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domenica, settembre 18, 2005

A cura di Attilio Scarponi sede AERF Roma       attilio.scarponi@erbasacra.com



“Proprio come l'artista saggio produce la sua arte da sé, in sé e in essa prevede le cose da fare... allo stesso modo l'intelletto produce da sé e in sé la sua ragione, in cui pre-sa e casualmente  pre-crea tutte le cose che desidera fare “Questa citazione di Giovanni Scoto Eriugena, un monaco irlandese, nato agli inizi del era nono secolo d.c., che visse gran parte della sua vita in Francia, noto come teologo, seguace della scuola "negativa" o Apofatica di origine bizantina, ma soprattutto come filosofo della conoscenza, è riportata in “Costruttivismo Radicale”, di Ernst von Glasersfeld.

Ora, naturalmente, qui non interessa la sua teologia quanto piuttosto la metafora della conoscenza presente nella citazione, che ipotizza un paragone strutturale tra l’arte, la scienza, la filosofia e di ogni altra forma di conoscenza umana, posto che si sia tutti d’accordo a considerare questi campi come campi della conoscenza.
Questa consapevolezza di una medesima struttura, in campi applicativi diversi, non si è sempre mantenuta nel corso dei secoli, ma, specie nella fase post rinascimentale e di affermazione della scienza occidentale, nei suoi effetti di ampliamento della conoscenza ma anche e, forse soprattutto, economici e militari, ha generato un progressivo allontanamento tra il dominio della conoscenza scientifica”esatto” e “oggettivo” per definizione ed altri saperi più “soggettivi” e approssimativi fino a raggruppare le scienze in “esatte” e “umanistiche”, che in questa ottica avrebbero operato in base a presupposti assai diversi.
E’ solo in tempi recenti, per impulso delle speculazioni seguite alle scoperte della Meccanica Quantistica e della Relatività, che la filosofia della Scienza ha cominciato a porsi il problema dei presupposti inconsapevoli a partire da cui operano i singoli scienziati ponendosi nuove domande sulla cosiddetta realtà oggettiva e come la Scienza contribuisca a conoscerla.
Una domanda importante, che ha contribuito non poco allo sviluppo di un nuovo punto di vista, è: come si sviluppa il sapere scientifico ?
La risposta tradizionale, si basa sull’accumulazione di sapere e gli scienziati sono coloro che contribuiscono ad ampliare questo deposito di conoscenza.
In realtà questa concezione non rende conto di troppi elementi ed appare francamente semplicistica per dare conto della realtà delle cose e negli ultimi cinquanta anni sempre più scienziati e storici della scienza hanno cercato di approfondire i presupposti di questa concezione.

Rispondere alla domanda: come si sviluppa il sapere scientifico  vuol dire, sostiene Thomas Kunn, da un lato determinare chi e quando ha realizzato una certa scoperta e dall’altro dare ragione dei ritardi, errori e superstizioni che hanno ostacolato lo sviluppo del sapere scientifico.

Ora, nella storia della scienza, non è sempre possibile dire chi e quando hanno realizzato una certa scoperta, anche perché fare una scoperta vuol dire molto di più che disporre di un nuovo processo, identificare un elemento, ecc., specie se la scoperta è importante occorre cambiare il proprio paradigma di conoscenze e acquisire consapevolezza del significato della novità che si ha davanti.
Voglio dire: qualcosa di simile alla scoperta dell’America; poco importa se prima di Colombo i Vichinghi o magari altri popoli l’avevano visitata se ciò non aveva prodotto alcun tipo di conseguenza per la civiltà perché non si erano resi conto che la scoperta avrebbe cambiato la carta della terra, con le conseguenze che ne sono derivate.

A questa prima considerazione va aggiunto che spesso le credenze del passato non erano meno “scientifiche” di quelle odierne, almeno nel senso del metodo scientifico,  e lo storico della scienza si trova così davanti alla necessità di includere nella storia della scienza teorie affatto incompatibili tra loro.

Se però invece di vedere la storia della scienza come l’accumulazione costante di conoscenze, nella prospettiva del presente e del benessere che i singoli contributi hanno apportato all’oggi, la esaminiamo alla luce delle concezioni allora vigenti, e dei problemi affrontati e risolti con quelle concezioni forse allora potremmo renderci conto che per misurare un campo non occorre la scienza galileiana o newtoniana e meno ancora la relatività, è più facile adottare i presupposti di Tolomeo.

C’è bisogno sia di osservazione ed esperienza, sia di presupposti culturali e sociali ai quali l’individuo somma i suoi propri, frutto della propria neurologia e della propria educazione.

Le risposte a domande quali: come è fatto l’Universo, quali sono e come interagiscono i suoi componenti fondamentali o come possiamo indagarli fanno parte dei presupposti della propria cultura che vengono assorbiti, inconsapevolmente, durante la propria formazione scolastica ed esercitano una profonda influenza sulla mentalità scientifica ad un punto che, come osserva ancora Kunn, “la confutazione di un paradigma scientifico e l’adozione di uno nuovo non dipende mai dalle singole contraddizioni esistenti tra la spiegazione dedotta dal paradigma vigente e le misurazioni in contrasto col medesimo”.

Per passare dalla fisica Newtoniana a quella relativistica o quantistica c’è stato bisogno di un lungo processo, una fase di crisi e, come ammette lo stesso Kunn, di una diversa percezione.

Ora è assai importante chiarire che percepire non è affatto un ricevere passivamente input esterni, l’atto di selezionare alcuni elementi della nostra esperienza, ovvero raccogliere i dati, e su questa base percepire l’esistenza di un mondo di oggetti, la realtà, è tutt’altro che un fatto passivo, come già ebbero modo di chiarire sia Piaget sia molti altri.

