparentemente non ci porta a nulla.
Ci relazioniamo quotidianamente con le persone che ci circondano, ma non sempre diamo un valore, il giusto valore agli incontri fortuiti che potrebbero davvero cambiarci la vita…personalmente l’incontro con l’ipnosi e con le persone che me l’hanno fatta conoscere mi ha cambiato la vita, mi ha permesso di prendere consapevolezza di me stessa, delle mie risorse e delle mie possibilità di miglioramento, mi ha insegnato a salire sulla torre per osservare le situazioni dall’alto, nella loro globalità.
Ho ritrovato la magia di questo processo di consapevolezza e di evoluzione leggendo il libro di James Redfield che con la sua parabola sulla vita vuole dare la possibilità al lettore di entrare profondamente dentro se stesso per trovare le risposte, le soluzioni ai problemi esistenziali.
Il protagonista del racconto è un Manoscritto del 600 a.c. che viene scoperto poco per volta e diventa oggetto di studi e di ricerche, in quanto contiene nove chiavi per interpretare l’esistenza. Uno psicologo americano si lascia incuriosire dalla ricerca del Manoscritto, affidandosi alle coincidenze di ogni giorno che altro non sono che consapevolezze che aprono nuove porte alla conoscenza e definiscono il suo destino. In tal senso, vengono ripresi i presupposti del costruttivismo secondo cui noi esseri umani creiamo la realtà che vogliamo, modellandola con i nostri schemi mentali.
Il Manoscritto è diviso in sezioni, ognuna delle quali dedicata ad una percezione della vita; gli esseri umani comprendono il significato delle percezioni in modo sequenziale, una dietro l’altra, in modo da passare dallo stato in cui si trova la Terra attualmente ad una cultura completamente spirituale. Il fascino del racconto sta proprio nel fatto che la trasformazione avviene un passo alla volta, come la conoscenza di sé e del mondo, in concomitanza con la scoperta di ogni Illuminazione, creando suspance, seminando curiosità ed interesse, e dando spunti di riflessione su questioni apparentemente banali, ma sicuramente stimolanti.
Anche l’idea del viaggio alla ricerca di tutti i pezzi che possono completare il puzzle esistenziale rappresenta metaforicamente il nostro percorso di crescita personale che ci permette di aggiungere nuove esperienze per sentirci sempre più completi, saggi…mentori di noi stessi.
Lottando contro la Chiesa e il governo, lo psicologo parte dalle Ande per cercare le Nove Illuminazioni dell’antico testo e le troverà fra incontri misteriosi, coincidenze, peripezie, pericoli…che rappresentano gli ostacoli e le occasioni con i quali ci imbattiamo vivendo la nostra esistenza e il destino lo creiamo decidendo di sfruttare o no tali possibilità. Una volta trovate tutte le profezie, si avrà una nuova visione della vita e di come si potrà “salvare” il genere umano e la natura che lo circonda.
La Prima Illuminazione è la nuova considerazione del mistero che circonda la nostra vita: l’attenzione alle coincidenze, all’incontro con qualcuno o qualcosa che conduce alle stesse possibilità che avevamo già immaginato e poi abbandonato, e che in qualche modo ci cambiano la vita. Viviamo queste strane coincidenze e, pur non comprendendole, sappiamo che sono reali, proprio come accadeva durante l’infanzia, quando imparavamo qualcosa ogni giorno desiderando e sapendo che c’era molto altro da scoprire.
L’effetto della Seconda Illuminazione è quello di fornire con esattezza un tipo di prospettiva storica che dovrebbe permetterci di conoscere il contesto più ampio entro il quale si svolge la nostra vita, che non è solo evoluzione tecnologica, ma specialmente evoluzione del pensiero. Colloca le predizioni del Manoscritto in un contesto più esteso che le rende non solo credibili, ma addirittura inevitabili. Questa innovativa prospettiva si interessa non tanto di date ed eventi, ma di quello che pensavano e sentivano le persone nei diversi periodi storici. Attraverso una sorta di ipnosi regressiva, si può ritornare all’anno Mille, immaginando di viverlo davvero, per poi andare avanti nel tempo e “rivivere” i cambiamenti mentali e le emozioni sperimentate dalle persone che si trovavano realmente nei diversi momenti storici, alimentandoci di sensazioni.
La Terza illuminazione descrive una nuova comprensione del mondo fisico e ci insegna a percepire quella che in passato era una forma invisibile di energia. La materia basilare dell’universo si presenta come una specie di energia pura che si piega alle intenzioni e aspettative umane in un modo che sfida l’antico modello meccanicistico del cosmo e riprende il lavoro sui quanti di Albert Einstein. Secondo la predizione, intorno alla fine del secondo millennio, gli uomini dovrebbero scoprire una nuova energia alla base di tutte le cose, esseri umani compresi, e che da questi si irradia. La percezione nuova di questa energia sarebbe iniziata con una maggiore sensibilità nei confronti della bellezza. Concentrando l’attenzione su una pianta (monoidea), ad esempio, si può immaginare l’energia che emana e visualizzarla in uno stato di trance per beneficiare delle sensazioni che tale flusso energetico ci trasmette.
Il modo in cui gli esseri umani competono per l’energia è la Quarta Illuminazione. Ad un certo punto noi esseri umani avremmo visto l’universo come la manifestazione di un’energia dinamica in grado di sostenerci e rispondere alle nostre aspettative. Al tempo stesso ci saremmo accorti di essere stati allontanati dalla fonte più ampia di questa energia, emarginandoci e sentendoci di conseguenza deboli ed insicuri. A causa di questo distacco, noi esseri umani abbiamo sempre cercato di aumentare la nostra energia personale tentando di “rubarla” psicologicamente agli altri (forma inconscia di competizione che è alla base di tutti i conflitti umani del mondo), in quanto è l’unica modalità che conosciamo. La Quarta Illuminazione esamina i conflitti che quotidianamente avvengono durante la relazione con le altre persone: il conflitto nasce dal bisogno degli uomini di controllare e dominare gli altri, per cui da una conversazione qualsiasi ne esce un debole e un forte che riceve una forte carica psicologica dalla sua capacità di imporre il suo punto di vista. Il fatto di comportarsi come l’uno o l’altro dipende dall’educazione ricevuta dai genitori, dai modelli di comportamento che ci hanno trasmesso che si sono radicati in noi. Capire la Quarta Illuminazione vuol dire considerare il mondo come un vasto luogo di competizione per l’energia e quindi per il potere; ma non appena noi esseri umani comprenderemo tale lotta, riusciremo a superare il conflitto e ci libereremo da esso per il possesso dell’energia perché saremo finalmente capaci di riceverla da un’altra fonte.
La Quinta Illuminazione descrive una nuova comprensione di ciò che a lungo è stato definito come coscienza mistica. Il Manoscritto dice che questa esperienza è la chiave per porre fine ai conflitti umani nel mondo perché ci permette di ricevere energia da un’altra fonte a cui si può far ricorso con il semplice desiderio. Entriamo in conflitto con le persone perché troppo spesso ci sentiamo privi della nostra stessa energia e quindi emarginati, ma possiamo porre rimedio a questa mancanza stabilendo un contatto con una fonte superiore, l’universo, che può fornirci tutto quello di cui abbiamo bisogno, se sappiamo aprirci, se apprezziamo la bellezza di quello che ci circonda e di quello che abbiamo, con semplicità. Questa Illuminazione rivela che esiste una fonte alternativa di energia a cui si può accedere solo attraverso l’attuazione di un processo di consapevolezza che comporta il riconoscimento del meccanismo infantile della ricerca dell’attenzione altrui, definito dramma del controllo inconscio.