Per introdurci a questa visione costruttivista della conoscenza credo sia utile questo passo di Carlos Castaneda( A scuola dallo stregone).
……. Castaneda si recò a Sonora, in Messico, per incontrare un brujo(stregone), di nome don Juan, per farsi aiutare ad apprendere a vedere. Così Don Juan se ne va con Carlito nella boscaglia messicana per insegnargli a vedere ciò che vi avviene. Essi camminano per un'ora o due e improvvisamente don Juan dice: "Guarda, guarda là! Hai visto?' Castaneda risponde:’No... non ho visto". 'Niente di male'. Riprendono il cammino e dopo circa dieci minuti DonJuan ancora: 'Guarda, guarda là! Hai visto?' Castaneda guarda e dice: 'Non vedo un bel niente'. 'Ah!'. Continuano a camminare e la stessa scena si ripete altre due o tre volte, ma Castaneda non vede mai niente. Finalmente don Juan trova la soluzione: 'Ora capisco, Carlito, qual è il tuo problema. Non puoi vedere le cose che non sai spiegare. Cerca di dimenticarti delle spiegazioni e comincerai a vedere '.

Come è evidente da questa citazione  percepire non è un “rispecchiamento” della realtà, ma è un vero e proprio fare”, un “costruire” la realtà, almeno per quanto riguarda la conoscenza.

Questo tema, il tema della percezione come “fare” è già presente nella storia della filosofia, basti pensare a Berkley, Vico e, soprattutto Kant, è un tema centrale nella filosofia costruttivista che ha approfondito gli spunti pervenuti dai pensatori precedenti e grazie all’adozione di un modello scientifico fondato sulla biologia piuttosto che uno basato sulla fisica ha potuto fondare con grande efficacia e fecondità questo punto di vista.

Sono proprio due biologi come Marturana e Varela, in “L’albero della Conoscenza”, partendo da una critica serrata dei limiti e problemi della tradizionale concezione della percezione come “ricezione” di stimoli, ovvero intesa solo come rispecchiamento della realtà, a proporre una visione evoluzionista della conoscenza come punto finale del processo evolutivo.
L’analisi inizia proprio da un esame dei problemi della percezione.
Con una osservazione che troverà fecondo sviluppo nella Programmazione Neurolinguistica, i due autori affermano:”Niente di quello che stiamo per dire potrà essere compreso in modo veramente efficace se il lettore non si sentirà coinvolto personalmente, se non avrà un'esperienza diretta che vada oltre la semplice descrizione che se ne può fare”, ovvero tra la conoscenza attraverso la vista, attraverso le sensazioni attraverso il ragionamento c’è una irriducibilità relativa e per intendere veramente qualcosa bisogna sperimentarlo attraverso più di un sistema sensoriale, nel quale quello delle sensazioni ha, appunto, un’importanza primaria.
Vi propongo pertanto questa simpatica esperienza costruttivista, al termine della quale forse l'apparente solidità del nostro universo di esperienze diverrà per tutti rapidamente sospetta.
Fissare lo sguardo sulla croce disegnata nella figura, coprendosi l'occhio sinistro e ponendo la pagina a una distanza di circa 40 centimetri. Ciò che si osserverà è che il punto nero, nella figura di dimensioni non trascurabili, improvvisamente scompare! In realtà si può fare questa stessa osservazione senza alcun disegno, semplicemente sostituendo la croce e il punto con i pollici. Il dito appare decapitato (provate!).


x                                             *

La spiegazione normalmente accettata per questo fenomeno è che in questa particolare posizione l'immagine del punto (o del dito, o del suddito) cade nella zona della retina da cui si diparte il nervo ottico, zona non sensibile alla luce e chiamata «punto cieco». Però, quando si dà questa spiegazione, raramente viene messo in evidenza il perché non ci accorgiamo sempre del «buco» che abbiamo nell'occhio. La nostra esperienza visiva è relativa a uno spazio continuo e, a meno che non ricorriamo a queste ingegnose manipolazioni, non percepiamo che nella realtà c'è una discontinuità. Il fatto interessante nell'esperimento del punto cieco è che non vediamo di non vedere.
Ed in realtà, nella vita di tutti i giorni, anche ora in questa sala, se nel nostro campo visivo apparisse un “buco”, sono certo che ci faremmo subito visitare da un oculista……
 
Questo ed altri esperimenti consentono di affermare che la nostra esperienza è indissolubilmente legata alla nostra struttura:noi non vediamo lo spazio ma viviamo il nostro “campo visivo”.

E’ questo il punto di partenza per riflettere sulla conoscenza in se stessa, un tema particolarmente complesso da affrontare per la circolarità implicita nell’utilizzare uno strumento di analisi per analizzare se stesso, è come, dicono Marturana e Varela “se pretendessimo che un occhio vedesse se stesso”.

E qui, con un’intuizione davvero illuminante i due autori fanno ricorso all’arte, ad una famosa incisione di M. C. Escher:le due mani che si disegnano a vicenda, di modo che non si riesce a sapere qual è l’inizio del processo.





Il motivo che conferisce a questa immagine la sua forza esplicativa sta nel rappresentare con tanta efficacia il paradosso autoreferenziale, di cui dobbiamo a Gregory Bateson una brillante investigazione, basata sulla teoria dei tipi logici, elaborata da Bertand Russell nei “Principia Matematica”.

Esaminiamo, ad esempio il celebre paradosso del cretese.

Il cretese dice:tutti i cretesi mentono.
Come osservatore che si include nel gruppo mente per dire la verità, se invece si esclude dal gruppo dice la verità per rivelare una menzogna.

Il paradosso è dunque insito in ogni sistema di osservazione perchè nessuna osservazione può escludere l’osservatore e le osservazioni dell’osservatore includono il suo osservare.

Come osservatore il cretese parlava della classe dei cretesi, come cretese poteva parlare solo per se stesso, ovvero di un elemento di questa classe.
In base alla teoria dei tipi logici una classe non può essere elemento di se stessa.
Peraltro è lo stesso buon senso a dirci che la classe delle forchette non può essere una forchetta.
Ma, come avrebbe detto Bateson, 'La logica è uno strumento molto elegante, il guaio è che quando la si applica a granchi e focene e farfalle, e alla formazione di abitudini"non va molto bene."
La questione sta nel fatto che la vita stessa è paradossale, la presenza di un osservatore è inevitabile, così come è inevitabile che l’osservatore osservi se stesso ed il suo osservare;in fondo il paradosso del mentitore è una metafora della realtà.
Piaget presenta un modello di costruzione di più di un concetto – 'oggetto', 'spazio', 'causalità' e 'tempo' – e poi suggerisce come i quattro elementi vengano integrati per formare lo sfondo dell'esperienza, cioè il mondo esterno.
Il modo di osservare,dunque, dipende dai presupposti dell’osservatore, per esempio il superamento in fisica della visione meccanicistica ed il passaggio al pensiero sistemico ha messo al centro della visione scientifica non più gli oggetti, ma le relazioni, in maniera simile Gregory Bateson, e con lui tutti i costruttivisti, si domanda:
“Quale struttura connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi?”
Una delle idee centrali nel pensiero di Bateson è che la struttura della natura e la struttura della mente sono l'una un riflesso dell'altra, che mente e natura sono un'unità necessaria.
La metafora esprime una somiglianza strutturale o, meglio ancora, una somiglianza di organizzazione, e la metafora in questo senso fu la preoccupazione centrale dell'opera di Bateson.

Alla formazione di paradossi il linguaggio presta un valido contributo, che il seguente racconto di Margaret Mead illustra in maniera divertente.

Durante uno dei suoi studi sul linguaggio presso una certa popolazione si aiutava ad apprendere il loro linguaggio utilizzando la modalità denotativa. Così additava un oggetto, e poi un altro, aspettandosi che le venisse fornito il loro nome, ma, in ogni caso, tutte le persone le rispondevano sempre: “Chemombo!” Tutto era Chemombo. Ella pensò “Mio Dio, che linguaggio terribilmente noioso! Hanno una sola parola per tutto!” Finalmente, dopo un certo periodo, riuscì a scoprire il significato di Chemombo, che significava... indicare con il dito!

La confusione della Mead nasceva da un presupposto:dico 'sedia' e la addito per denotare l'oggetto. Ma in realtà quando dico 'sedia' non addito la vostra sedia ma evoco in voi la nozione che avete delle sedie, quindi conto sul fatto che ci basiamo su nozioni condivise e reciproche relative a questo particolare riferimento.

I presupposti sono faccende assai insidiose e in genere ogni generazione ha il compito di esaminare e svelare i presupposti impliciti di quella precedente, fatto che ogni genitore di figli adolescenti ha certamente e fastidiosamente sperimentato.
Nella formazione di questi presupposti il linguaggio gioca certamente un ruolo importante, senza di esso non sapremmo come rappresentare a noi stessi ed agli altri la nostra esperienza, ma poiché le parole sono la traduzione dell’esperienza che facciamo con i cinque sensi, in questa traduzione si annidano delle insidie.
Generalmente si sostiene che il linguaggio sia una rappresentazione del mondo, ma io vorrei proporvi esattamente l'opposto, e cioè che il mondo è un'immagine del linguaggio col quale descriviamo la nostra esperienza del mondo. Dunque l’esperienza è la causa, il mondo è la conseguenza.
Tra le trappole del linguaggio, che però ci serve qui per illustrare uno specifico modo col quale il linguaggio è la causa e il mondo è la conseguenza c’è la nominalizzazione. Significa che il verbo può essere trasformato in sostantivo. E quando un verbo diventa nome, è come se diventasse un oggetto indipendente da noi e noi perdiamo la capacità di decidere su di esso.
Molte persone che ricorrono alla Psicoterapia sono vittime di una nominalizzazione. Esse dicono “quel giorno purtroppo ho deciso della mia vita, con quella scelta”…
Scegliere e decidere sono due processi e in realtà nulla può impedirmi di decidere diversamente e di scegliere un diverso comportamento quando mi renda conto che il precedente era dannoso…tranne la parola, che ha trasformato in cosa, fuori dal mio controllo quel che in un processo rimane in mio potere.

Una bella metafora del modo di ragionare che ci porta direttamente al punto finale di questa riflessione è la parabola della focena.

Bateson riporta un fatto vero, riferito all’addestramento dei delfini.

A uno di questi veniva insegnato come esibirsi in pubblico in diversi esercizi,nel  primo veniva sollecitata con un fischio e poi premiata con un pesce.
Nel secondo non udiva alcun fischio e quindi si esibiva con un leggero colpo di coda, segno di malcontento, ma poiché era questo il comportamento richiesto, veniva premiata.
Naturalmente nel terzo esercizio il colpo di coda non veniva premiato e ciò diede luogo durante un addestramento ad un comportamento molto speciale.
Dopo molte tentativi infruttuosi la focena apparve assai nervosa finché all’esercizio successivo produsse ben otto diversi comportamenti, quattro dei quali mai osservati in questa specie.
Se ne può concludere che, dopo aver resistito ad una fase di acuta tensione, dovuta all’ errore sulle regole che danno significato ad un rapporto emotivamente importante, la focena mostrò un comportamento creativo.