La Sesta Illuminazione definisce che cosa si intende per dramma del controllo inconscio e suggerisce come superarlo. Il primo passo da compiere nel processo di chiarificazione consiste nel ripercorrere mentalmente, attraverso uno stato di coscienza alternativa, il proprio passato, la vita familiare per capire come si è formata questa abitudine: vederne l’inizio ci aiuta a mantenere la consapevolezza del nostro modo errato di esercitare il controllo. Per impadronirsi dell’energia, alcuni agiscono in modo aggressivo, costringendo le persone a prestare loro attenzione, altri passivamente, sfruttando la sensibilità e la curiosità degli altri. Il dramma può quindi essere classificato in questo ordine: intimidatorio, inquisitore, troppo riservato e vittimistico, che in qualche modo rispecchiano i modelli genitoriali descritti da Missildine ne “Il bambino che sei stato”. Ognuno di noi deve tornare indietro, risalire alla propria esperienza familiare, ai tempi e ai luoghi dell’infanzia; quando diventiamo consapevoli del nostro dramma del controllo, possiamo concentrarci sulla verità della nostra famiglia, nascosta dietro ad ogni conflitto di energia. La verità che scopriamo è in grado di infondere energia alla nostra esistenza: ci dice chi siamo, il sentiero su cui ci troviamo e cosa stiamo facendo. Dopo aver chiarito e superato il nostro dramma, dobbiamo comprendere l’alto significato per cui siamo nati proprio dai nostri genitori e per che cosa ci hanno preparato i cambiamenti e le svolte della vita. Abbiamo uno scopo spirituale, una missione che abbiamo cercato di portare a compimento senza esserne consapevoli, e quando raggiungiamo tale consapevolezza la nostra vita può davvero decollare.
La Settima Illuminazione riguarda il processo di evoluzione consapevole grazie al quale si diventa ricettivi verso ogni coincidenza e risposta che l’universo fornisce; descrive il modo in cui certi oggetti si pongono sul nostro cammino e certi pensieri ci fanno da guida. Questa Illuminazione parla dei sogni e spiega come interpretarli: occorre confrontare la storia del sogno con quella della propria vita perché i sogni vengono a darci qualcosa che ci è sfuggito sulla nostra vita. Oltre ai sogni, anche i pensieri e le fantasticherie (sogni ad occhi aperti) ci guidano: ci mostrano una scena, un avvenimento e ciò indica che questo fatto può accadere; per cui, se facciamo attenzione, possiamo prepararci a queste svolte della nostra esistenza. Infine, la Settima Illuminazione spiega che, per avere coscienza dei nostri pensieri, bisogna assumere la posizione dell’osservatore (metaposizione), ovvero chiederci perché abbiamo avuto quel pensiero in quel momento e in che modo si lega alla nostra esistenza; dobbiamo subito sostituire le immagini negative con altre positive, in modo che in breve tempo non si presentino più, mentre bisogna prendere sul serio le visioni negative che continuano a tornare.
L’Ottava Illuminazione parla del modo in cui gli uomini impareranno a relazionarsi tra loro, proiettando sugli altri la propria energia ed evitando la dipendenza da altre persone; spiega come usare l’energia in modo nuovo nella relazione con gli altri, partendo dall’inizio, cioè dai bambini, che altro non sono che creature in via di sviluppo che facilitano il nostro cammino verso la verità. Ma per potersi evolvere, hanno costantemente bisogno della nostra energia, senza condizioni, non devono subirla e per questo motivo devono essere coinvolti nelle conversazioni fra adulti, specialmente in quelle che li riguardano. Chi si occupa di un bambino, deve dedicarsi a lui completamente e solo a lui per un determinato periodo. Bisogna trovare il modo di dire sempre la verità al bambino, usando un linguaggio che può comprendere. Questa Illuminazione avvisa che l’evoluzione può interrompersi se si diventa dipendenti di un’altra persona: bisogna vivere una relazione di livello superiore con la persona dell’altro sesso, dobbiamo completare da soli il nostro “cerchio” e poi “fonderlo” con quello della persona amata. Infine, il Manoscritto dice che chiunque attraversi il nostro cammino, ha un messaggio per noi che possiamo cogliere attraverso alcuni segni, come un contatto visivo, una sensazione di riconoscimento, una particolare espressione del viso… Il testo antico aggiunge come interagire consapevolmente all’interno di un gruppo: l’energia e le vibrazioni devono aumentare grazie all’energia emanata da tutti gli altri; quando ciò avviene, i campi di energia dei membri del gruppo si uniscono fra loro, creando un’enorme quantità di energia. In un gruppo funzionale, ognuno sa quando parlare e cosa dire perché vede la vita con maggiore chiarezza; questa è la Persona Superiore di cui parla l’Ottava Illuminazione nell’ambito di una relazione romantica fra uomo e donna. Ognuno cerca quindi di tirare fuori il meglio da chi lo circonda, atteggiamento che secondo il Manoscritto verrà assunto dall’intero genere umano ed è l’obiettivo primario del counsellor, secondo la visione costruttivista.
La Nona Illuminazione spiega come cambierà la cultura umana per via dell’evoluzione consapevole: gli uomini vivranno immersi nella natura, occupandosi di alberi centenari e giardini; i mezzi di sopravvivenza saranno a disposizione di tutti; guidato dalle proprie intuizioni, ognuno saprà esattamente cosa fare e quando farlo e si adatterà così alle azioni degli altri; nessuno eccederà nei consumi perché si supererà il bisogno del possesso fine a se stesso; la nostra esigenza di dare un senso alla vita verrà soddisfatta dall’entusiasmo per la nostra stessa evoluzione. L’Illuminazione descrive un mondo meno frenetico e più sensibile rispetto agli eventi significativi e alle coincidenze. Per capire come si svolgerà questa trasformazione, occorre visualizzare il prossimo millennio, quando avverrà, cercando di viverlo interamente nell’arco della vita (ipnosi progressiva). Il cambiamento successivo sarà la produzione automatizzata delle merci con lo scopo di creare del tempo libero di cui la gente ha bisogno per dedicarsi ad altri compiti, per ricercare costantemente la verità. Quando cominceremo a dare costantemente, riceveremo sempre più di quanto possiamo dare. Il Manoscritto può chiarire molte religioni, suggerendo che nell’arco della storia umana può accadere che un individuo capisca il modo esatto di mettersi in contatto con la fonte di energia divina e diventi così un esempio duraturo della possibilità di tale connessione. La Nona Illuminazione rivela il nostro destino finale: in quanto esseri umani siamo il punto di arrivo dell’intera evoluzione. Prendendo consapevolezza, guardando dentro noi stessi, le vibrazioni si fanno sempre più elevate fino a quando interi gruppi di persone diventeranno improvvisamente invisibili a chi sta ancora vibrando a livelli inferiori. Questo è segno che stanno superando, oltrepassando la barriera tra questa vita e l’altro mondo, quello da cui proveniamo e dove torneremo dopo la morte. Ad un certo punto, ognuno di noi vibrerà ad un livello abbastanza alto da arrivare al paradiso, mantenendo però la nostra forma. Ciò avverrà nel terzo millennio per la maggior parte delle persone. La Nona Illuminazione parla di una Decima Illuminazione, ma non è stata ancora trovata e nessuno sa dove sia…e così la ricerca della verità continua…
Questa metafora della vita, oltre ad essere un’avvincente avventura, pur se piuttosto utopica specialmente nella sua parte finale, offre spunti di riflessione su se stessi e sulla relazione con gli altri, e permette di sperimentare una connessione più profonda con la nostra energia divina.
“Da almeno mezzo secolo si è fatta strada una nuova consapevolezza, una presa di coscienza che può essere definita trascendente, spirituale. Se vi trovate a leggere questo libro, forse vi siete già accorti di cosa sta succedendo perché lo sentite dentro di voi”.


JAMES REDFIELD, La profezia di Celestino, ed. Corbaccio, Milano, 1994.

venerdì, novembre 24, 2006

LA PSICOLOGIA DEL FARE: COME ORIENTARSI NELLA MAGIA TERAPEUTICA

di Marco Chisotti, Antonello Musso, Paola Sacchettino

Dalla psicologia teorica studiata all’università, passare alla magia terapeutica (esperienza clinica) vuol dire imparare a palare il linguaggio del paziente, il linguaggio delle emozioni, cioè il linguaggio del quotidiano; vuol dire affrontare i problemi reali, sopportare litigi, dipanare le matasse che si creano attraverso percorsi a “senso unico” come il non capirsi, l’essere stanchi e provati, avere il desiderio di cambiare qualcosa, senza sapere che cosa, vivere gli alti e bassi della routine.
Insomma condividere il fardello della parte, in quel momento, più fragile della persona.
In questi momenti le teorie e le cognizioni accademiche sono più di impiccio che di aiuto, perdono del loro significato: ciò che più conta è coinvolgersi nel vissuto della persona, più che porsi domande e darsi risposte. Magari piangere, rattristarsi per l’evento, né più né meno di come può fare un buon amico.
Solo così si guadagna la stima e la fiducia di chi mette tra le nostre mani la propria vita.
Questo discorso sembra semplicistico, soprattutto alla luce delle teorie che nel corso dei millenni si sono sprecate intorno alla cognizione di persona, ma occorre non dimenticare che questa, nella sua essenza, è molto meno complicata di come possa apparire.
La vita, in fondo, ruota intorno a cinque punti fondamentali, semplici e chiari, nei quali troviamo un po’ tutti gli aspetti dell’esistenza della maggior parte delle persone che crescono in armonia e in equilibrio: l’infanzia (bambino), momento in cui siamo tutto corpo ed emozioni, spensieratezza, fantasia e creatività.
In questa fase inizia a svilupparsi il potenziale di cui è dotato l’essere umano, fino a prepararsi all’adolescenza, con lo sviluppo del pensiero astratto, del dialogo, della socializzazione, della distinzione tra sé e gli altri. In questo momento è fondamentale per la persona guadagnarsi con l’intelligenza il passaggio alla vita adulta, vita responsabile che richiede impegno.
A queste difficoltà di adattamento si aggiunge la fatica che il ruolo di adulti comporta, sia che ci si impegni verso i propri figli, sia che ci si occupi di se stessi, nella dimensione di genitore affettivo, sia nella dimensione di genitore normativo, che si prende e dà impegni e responsabilità in prima persona.
A queste esperienze fa seguito il ruolo occupato nella società, nel proprio lavoro, nella propria professione.
Al di fuori della psicopatologia vera e propria, la maggior parte dei problemi nasce dallo sforzo che richiede l’adattamento alla vita sociale, al mondo del lavoro, allo sviluppo di un ruolo professionale, alla soddisfazione e gratificazione per il proprio impegno, alla difficoltà a trovare tempo per sé, vivendo la vita in una dimensione di pesantezza e rassegnazione.
E’ in questo scenario che il counsellor (persona che si occupa di relazione d’aiuto), trova il suo spazio operativo, tenendosi lontano dalle diagnosi e dai perché. Il suo compito è quello di tirare fuori le risorse della persona, di aiutare a tracciare una nuova via, a ritornare un po’ giovani nella mente, se non è possibile farlo con il corpo, in una dimensione di leggerezza e di autoironia, per guardare nuovamente alla vita, come con gli occhi di un bambino.
Il punto forte dell’ipnosi sta nella storia dell’umanità, da sempre, è nata molto prima dell’analisi e delle deduzioni logiche, ma non per questo si è fermata ad uno stadio primordiale dell’esistenza umana, era ed è tutt’oggi un contenuto di sostanza che molto bene si sposa con la semplicità e la funzionalità dell’individuo.
L’ipnosi naturalistica, che tutti quanti vivono ogni novanta minuti circa, è un’esperienza che i ritmi ultradiani ci impongono; il cervello rallenta la sua attività, abbassandoci la critica (conoscenza) e portandoci verso un mondo indifferenziato della curiosità, della creatività, della fantasia, un mondo cioè in cui l’intuizione ci guida evitandoci le trappole del pensiero complesso e strutturato: ci porta ad agire e ci dà nuove opportunità di scelta.
L’ipnosi terapia riproduce questi momenti fisiologici e come in un sonno ci guida in un sogno dove torniamo ad essere protagonisti rincuorati e soddisfatti della nostra vita.
A questo punto si potrebbe obiettare che la realtà ci fa fare dei “conti” diversi, ma qui sta l’intuizione del pensiero costruttivista, animato da uomini che hanno saputo guardare la vita con occhi da bambini, hanno saputo intuire quanto il nostro cervello fosse un vero e proprio emulatore della realtà, trovandoci veri e propri costruttori della realtà condivisa.
E come tu hai già capito, sei protagonista di questo disegno; tu, il tuo inconscio, il tuo spirito guida, sono solidali con esso, lo comprendono perché lo vivono e ne fanno parte.
Il terapeuta che c’è in te comprende il disegno del counsellor che ti abbiamo proposto e lo fa suo.