Ma pur potendolo definire creativo non sarebbe possibile definirlo artistico anche se
presenta senza’altro alcuni elementi artistici come l’esercizio di un’abilità e l’utilizzo di un comportamento strutturato per comunicare qualcosa di significativo per l’istruttore.

Anche il linguaggio usato dal delfino ha caratteristiche che ritroviamo nell’arte:è un linguaggio che non comunica attraverso le parole, semplicemente perché utilizza un tipo di comunicazione diversa da quella verbale e logica, il linguaggio del delfino è analogico perché mostra un comportamento e non con un comportamento.

Mostrare attraverso un comportamento, presuppone una traduzione alla coscienza del comportamento inconscio e quindi il linguaggio del corpo che ne deriva è il riflesso di un concetto;in modo simile l’allegoria è la metafora di una relazione razionale tra astratte categorie intellettuali(ex.:allegoria dell’arte, della teologia ecc.) a differenza delle genuine manifestazioni artistiche che sgorgano dall’inconscio e successivamente vengono espresse con i mezzi della tecnica propria dell’arte specifica.

L’artista, in altre parole, va al di là dell’elaborazione cosciente del fine che si propone, in quanto il fine cosciente è una parte o, meglio, una fase di un meccanismo conscio/inconscio, il cui processo è sistemico e costituisce l’essenza dell’universalità dell’opera d’arte.

In questo processo, infatti, si realizza una relazione tra processo primario e coscienza, che può bene assimilarsi ad un processo cibernetico, nel quale l’intero universo contenuto nell’inconscio trova realizzazione ed interpretazione finalistica nell’interpretazione cosciente e sociale, ma questa a sua volta rinvia ad altri significati inconsci e da scoprire, in un meccanismo ricorsivo ed autocorrettivo.

In conclusione abbiamo visto che la scienza, la filosofia, l’arte si fondano sulla capacità di “percepire”, ovvero “costruire” una propria conoscenza della realtà, ciascuna opera con presupposti, ciascuna è vittima di un linguaggio che “reifica”, ovvero trasforma in “cose” i processi.

In questo difficile esercizio, l’uomo utilizza una “struttura che connette, ovvero una metafora, attraverso la quale riesce a “mettere in relazione” ciò che il linguaggio “digitale”, espressione della sua parte razionale, non sa costruire e concepire.

La creatività è frutto di un processo ricorsivo razionale-conscio, irrazionale-inconscio a partire dalla frustrazione delle scelte, operate nell’ambito di un paradigma noto, sia nella loro funzione descrittiva, sia in quella prescrittivi.

C’è quindi, sia nell’arte, sia nella scienza e nella filosofia una “ricorsività” di livelli logici  che ci inducono a ritenerle altrettante forme di conoscenza .

Permettetemi ora di sottoporvi qualche fatto, che scelgo tra gli innumerevoli che potrei prendere in considerazione.

Nel 1863 Manet espone “Dejeuner sur l’erbe”, nasce l’impressionismo.

La sua pittorica si fonda, almeno per gli aspetti che ci interessano, soprattutto nell’uso del colore e della luce. Il colore e la luce sono gli elementi principali della visione: l’occhio umano percepisce inizialmente la luce e i colori, dopo di che, attraverso la sua capacità di elaborazione cerebrale distingue le forme e lo spazio in cui sono collocate. La maggior parte della esperienza pittorica occidentale, tranne alcune eccezioni, si è sempre basata sulla rappresentazione delle forme e dello spazio.
 
Non è difficile capire che l’impressionismo si fonda su una diversa percezione(costruzione) della conoscenza della realtà.

Nel 1875 Wundt apre a Lipsia il suo laboratorio di psicologia, dando inizio alla giovane storia di questa disciplina come scienza autonoma, separata dalla filosofia.

Nell’ambito del suo sistema definisce la psicologia” l’intero contenuto dell’esperienza nella sua relazione con il soggetto” che richiede quindi l’introspezione come metodo. I contenuti dell’esperienza immediata (percezioni, sentimenti, ricordi) costituiscono processi complessi che è possibile scomporre nei loro elementi semplici; i compiti che spettano alla ricerca psicologica sono quindi tre: analizzare i processi composti; stabilire quali sono le connessioni tra gli elementi individuati dall’analisi; individuare le leggi di associazione da cui derivano i processi psichici complessi.

In altre parole, la psicologia si indirizza a essere una scienza del comportamento umano, basata sulle relazioni soggetto/oggetto, contenute nella sua esperienza.
Infine, nel 1927, Heisenberg elaborò il famosissimo Principio di Indeterminazione.
Questo principio afferma che maggiore è l’accuratezza nel determinare la posizione di un particella, minore è la precisione con la quale si può accertarne la velocità e viceversa.
Quando si pensa all’apparecchiatura necessaria per eseguire le misurazioni, questa indeterminazione risulta intuitiva. I dispositivi di rilevazione sono così grandi che la misurazione di un parametro come la posizione è destinato a modificare la velocità. Occorre sottolineare però che le limitazioni in parola, non derivano solo dall’invasiva interazione del mondo macroscopico sul mondo microscopico, ma sono proprietà intrinseche (ontologiche) della materia. In nessun senso si può ritenere che una microparticella possieda in un dato istante una posizione e una velocità.

In questi tre esempi possiamo verificare come quel mondo di oggetti, definito realtà, che trova la sua espressione più compiuta nella pittura rinascimentale, con la scoperta della prospettiva e lo sviluppo del disegno della figura umana, nella meccanica galileiana e newtoniana, che descrive le leggi del moto di oggetti nello spazio, quella descrizione ontologica della realtà del “Cogito ergo sum” viene sostituito da un mondo di relazioni.