giovedì, ottobre 05, 2006

TERAPIA FOCALIZZATA SULLE RISORSE
VS TERAPIA EPISODICO – ESPERIENZIALE

di Marco Chisotti, Ennio Martignago, Antonello Musso e Paola Sacchettino

R.F.T. (Resource Focused Therapy) è il termine coniugato da Keeney per definire uno stile terapeutico dove l'attenzione viene costantemente orientata alla ricerca delle risorse del cliente. Al pari della terapia episodica sottolinea l'attenzione che va riposta nel considerare ogni incontro come un'esperienza a sé un momento dove attraverso la relazione avvengono dei cambiamenti strutturali in ognuno, terapeuta e cliente. Alle volte i cambiamenti strutturali divengono cambiamenti organizzativi, cambiamenti che interessano l'organizzazione mentale stessa della persona. Ciò che più conta è portare il cliente verso le proprie risorse, quindi lasciarlo continuare nella sua narrazione fino a che non tende ad uscire dalle proprie risorse, a quel punto si interviene nuovamente per riportarlo sulle risorse. Questo atteggiamento terapeutico permette di focalizzarsi sulle possibilità che notoriamente sono svanite in chi denuncia un problema o avverte delle difficoltà. Permette inoltre di affrontare e risolvere un tema alla volta, il rischio che si corre spesso in terapia è proprio quello di correre dietro a mille rivoli narrativi senza riuscire a risolvere nulla, bensì entrando nella complessità ingestibile del tutto indifferenziato in cui si trova la persona. Oltremodo l'attenzione alle risorse ed alle esperienze aiuta a non cedere alle lusinghe fuorvianti che si ottengono nel dar spazio a diagnosi ed aspettative terapeutiche che tendono a generare, a loro volta, comportamenti lusinghieri da parte del cliente rispetto alle attese del terapeuta, a sua volta orientato dalle sue teorie e conoscenze nei confronti del cliente. Non la ricerca di patologie, ma lo sviluppo di risorse.
Ecco dunque nascere un percorso terapeutico che genera spiegazioni solo attraverso sequenze di azioni suggerite ed adottate dal cliente durante la terapia. Ecco in sintesi il percorso, nei punti, suggerito dal mio approccio alla terapia esperienziale, riportato da Keeney nel suo libro “Terapia focalizzata sulle risorse”.
Il terapeuta deve raccogliere il minor numero di informazioni dal paziente o quelle ritenute essenziali, per evitare un aumento della complessità e perché ogni paziente ha una riserva infinita di contraddizioni, cambiamenti continui, credenze nelle quali sarebbe facile perdersi, inutilmente.
Utilizzare la minima quantità di tempo nel raccogliere informazioni, focalizzando ogni singola seduta sulle sue risorse disponibili, mantenendo la sua attenzione sul momento emotivo/esperienziale che sta vivendo “qui ed ora”.
Al contempo va utilizzata la minor quantità possibile di teoria in quanto il terapeuta non deve arroccarsi dietro la stessa, quanto deve fidarsi di se stesso e delle sue tecniche. Le teorie servono per esercitarsi, ma ciò che conta durante la terapia è il coinvolgimento di se stesso come terapeuta nella relazione con il cliente, all’interno della seduta.
Inoltre il terapeuta deve fare il minimo, ascoltando il cliente fino a che rimane nel contesto delle sue risorse, interrompendolo solo nel momento in cui tende a vittimizzarsi, allontanandosi dalle sue qualità positive, per riportarlo sulle sue risorse e dandogli il giusto equilibrio.
E’ bene che il terapeuta rimanga “quieto” e, soprattutto, niente psicologia, che porterebbe fuori dal campo delle risorse per cadere nuovamente nella logica delle teorizzazioni, ovvero occuparsi di condotte vuote di senso.
Niente sociologia, niente ideologia, ma improvvisazione perché il paziente è una teoria a sé.
E’ possibile avere un’inversione del senso comune attraverso un comportamento esplorativo dove la curiosità del terapeuta è fondamentale.
Viene ribaltato il senso comune: non si deve partire da un significato per descrivere le singole azioni, bensì utilizzare le singole azioni per giungere ad un significato.
La vita non è altro che l’emergere delle nostre singole azioni ed esperienze, dunque “agire per vedere e non vedere per agire”.
In una visione sistemica contestuale che tale approccio suggerisce, ci si deve basare totalmente sul vissuto del cliente e di tutte le persone che interagiscono con lui a creare quella rete di relazioni, che mantengono lo status quo, sia solutivo, che problematico.
Ad es. se il panico del terapeuta è reattivo al dubbio che un cliente manifesta relativamente al suicidio, egli contribuisce potenzialmente a rinforzare la credenza del cliente nella realtà del suicidio stesso.
Nella terapia non esiste un narratore ufficiale, che implicherebbe dei ruoli prestabiliti terapeuta/paziente, con tutte le aspettative e i limiti che detti ruoli portano con sé, ma una relazione circolare, come già nell’ipnosi il guidare e l’essere essere guidati.
Il flusso delle spiegazioni va bloccato e si deve lavorare sul “non sense”, per aiutare il cliente a costruire nuove strade con cui dare un senso alla propria vita.
Partendo dal presupposto che un fatto non è come è, ma come lo descrivi, aiutare un cliente vuol dire ridisegnare con lui (in corresponsabilità), una nuova mappa di sé e della sua realtà.
Sono le domande non banali, domande che non hanno ancora una risposta e le reazioni del cliente a queste domande che devono incuriosire il terapeuta; la terapia va vissuta più come teatro, in cui allenare il cliente al personaggio desiderato. Maggiore è il coinvolgimento terapeuta/paziente che si riesce ad ottenere, maggiore è l’indice che ci si trova in un contesto di risorse, dove il comportamento assurdo che rompe gli schemi è legittimo e la sperimentazione è benvenuta.


(versione inglese)

THERAPY FOCUSED ON RESOURCES VS EPISODIC-EXPERIENTIAL THERAPY

Written by Marco Chisotti, Ennio Martinago, Antonello Musso and Paola Sacchettino

RFT (Resource Focused Therapy) is the term conjugated from Keeney in order to define a therapeutic style where the attention is constantly oriented to the search of resources of the customer. As the episodic therapy, it emphasizes the attention on every encounter like an experience apart, a moment in which trough the relation happen structural changes in everyone, therapist and customer. Structural changes sometimes become organizational changes, changes interesting the mental organization of the person. The most important thing is carrying the customer towards his own resources, then leaving him continue in his narration until he does not incline to exit from his own resources, so you can bring him back again on his resources. This therapeutic attitude allows to focus on the possibilities that usually vanish in who denounce a problem or perceives difficulties. It moreover allows to face and to resolve a topic at a time; the risk that is often run in therapy is running behind thousand narrations without solving anything, but entering the unmanageable complexity of the undifferentiation where the person finds herself. Otherwise the attention to resources and experiences helps not to yield to misleading flatteries you obtain in giving space to diagnoses and therapeutic expectations that incline to generate, in their turn, flattering behaviours for the customer’s part about the waits of the therapist, in his turn oriented by his theories and knowledge towards the customer. Don’t search for pathologies, but for development of resources.
This way is born a therapeutic distance that gives explanations only through sequences of actions suggested and adopted by the customer during the therapy. Here in synthesis the distance, in points, suggested by my approach to the experiential therapy, brought back by Keeney in his book “Therapy focused on the resources”.
The therapist must collect the less number of information from the patient or only the essential ones, in order to avoid an increase of complexity and because every patient has an endless reserve of contradictions, continuous changes, believes in which it would be easy to get lost, uselessly.
Use the minimal amount of time in collecting informations, focusing every single sitting on his available resources, keeping his attention on the emotional/experiential moment he is living “her and now”.
At the same time, you should use the less amount of theory because the therapist does not have to retreat behind it, but he must trust himself and his techniques. Theories are useful to practice, but what is more important during the therapy is the involvement of himself as therapist in relation with the customer.
Moreover the therapist must do the minimum: listening to the customer until he remains in the context of his resources, interrupting him only when he inclines to victimize, going away from his positive qualities, in order to bring back on his resources and giving him the right equilibrium.
Is good that the therapist remains “quiet” and, above all, no psychology that would carry outside of the field of resources to fall again in logic of theorizations, in other words involving in senseless behaviours.
No sociology, no ideology, but improvisation because the patient is a theory apart.
It’s possible to have a turn of common sense through an exploratory behaviour where the curiosity of the therapist is essential.
Common sense is overturned: you don’t have to start from a meaning to describe single actions, but to use the single actions to reach the meaning.
Life is emerging out of our single actions and experiences, therefore “acting in order to see and not seeing in order to act”.
In the global vision that such approach suggests, you must be totally based on the lived of the customer and of all the people who interact with him to create the net of relations that maintain the status quo, both resolutive and problematic.
For example, if the panic of the therapist is reactive to the doubt that a customer shows to the suicide, he potentially contributes to reinforce the belief of the customer in the reality of suicide.
In therapy there isn’t an official narrator, who would imply pre-established roles therapist/patient, with all expectations and limits that such roles carry with themselves, but one circular relation, like already in hypnosis leading and being led.
The flow of explanations is to be blocked and you must work on “non sense”, in order to help the customer to construct new ways with which give a sense to his own life.
Starting from requirement that a fact is not what it is, but like you describe it, helping a customer means redrawing a new map of himself and his reality.
Non banal questions, that still don’t have an answer, and reactions of the customer to these questions must make curious the therapist; therapy has to be lived more like theatre, in which training the customer to the wished character. Greater is the involvement therapist/patient you can obtain, greater is the index you find in a context of resources, where the absurd behaviour that breaks off the moulds is legitimate and the experimentation is welcome.

mercoledì, luglio 26, 2006

Io corro da solo

 

 


di Ennio Martignago

Il titolo di questo articolo parafrasa un noto film di Bertolucci che metteva in scena il rapporto dello scacco della gioventù e dell'impotenza malata della vecchiaia. Entrambe le età sono pervase da una falsa ritualità di comunanza e da una profonda condizione di solitudine. Lo stesso sta verificandosi nel modello di sviluppo del sistema capitalistico occidentale e quindi delle nostre aziende. Non c'é continuità fra le esperienze del passato e il rinnovamento. Come in un racconto di Borges, dove a un impero burocratico ed immorale, i cui cartografi nella loro presunzione erano arrivati a fare delle mappe grandi quanto il territorio stesso, succedette un dominio vandalico che bruciò assieme alle carte, i cui brandelli sono ancora trasportati tristemente dal vento del deserto, tutta la cultura dei predecessori, i nuovi manager con il loro pragmatismo sommario stanno buttando -come si suol dire- il bambino con l'acqua sporca.

Le aziende di ieri, quelle dei boiardi, oggi pensionati di extra-lusso (e magari anche azionisti), non possono certo essere additate come modello etico o di efficienza. Sicuramente clientelismi, raccomandazioni e diseconomie erano fenomeni all'ordine del giorno. Alcuni di questi sopravvivono ancora oggi e, mutatis mutandis, con altri nomi e forme sono destinati a crescere nel mondo di domani. Tuttavia quelle aziende avevano al proprio interno una cultura di scambio, una socialità e condivisione in genere felice. Il lavoro poteva essere discusso e le persone vivevano in un'ambiente amichevole che rappresentava l'altra faccia della famiglia. Come la scomparsa della dialettica dei blocchi nella politica internazionale ha snaturato entrambe le culture creando ambienti spuri, cosí l'esasperazione del concetto di lavoro come creazione di profitto per il profitto sta distruggendo la cultura del lavoro. Stiamo ereditando questo modello dagli Stati Uniti che vantano un'abbassamento radicale del tasso di disoccupazione, a detta di alcuni invidiabile per quasi tutta questa vecchia Europa. Questo risultato non é certo un miracolo: é bastato fare abbassare in maniera proporzionale il potere d'acquisto delle fasce medio basse, evitando di compromettere l'escalation del capitale di pochi. Negli USA il rapporto fra il piú povero e il piú ricco é passato in pochi anni da 1:13 a 1:250. Hanno reinventato la schiavitù, insomma. L'enfasi ossessiva sul profitto dell'azionista che predomina nella riorganizzazione delle imprese appartiene a questo tipo di cultura. In assenza di dialettica politica questa é l'unica logica possibile. Non si può fare altrimenti! Noi europei stiamo scoprendo che anche il mercato degli esuberi (sull'esempio del florido mercato delle scorie e del riciclaggio dei rifiuti) può essere un business che fa contenti i politici e soddisfa l'azionista. D'altronde le alternative, disoccupazione immediata, cassa integrazione..., sarebbero solo soluzioni peggiori. Anche la disoccupazione differita può essere ragione di interessi.