Mi pare di poter dire che senza una diversa percezione della realtà difficilmente Heisemberg avrebbe elaborato il suo principio, Wundt la sua psicologia, né sarebbe nato l’impressionismo.

E’ troppo poco per concludere che i cambiamenti di paradigma nell’arte e nella scienza dipendano solo dal diffondersi di una nuova maniera di percepire il rapporto individuo/realtà, non avendo peraltro detto come si formi, né come si diffonda tra i diversi soggetti questa nuova percezione, ma il tema è abbastanza suggestivo per continuare a ragionare su questa, direbbe Bateson, “Struttura che connette”.


Attilio Scarponi

Di Ennio Martignago da Cambiare.org http://www.cambiare.org

Una regola da prendere sempre in considerazione, soprattutto nelle
relazioni d'aiuto, è quella che spesso il problema consiste nella soluzione
che è stata trovata a qualcosa che spesso un problema non è.
Ci si trova così ad affrontare problemi di natura relazionale, sessuale,
lavorativa e così via senza considerare che è l'obiettivo che ci si dà a non
essere corretto.

Viviamo in una società eretistica e ipertrofica. Soggetti a continue
stimolazioni, viviamo ossessionati dal timore di non essere all'altezza o di
non avere abbastanza. Ad esempio, indubbiamente la sessualità è una
componente importante della vita, ma ne sentiamo il bisogno, più spesso
vissuto come costante insoddisfazione, in funzione di una continua
sollecitazione che non è una necessità autentica della nostra persona. Il
più delle volte si tratta del frutto di continue sollecitazioni che ci
provengono dalla strada, dalla televisione, dal costume delle persone che
frequentiamo. Tutto questo perché mettere in discussione i luoghi comuni ci
risulterebbe ancora più penoso che assecondarli.

La nostra vita è all'insegna di automatismi che ai nostri antenati erano
pressoché sconosciuti. La vita è più semplice di come ci troviamo a viverla.
Per vincere le frustrazioni del lavoro si finisce per assumersi maggiori
responsabilità e per lavorare sempre di più. Eppure il lavoro ha dei costi
che possono essere superiori alla retribuzione che ce ne deriva. Essere
all'altezza del tenore sociale richiesto dal ruolo può essere talmente
costoso che se ne sottraessimo il valore dallo stipendio scopriremmo di
guadagnare meno dei nostri sottoposti. Lavorare di meno sarebbe la cura (sia
per la salute che per i bilanci). Invece cerchiamo aiuto per poter vivere
peggio. E il bello è che lo troviamo, anche. Psicoterapie interminabili,
coaching esasperati, corsi di formazione artefatti, sessuologi ideologizzati
ci aiutano a mantenere l'incubo delle nostre ossessioni.

Bisognerebbe sostituire la terapia delle nostre insoddisfazioni con una cura
che ci salvi dalle assuefazioni "normali". La cura di cui la maggior parte
di noi ha maggiormente bisogno è una terapia della de-sensibilizzazione.
Imparare a "sentire di meno", a non reagire a qualsivoglia stimolo, a
schermare i nostri sensi e la nostra coscienza dalle infinite contaminazioni
dello stile di vita contemporaneo.
È difficile proporre un simile obiettivo a un cliente che si ritiene
convinto della propria analisi e di una diagnosi così condivisa da quanti ha
attorno. Eppure la mancanza di difese o l'uso improprio che il corpo (e la
mente) di ognuno di noi ne fa sono il meccanismo che sta alla base delle
patologie del secolo: virus, retro-virus e malattie auto-immunitarie.

Un modo per vivere meglio lo possiamo praticare tutti senza ricorrere a
consulenti o terapisti: sottrarsi in maniera volontaria all'uso dei mezzi di
sollecitazione automatica dei sensi e dei bisogni. È quasi come smettere di
fumare, ma un po' più difficile, anche perché da nessuna parte si scrive:
"l'auto uccide", "il televisore provoca l'alienazione", "il troppo lavoro
danneggia gravemente te e chi ti sta intorno", "un certo amore crea
dipendenza, non iniziare", come invece si trova su tutti i pacchetti di
sigarette.

Paradossalmente è la "normalità" con cui vengono vissuti dal resto del mondo
questi comportamenti che motiva la richiesta di aiuto.
D'altro canto si può a buona ragione affermare che molte delle patologie
contemporanee - fisiche e psichiche - altro non sono che effetti
dell'ipersensibilizzazione coattiva.
Invece di trattarli con delle cure che prendono sul serio il bisogno sarà
bene smontare gli assunti, lavorare per scoprire i veri obiettivi della vita
equilibrata per poi passare a studiare delle strategie e a mettere in
pratica delle tattiche per desensibilizzarsi, per annullare l'automatismo
dei desideri e per abbassare la soglia di reattività agli stimoli sensoriali
e alle illusioni narcisistiche.

(da Cambiare.org <http://www.cambiare.org/>

giovedì, luglio 28, 2005

Quelli di San Sebastiano?????. Marco Chisotti

Quella di San Sebastiano è per noi un esperienza particolare, ogni anno ci
ritroviamo per una settimana immersi nell¹ipnosi giorno e notte, data la
particolarità di un esperienza del genere desidero analizzare alcuni aspetti
del ³fenomeno².
Innanzi tutto le premesse della nostra scuola possono aiutarci meglio a
comprendere ciò che desideriamo portare avanti coi nostri corsi, ciò che in
particolare nel ritiro estivo di San Sebastiano avviene in un modo ancora
più accentuato.
Io è Beppe siamo due semplici formatori che credono molto nelle persone
tanto da partire per ogni nuova esperienza formativa (ogni nostro corso lo
è) con l¹idea di trovarci dinnanzi persone con grandi qualità e puntualmente
veniamo appagati della nostra aspettativa.
Le persone che incontriamo sono veramente straordinarie (fuori
dall¹ordinario) non è un eufemismo il mio, si tratta solo di saper
indirizzare le loro azioni, formare è letteralmente un form-are per noi,
dare forma attraverso l¹azione.
Naturalmente si deve essere convinti di trovarsi dinnanzi a persone fuori
dall¹ordinario, dove l¹ordinario, il consueto, è ciò che in fondo siamo,
quotidianamente, persone con una precisa identità, e noi volutamente
limitiamo il più possibile di riconoscere alle persone la loro identità per
come ci viene offerta, lasciando loro il tempo di conoscersi attraverso le
esperienze con gli altri.
E¹ strano ma la cosa avviene proprio così, di solito nei corsi si privilegia
l¹aspetto formale o meglio si fa informazione, in fondo credo che ciò
avvenga per evitare il coinvolgimento eccessivo, probabilmente lo stesso
motivo per cui agli psicologi in formazione si suggerisce, alle volte si
impone, di non avvicinarsi troppo al cliente, tanto meno di toccarlo, quasi
se ne temesse il contagio.
Il nostro ³metodo² potremmo definirlo Aristotelico, la forma per lui era
quella cosa che unita alla materia dava origine ad una ³sostanza²
individuale, così per noi è divenuto essenziale dare origine ad individui
³nuovi² partendo da ciò che ognuno porta (materia) almeno rispetto
all¹esperienza vissuta con noi e col gruppo.
L¹azione che svolgiamo è quella sostanzialmente di unire ogni cosa ci riesca
di fare, per far questo ci avvalliamo dell¹ipnosi che ha come effetto
principale quello di legare le cose (come le persone) tra loro proprio come
fa una religione nel suo significato originario (res ligo lett. Legare le
cose) ma lo fa in tempi molto brevi,
L¹effetto che si genera, dall¹avvicinare in tempo breve le persone, è quello
di confondere, la confusione di chi stenta in certi istanti a riconoscersi,
o meglio a ri-conoscersi, dal momento che si trova unito ad un altro
individuo che si collega a lui attraverso un contatto fatto di gesti,
parole, nuove sensazioni, esperienze che divengono condivise, in pratica si
genera una nuova realtà condivisa.
Il costruttivismo, nel pensiero di von Foerster, ci rammenta che la realtà
non è altro che comunità, una comune unità, realtà=comunità.
Dunque un effetto inaspettato si ottiene ogni volta che si procede con
l¹ipnosi attraverso un gruppo, la somma delle parti è cosa diversa dalle
singole unità, l¹unione può risultare maggiore o minore della somma delle
singole unità.
Esiste un rischio dunque, che è necessario correre, quello di unire persone
così diverse che la loro unione possa risultare ³tossica², ma qui subentra
l¹esperienza dell¹ipnosi che abbassa il livello di rischio. Mi spiego, detto
semplicemente l¹ipnosi ha la prerogativa di portarci in uno stato
alternativo di coscienza, abbassando la rapidità con cui ci avviciniamo e
percepiamo il mondo attorno a noi, rallenta anche la nostra capacità di
analisi del reale, limitando le nostre risorse cognitive, limitando il
nostro campo di consapevolezza esterno, limita anche il nostro ³mondo²
interno.
Abbassare la critica, allontanare la conoscenza, ritornare al pensiero
indifferenziato, tutto qui, eppure magicamente ogni cosa si trasforma, la
percezione, i pensieri, si vive un mondo alternativo in un modo alternativo.
Ma al di la delle spiegazioni, delle considerazioni, è un momento, quello di
San Sebastiano, come un sogno lungo una settimana, durante il quale la mia
voce ti accompagnerà, e sarà la voce delle persone a te care, delle persone
che ti han voluto bene??.
Una settimana in cui ci si può perdere e ritrovare, si può dimenticare come
ricordare, un momento che ci si regala per essere come si è o per diventare
altri, in un luogo protetto, un luogo dove ci si può permettere di andare
oltre all¹apparenza, oltre i sensi, oltre il mondo per come lo si intende,
lo si capisce, un mondo oltre??
Il bello è poi che ci si rende conto che l¹ipnosi ti cattura, ti trasforma,
ti guida, ci si rende conto di fingere di essere ma si rimane, come
incantati, come ammaliati, come stregati.
Questo, tutto questo succede indipendentemente da come guardi le cose, dal
ruolo che ricopri, è una sorpresa se la conosci quanto se è la prima volta
che la vivi.
Non è retorica, sono le parole le stesse parole che già conosci a guidarti,
quelle parole che conosci, e si, le conosci già, ma che per la prima volta
le ascolti, le senti realmente. Sono le parole che tante volte hai sentito e
che ora son diverse, sono nuove, e pensi di conoscere il posto e la
situazione, pensi di rivisitare un mondo che conosci ma ti accorgi di
esserci per la prima volta, ed eccoti a cercare logiche giustificazioni in
cose che dovrebbero essere decise solo con l¹istinto.
E¹ un mondo strano questo, un mondo antico conosciuto quanto inesplorato, e
non è fuori ma dentro, questo lo rende straordinario, le storie sono come la
polvere, le storie sono polvere, quelle che racconti, quelle che ascolti,
sono polvere al vento, come un mandala sono composte e distrutte, ricomposte
e ridistrutte?..
Il tempo passa comunque lo vivi, comunque lo senti, comunque! Così è
trascorso il nostro tempo, qualcosa è successo, qualcosa è cambiato, non è
mai uguale quello che si vive perché è frutto di una magica combinazione tra
le persone, tra noi e voi. E¹ frutto di una complessa ed infinita relazione
fatta di cose sussurrate, di cose dette e di cose solo pensate, non è
ripetibile ne modificabile, è un composto di esperienze irripetibili, che
inganna piacevolmente l¹idea che siamo soliti portar con noi di noi.
L¹ipnosi è questo, è un modo diverso di vivere lo spazio ed il tempo, un
modo diverso e complesso di organizzare i pensieri, per questi e per altri
motivi ogni anno la sorpresa dell¹esperienza di San Sebastiano ci coinvolge
e ci stupisce come e più di chi la vive per la prima volta e questo proprio
grazie a quelli di San Sebastiano??.