Ecco quindi le nuove imprese: la linea, esasperata da un carico di lavoro sempre piú pressante in condizioni di assenza di risorse e di margini di autonomia e di investimento, diventa sempre meno tollerante verso la tecnostruttura e le funzioni di servizio, accusate di non essere produttive e di fare chiacchiere e norme inutili mentre gli altri non hanno tempo di respirare. Le funzioni a loro volta, sempre piú povere di competenze e di potere di intervento diretto nelle scelte operative, vivono la separazione, l'impotenza e l'inutilità professionale come un'ingiustizia della nuova organizzazione.
Le nuove strutture aziendali, come quelle della nostra azienda da poco approvate dal governo, sono centrate esclusivamente sul core business, evitando il costo parassitario delle sovrastrutture. La linea delle organizzazioni preesistenti (come la nostra Distribuzione) guarda con invidia all'organizzazione dei nuovi. "Come sarebbe bello fare sparire tutti questi livelli di supervisione!", pensano, mentre si attardano a chiudere i lavori dopo una giornata passata senza neppure un momento di tranquillità per pensare. "Noi lavoriamo senza respiro, mentre gli altri speculano su di noi senza neppure conoscere i nostri problemi". "É vero", dicono gli altri, "ma dovrebbero trovarlo loro il tempo per pensare". E qualcuno si azzarda a dire che, se non possono farlo al lavoro, lo dovranno fare a casa. Una tale "arroganza" va punita e la Direzione o, come la chiamano oggi, la Holding li va ad accontentare, costringendo le Società o Divisioni a pagare care eredità sovrastrutturali come i servizi.
Mentre tutto ciò si verifica, da fuori dell'azienda operai extracomunitari che lavorano in ultra-subappalto guardano ai signori della linea interna e pensano: "Noi lavoriamo senza respiro e per pochi soldi a migliaia di chilometri dalle nostre famiglie, mentre gli altri hanno stipendi profumati e prendono premi per venire a speculare sul nostro operato". E la Direzione raccoglie tutto questo e spinge sull'outsourcing (stimolando magari anche gli interni a consociarsi per diventare partner esterni). Quelli che neppure riescono ad entrare in ultra-subappalto, poi, si vendono i reni e tacciono.
Tutto questo in onore dell'azionista (magari quello del nocciolo duro: i soliti noti). Cosí va il mondo! Anche della Direzione fra qualche anno, ad azionista soddisfatto, probabilmente nessuno si ricorderà piú.
Fintanto che questo non avverrà, proviamo a pensare a delle alternative. A delle funzioni efficienti, capaci di pensare e di dare soluzioni tecniche e di creare dialettica e comunicazione interna in grado di sviluppare una cultura del lavoro e dell'uso delle risorse e del tempo soprattutto per chi opera nella linea. Ad una linea che sia meno concentrata sull'operatività "stupida" dell'emergenza in modo da ricavare il tempo per pianificare l'attività e sviluppare la professionalità. Ad una Holding che bilanci il piú possibile gli interessi dell'azionista (che vuole arricchirsi) con quelli del paese (che vuole la garanzia di un'impresa elettrica forte) e della popolazione aziendale (che vuole lavorare in un ambiente sereno, pianificando lavoro, ruolo e professionalità in un futuro in cui esserci per proseguirlo e non solo per gli speculatori di borsa). Questo é possibile? Forse sí, se solo si investisse un po' meno sul breve termine e un po' di piú sul medio-lungo, se si mettesse l'efficacia fra i costi necessitati dell'efficienza. Se si comprendesse che solo il fatalista malavogliano non ha altra alternativa che obbedire per non affogare, anche se sa che, comunque vada, finirà annegato. Se tutti pensassero al mondo che lasciamo ai nostri figli, comprendendo che la solidarietà e la convivialità (come diceva Illich) sono condizioni irrinunciabili per la qualità della vita, non sostituibili da nessuna forma di ricchezza. Che la vita si trova sempre piú fuori dal pensiero dell'efficienza operativa decerebrata. Che sempre piú persone preferiscono vivere con meno oggetti e risparmi, ma vivere meglio e di più. Per poi fare degli esempi piú vicini a noi, occorrerebbe che Direzione, Funzioni e Linea smettessero di pensare che la morte degli altri é l'unica garanzia del proprio guadagno e cominciassero ad esigere dall'altro il cambiamento atteso.

La cultura della mediazione e della dialettica é la piú avversata dal liberismo capitalistico estremo nello stesso modo in cui é combattuta dai brigatisti. Se Menenio Agrippa fosse vissuto oggi sarebbe stato giustiziato da un nucleo armato plebeo o ridotto ad accattonare dalle lobbies capitalistiche patrizie. E qualcuno pensa che sarebbe stato meglio cosí.

Allora io corro da solo, fra delusioni giovanili e impotenze senili.
Corro da solo senza un'anima che mi guardi, che mi dica se ciò che faccio è male o bene; nessuno che mi mostri quello che ha fatto lui, o che prenda a discutere del lavoro comune o dell'azienda a cui si apparterrebbe.
Corro da solo il mio rally fermandomi sempre meno, su auto bollenti e rumorose dai sedili di ferro, dopo avere licenziato il navigatore in modo da avere tutta la gloria per me e rendere sempre piú soddisfatti gli spettatori sugli spalti, affamati dello spettacolo che solo la sofferenza e la morte possono offrire, e per arricchire un team delle corse fatto di gente che neppure conosco.
Io corro da solo, pigiando a fondo sull'acceleratore, ebbro della vertigine del mio destino che mi aspetta dietro una qualsiasi di quelle curve e che ora assorbe del tutto la mia dolorosa mente stanca.
Io corro da solo, e la velocità cancella il mondo attorno e la vita davanti.


mercoledì, marzo 08, 2006

METODO DI LAVORO SULL’ORGANIZZAZIONE MENTALE

 

 

Già in "Tecniche di svelamento" Edelstien (Edelstien - Trauma Trance e Trasformazione - Astrolabio Ed. 1982) cita un metodo ripreso da Le Cron (Le Cron  The complete guide to hypnosis - Barnes and Noble Books N.Y. 1971) per la diagnosi e la cura dei sintomi con l'ipnosi. I presupposti teorici dell’Ipnosi Costruttivista, implementati con quelli di altri "modelli" e col lavoro della terapia della Gestalt sviluppato da Pearls permette, attraverso il lavoro con le parti, di trattare anche sintomi legati a problemi "esistenziali".