giovedì, giugno 02, 2005

Dialogo con il paziente


RAPPORTO TERAPEUTA-PAZIENTE: TECNICHE DI COMUNICAZIONE ED EDUCAZIONE

Qualunque medico di famiglia avrà notato che, negli ultimi lustri, si è
passati da una pratica medica caratterizzata da un notevole numero di visite
domiciliari (che in ogni modo si mantengono, fisiologicamente nei periodi
invernali), ad una riduzione delle stesse verso una più affollata attività,
statica, presso i nostri ambulatori, gravata da un grosso armamentario di
test diagnostici e regimi terapeutici se non addirittura da presunte nuove
patologie alcune delle quali nate più da motivi commerciali che da vere
eziologie: intendo dire che se rapportiamo il numero delle domiciliari
rispetto a quelle effettuate in studio, stiamo da 1 a 5 in media.
Tranquillizziamoci però, questa constatazione non è così recente:
nel 1927 il Dott. Peabody la riportava sul Journal of American Medical
Association, aggiungendo però un1osservazione: 3la riduzione delle visite a
domicilio può essere un problema che non si pareggia con il valore
attribuito ai sempre più completi test diagnostici e strumentali; i giovani
laureati sono molto più periti di noi sulla patogenesi e sulla conoscenza
della malattia, ma rischiano di essere troppo scienziati e poco medici in
quanto non conoscono il paziente se non superficialmente, nulla sanno del
suo ambiente di famiglia né di quello di lavoro; dunque essi sanno curare il
paziente, ma sono incapaci di prendersene cura2.
Ciò che ci deve distinguere da altri colleghi, per il ruolo che ci compete,
è quello di prenderci cura dei nostri pazienti.
Come si fa?
Gli ingredienti sono solo tre:

a) La Comunicazione
b) Il Tempo
c) La Pazienza
d) Un pizzico d1Amore per il proprio lavoro e per le persone.

In merito ai punti b, c, d, ho poco da dire: il Tempo è necessario, non è
possibile fare il nostro lavoro con la fretta o con l1orologio sempre sotto
gli occhi; un massimalista sa che tra domiciliari e studio, la sua giornata
è di dodici ore.
Nascosta fra le pieghe del Tempo, c1è la Pazienza (di Giobbe): un medico
nevrotico o di cattivo umore non è utile.
L1Amore verso il lavoro e le persone aiuta il terapeuta ad essere efficace
sugli altri e leggero verso se stesso, ma ognuno di noi deve gestirselo
secondo come lo sente: questo non si può insegnare
Sulla Comunicazione invece si può fare molto.
C1è stato chi ha didatticamente inquadrato tre livelli di rapporto
terapeuta/paziente:

a) relazione attiva-passiva ( Up/Down)
b) relazione di guida-cooperazione
c) relazione di mutua partecipazione.

Non si può per principio dire che uno dei tre sia errato a scapito di un
altro: non dobbiamo dimenticare che il buon terapeuta deve calibrarsi in
base al soggetto che ha davanti, quindi in alcuni casi è necessario
mantenere tutta la propria autorità (a), in altri la stessa si riduce verso
una cooperazione un poco più attiva da parte del paziente (b); ma è
certamente con una mutua partecipazione (c) che la persona prende coscienza
dei suoi problemi e ne diventa maggiormente responsabile, perciò discorsi
irritanti che da qualche malato si sentono (3 il medico è lei, non io2 ecc.)
devono essere cortesemente ma fermamente respinti. Inducendo infatti una
responsabilizzazione di malattia e di cura si è anche meno esposti a
contenziosi medico-legali, poiché si è cancellato il ruolo passivo del
soggetto a favore di una chiara presa di coscienza dello stesso.

Il rapporto interpersonale della relazione terapeuta-paziente permette al
medico di ottenere valide informazioni, fornirle correttamente ed accertarsi
che siano comprese, soddisfacendo così il malato che potrà diventare
collaborante per raggiungere gli obiettivi preposti e concordati.

Il primo elemento è quello di riconoscere le aspettative del soggetto:
in genere chi richiede aiuto vive in uno stato d1ansia per il timore che i
sintomi che dovrà descrivere possano essere associati a qualche patologia
grave; pertanto essi tenteranno o di minimizzare i sintomi o di mistificarne
il contenuto:
se il medico non ascolta e parte da preconcetti clinici dovuti alla sua
conoscenza universitaria, spesso si infila in un tunnel che lo porterà a
conclusioni certe ma errate, secondo un percorso che è solo nella sua testa,
lontano dalla realtà; il paziente poi, tenderà a non contraddirlo o per
timore reverenziale o per timore della patologia, sfuggendo al problema
piuttosto che affrontarlo.
3Se io, medico, fossi paziente, come mi sentirei con un medico di fronte?2
Ecco la domanda chiave per iniziare al meglio un rapporto interpersonale.
La seconda domanda è:
3quali sono gli elementi base per un buon colloquio?2
Ecco le risposte:


FIDUCIA


RISPETTO COMPRENSIONE

Il Rispetto e la Comprensione derivano dalla considerazione che abbiamo
della persona stessa la quale potrà essere noiosa, ripetitiva, a volte
aggressiva, ma sempre una persona; da ciò si genera la Fiducia.
Se si conosce già il paziente, è buona regola controllare la sua cartella
clinica per evitare quelle amnesie momentanee, comprensibili, in merito alla
sua patologia o alla terapia somministrata la volta precedente: il terapeuta
vedrà così aumentata la propria considerazione
da parte del paziente;
se è una prima visita, occorrerà dare molta importanza ed attenzione ai
primi minuti del colloquio, sempre cruciali per instaurare un buon rapporto
di fiducia.
Dopo la reciproca presentazione, occorre prestare molta importanza al:

a) comportamento non verbale

b) al2 setting2.