Qui di seguito parleremo di “malattia” e “disagio” indifferentemente sul piano fisico che su quello mentale, con particolare attenzione ai problemi di somatizzazione psico-fisica, esempio lampante di come la mente lavori indistintamente attraverso il corpo e l’intelligenza delle persone.

 

IL METODO

 

Essenzialmente consiste nell’interrogare la Mente Inconscia del paziente, generalmente attraverso segnali Ideo - Motori si/no, dialogo con l’inconscio, (spirito guida, angelo custode), per conoscere origini storiche, dinamiche e scopi del sintomo, considerando come ipotesi che il sintomo è un segnale da ascoltare, che desidera il “bene” della persona. Per poterlo fare occorre possedere una "griglia" delle possibili origini, cause, scopi di qualunque sintomo, che verrà comunicata al paziente, a scopo orientativo, da sveglio o in trance. Una volta ottenuta così dal paziente la lista relativa al sintomo, che generalmente consta di più voci, si interviene specificamente su ciascuna, fin quando la Mente Inconscia conferma il lavoro, di ciascuna e complessivo, è riuscito.

 

LA GRIGLIA ORIGINARIA DI LE CRON - EDELSTIEN E LE MODIFICHE:

 

Secondo Le Cron - Edelstien le possibili origini, cause e scopi del sintomo rientrano in queste categorie:

 

avvertimenti - esperienze - autopunizioni - imprinting - vantaggi secondari - conflitti - identificazioni.

Alle definizioni portate dagli autori si possono aggiungere altre categorie come:

 

a) convinzioni - decisioni - emozioni - relazioni - punizioni di altri - vantaggi primari;

 

b) se nell’analisi o se la Mente Inconscia segnala che nessuna delle precedenti categorie si applica allora si possono considerare queste altre: bisogni – vite precedenti - istigazioni (prevalentemente non verbali) - fantasie - autosuggestioni.

 

SCHEMA GENERALE DI INTERVENTO

 

Lo schema generale che presentiamo si divide in tre fasi, analisi/diagnosi, cambiamento, proiezione nel futuro, comprendenti sei passaggi:

 

 1. Analisi, ricerca sintomi/disagi; 2. Individuazione e applicazione dell’intervento terapeutico; 3. Riorganizzazione; 4. Ricerca e integrazione delle risorse ed uso dell’intelligenza personale; 5. Patto e impegno a a cambiare/guarire; 6. Compiti da svolgere.

L’ordine cronologico qui di seguito dettagliato naturalmente rispecchia un esigenza didattica ma è da intendersi “modellabile” alle personali esigenze del nostro paziente/cliente.

 

1. Analisi, ricerca sintomi/disagi.

 

- Avvertimenti (sintomo): quando lo scopo (o uno degli scopi) del sintomo (problema) è segnalare, in maniera metaforica o meno, l’esistenza di un altro problema non risolto. (Es. di intervento applicare il metodo al problema vero e poi chiedere la sparizione dell’"avvertimento", dialogo con la parte problema).

 

- Esperienze: episodi specifici della storia della persona (qui occorre fare attenzione nel lavoro, terminandolo solo quando tutti gli aspetti problematici dell’episodio sono stati risolti).

 

- Autopunizioni: nel caso in cui il sintomo è l'effetto di un’azione puntiva di una "Parte" nei confronti della persona, per lo più risalente al periodo infantile.

 

- Conflitto tra "Parti inconscie": (possono essere più di due), fra conscio e

inconscio, oppure con altre persone (del passato o del presente), il sintomo è l'effetto finale di una incongruenza inconscia tra parti diverse.

 

- Punizioni di altri: la persona produce sintomi e problemi per punire (anche solo        fantasticamente) qualcun altro.

 

- Imprinting: messaggi dell'ambiente che sono stati accettati dalla persona e ai quali si conforma e/o ubbidisce quali le profezie sul suo destino, le attribuzioni di qualità o difetti, le definizioni, ricevute e/o apprese.

 

- Episodio traumatico: un avvenimento viene rimosso, ma essendo associato a emozioni e vissuti somatici, questi ultimi riemergono inconsciamente.

 

- Vantaggi Secondari: quando il sintomo serve a procurare vantaggi e/o evitare svantaggi.

 

- Identificazioni: di solito sono di due tipi: quelle compiute nel passato con persone di cui si sono introiettati anche sintomi, problemi, abitudini, destino; oppure le proiezioni di una persona sull’altra (per es. il marito che "vede" la propria madre nella moglie o la moglie vede il proprio padre nel marito).

 

- Convinzioni, Decisioni, Opinioni: che possiedono la caratteristica di una generalizzazione limitante (ad es.: "sasempre malato di...."), profondamente radicate, che nemmeno si sa di possedere, che orientano i comportamenti, e sono riconoscibili solo dall’analisi del comportamento o dal lavoro con le parti.

 

- Emozioni conscie o inconscie: il problema può essere in qualunque punto della catena, sentire - riconoscere - utilizzare - accettare e/o esprimere l'emozione stessa, le "emozioni Inconscie" sono quelle non percepite consciamente, spesso all'origine di numerosi sintomi fisici, psichici, e relazionali.

 

- Relazioni: a volte l’origine di un sintomo va ascritta a tutto un tipo di relazione avuto e stabilito con qualcuno.

 

- Vantaggi primari: quei comportamenti il cui scopo principale riguarda vantaggi "interni" del paziente e del suo modello del mondo, come se una "parte" producesse un sintomo solo perché c’è qualche altra parte da tenere sotto controllo.

 

- Bisogni, Fantasie, Autosuggestioni, Istigazioni: costruzioni che la persona ha fatto durante il corso delle sue esperienze.

 

- Vite precedenti: il sintomo viene dichiarato proveniente da esperienze di una o più vite precedenti (da gestire con l’ipnosi regressiva).

 

2. Individuazione e applicazione dell’intervento terapeutico

 

Essenzialmente riassumibile in “gioco delle parti” e costruzione del “dialogo con l’inconscio”, lavoro personalizzabile che permette di introdurre il discorso di “dieta mentale”, uso del nuovo vocabolario, non via da ma verso, uso dell’imperfetto verso la vita passata ed i problemi connessi, IPNOSI PROGRESSIVA.

La diagnosi stessa diviene uno strumento per ristrutturare le opinioni, convinzioni, credenze, fino ai valori stessi della persona.

Possono essere avviati lavori di dissociazione visivo-cenestesica (episodi traumatici, autopunizioni); trasformazione analogico-digitale, gesti significati e simboli (linguaggio del corpo), cancellazioni e sostituzioni dei messaggi e cambiamento delle sottomodalità sensoriali (imprinting); mediazione tra le parti (conflitto); selezione dei modelli di comportamento e dei pensieri da associare (proiezione - identificazione); ristrutturazione del significato attribuito attraverso ridondanze di comprensioni differenti dei giochi ecologici sottesi (vantaggi secondari); cambiamento di decisione o opinione con le induzioni regressive (decisioni o opinioni), utilizzando anche modelli più complessi come il cambiamento della propria storia, o delle metafore utilizzate nel narrare la propria storia o più modelli insieme tra quelli citati, di fronte a particolari condizioni o problemi.

 

3. Riorganizzazione.

 

Terminato il lavoro sulle origini o funzioni della malattia, qualora le Parti hanno interesse a mantenere la “malattia”, si procede alla loro RIORGANIZZAZIONE, individuate, o fatte individuare dall'inconscio del cliente, le funzioni positive della malattia, si invitano le Parti a scegliere e ad attuare comportamenti alternativi, più sani, adattivi ed ecologici del comportamento sintomatico. La modalità più funzionale a questo scopo è operare, con la complicità dell’inconscio, a crearsi la possibilità di fingere, immaginare, conoscere e creare:

 

Fingere per immaginare per rendersi consapevoli e realizzare.

 

Essenzialmente sono questi i semplici temi da proporre per identificare il nuovo personaggio a cui ci si vuole ispirare, l’idea di “te” che ti guida fingendo di essere cambiato/a.

 

4. Ricerca e integrazione delle risorse, uso dell’intelligenza personale.

 

Una volta ottenuto il consenso inconscio e conscio a guarire, ristrutturate tutte le obiezioni, rimossi tutti gli ostacoli, il cambiamento non si concretizzi. Per prevenire questa situazione è indispensabile sviluppare il lavoro proprio del counsellor,

individuare e attivare Ie RISORSE della persona adatte allo scopo da raggiungere, si tratta a volte di rendere semplicemente più esplicite le motivazioni, altre volte è sufficiente, e comunque è in ogni caso consigliabile, sollecitare le "Parti" che si occupano della fisiologia, dei cambiamenti somatici, ad intervenire, integrandosi e rendendosi utili con le loro capacità. Il nostro migliore alleato è l’inconscio “intelligente”, procedere quindi alla semina dell’idea che il problema è un problema di intelligenza, da lasciar decantare nel corso degli incontri, maturando al contempo ipotesi realistiche di cambiamento.

 

5. Patto di impegno a cambiare/guarire.

 

Qui ci sta tutto il lavoro di negoziazione e creazione degli obiettivi, del patto volto al cambiamento, della costruzione della nuova idea di “sé”, della complicità col proprio inconscio, della ricerca delle ridondanze esplicative collegate al cambiamento stesso.

 

6) Compiti da svolgere.
 

Si strutturano dei percorsi in cui il cliente, viaualizzando la guarigione, ne fissa le tappe 'e prende nota degli impegni che dovrà mantenere per facilitarne il processo (senso del tempo, time – line, danza che crea, rosa dei venti) questo passaggio sfrutta anche le proprietà di per sé curative della visualizzazione ipnotica nella progressione al futuro, della strutturazione delle “preghiere” personalizzate.

 

DETTAGLI SUL METODO DI LAVORO CON LE PARTI

 

1) Conviene contattare attraverso i segnali ideomotori la "parte" del paziente, più informata, saggia, che ha accesso a tutti i dati storici, consci e inconsci, oltre che le parti implicate nel problema.

 

2) Conviene altresì ripetere I’indagine sulle parti nelle sedute successive, spesso la prima volta la Mente Inconscia trascura qualcosa. Ridondare in ogni caso è fondamentale per fissare le trasformazioni in atto.

 

3) Al termine del trattamento è bene cercare eventuali altre "parti" della persona che si oppongono al cambiamento, le "resistenze" riconoscendone gli scopi sani e fornendo alternative, eventualmente rinegoziare il progetto con le nuove aggiunte. Fondamentale risulta l’allenamento a porsi nuove domande e al cambiamento, spesso a tale proposito nei compiti da svolgere si consiglia di fare una cosa nuova tutti i giorni.

 

4) Nella nostra esperienza quando il lavoro con le parti non funziona (benché correttamente applicato, almeno in stato di trance leggera ottenuta dopo un lavoro di rilassamento), si è in presenza di un'impasse sistemica (ECOLOGIA del sistema) dunque il problema va risolto a quest’altro livello. In parole povere il paziente è bloccato nei suoi comportamenti (anche Interni) dal ruolo che ha (oppure ha avuto e perpetua per inerzia) nel sistema cui appartiene (ad esempio in famiglia). Il "vantaggio secondario" è del "sistema" e non del paziente. Il lavoro può essere "bloccato" anche da alcune "decisioni" prese a livello inconscio in tenera età che non vengono facilmente scoperte o dichiarate (per es. la decisione di restare piccoli, non crescere, non diventare adulti).

 

CONCLUSIONI

 

II metodo è efficace e la nostra esperienza prova che ci si può condurre intere terapie utilizzando gli stessi passi. Inoltre è veramente utile in specifico per il trattamento delle malattie somatiche. Crediamo poi possa essere considerato un percorso che ci avvicina al lavoro vero  del “mentore” che è in noi.

 

Fra i vantaggi segnaliamo:

 

1) Lavorando attraverso il dialogo con l’inconscio, strutturato col gioco delle parti e mantenuto con la danza che crea (rituale personalizzato, come una “preghiera”) si può andare alle radici esistenzali del problema, permettendo un ri-modellamento dell’adattamento/accomodamento (intelligenza) della persona.

 

2) Generalmente i benefici vanno ben oltre il singolo problema perché le "origini" sono spesso fonte anche di altre difficoltà e comportamenti inappropriati. Si arriva ad ottenere una nuova organizzazione mentale con particolare attenzione al controllo dell’ecologia dell’individuo.