Il modo con cui il soggetto si presenta, come stringe la mano, se guarda o
no negli occhi, il suo vestito, può dare dati più efficaci di un1anamnesi.
Importante è l1atteggiamento sulla sedia (sedersi in punta può essere un
segno d1insicurezza), come e dove guarda (cercare di non incrociare lo
sguardo del medico suggerisce una situazione imbarazzante), se accavalla o
no le gambe (segno di difesa o semplice abitudine), la posizione del capo
(inclinata posteriormente per ansia o paura, in basso ed in avanti per
tristezza), l1espressione del suo volto (occhi, sopracciglia e fronte
mostrano il più ampio raggio d1emozioni).

Il terapeuta per contro sarà molto attento al proprio tono di voce (meglio
quelli bassi, sempre rassicuranti), allo sguardo ( interessato ma non
inquisitore), alla postura ( il busto leggermente inclinato in avanti), alle
mani:
una mano sul viso, intorno al mento può essere interpretato come 3sto
pensando a ciò che mi dici e valuto la soluzione de problema2; una mano
sulla zona cervicale può far pensare 3il medico è stanco e magari non mi sta
ascoltando; una mano che scopre il polso per guardare palesemente l1ora, dà
l1idea della fretta e genera sempre una cattiva impressione.
Il medico inoltre darà importanza alla congruenza 3 verbale/non -verbale2 ed
alle ridondanze:
talvolta le persone, per paura o altro, razionalmente mistificano o
minimizzano un sintomo o un problema che invece la loro parte inconscia
manifesta assai chiaramente con il non-verbale; ad esempio alla domanda 3Ma
lei si sente bene2la persona può affermare 3sì2 scrollando la testa in un
chiaro 3no2.
Inoltre se il paziente dopo l1iter colloquiale continua a ribadire più volte
sempre lo stesso concetto, significa che non è soddisfatto delle risposte
ottenute, ed allora il terapeuta deve fermarsi a riflettere, rivalutando
tutto il caso.
Facciamo 3 un1inciso2.
Se il terapeuta apprende a conoscere e gestire queste tecniche in maniera
consapevole, potrà sfruttarle a proprio vantaggio per mandare segnali
inequivocabili attraverso il suo non-verbale; ad esempio alzandosi in piedi,
che il tempo concesso alla persona è scaduto e che si deve terminare
l1incontro.
Ma in modo, ripeto, consapevole.
Anche il2 2 setting 2 ha la sua importanza: se lo studio lo permette,
ricevere il paziente al lato della scrivania, anziché di fronte ad essa, può
essere utile nell1instaurare un rapporto fiduciario.

Le parole poi sono come macigni.

Ricevere il paziente che viene per un controllo con 3Qual è il problema2
oppure con 3Cos1è cambiato dall1ultima sua visita2, lo capite, è molto
diverso: nel primo caso si dà per scontato che ci sia qualcosa che non và ed
il soggetto farà del suo meglio per accontentarvi e dare importanza a
banalità patologiche, magari fuorvianti;
nel secondo, si ipotizza un cambiamento, che magari è peggiorativo, ma
almeno avete il 50% delle possibilità?
E1 inoltre opportuno partire con la tecnica dell12imbuto2a porre domande,
partendo, in altre parole da lontano con domande aperte (3 Come si è sentito
dall1ultima visita2), per restringere il campo (3Dice che sente dolore in
tutto il tronco, ma anche le spalle sono dolenti?2) fino a giungere alle
domande chiuse che inducono a risposte precise tipo 3sì2 o 3no2 (3Ma qui le
fa male o no?2).
Talvolta, durante la descrizione del problema, il soggetto può fare delle
associazioni automatiche alle quali il terapeuta deve porre attenzione: se
si sta indagando sul sintomo dolore ed il paziente ti dice che si sveglia
durante la notte ma non per il male, forse una causa dello stesso può essere
nel non riposare bene, e se non riposa bene può essere interessante
allargare il campo con domande del tipo2Ma come vanno le cose in famiglia
ultimamente? E sul lavoro?2. Magari si scopre che un dolore banale è
accentuato da uno stato distimico: in questi casi gioverà più un
antidepressivo a basse dosi, che un analgesico.
In seguito occorre:

1) Incentrare la conversazione su un problema alla volta;
2) Delineare le caratteristiche fondamentali ed il significato di ogni
problema al paziente;
3) Utilizzare affermazioni transizionali per permettere al paziente di
comprendere quando la conversazione si sposta da un argomento all1altro;
4) Riassumere brevemente e periodicamente i punti salienti della
conversazione;
5) Utilizzare un glossario calibrato sull1età e condizione socio-culturale
del malato;
6) Comunicare notizie, affermazioni importanti e terapie essendo certi
dell1attenzione del soggetto, non distratto ad esempio, dal rivestirsi dopo
la visita; in caso di dubbio ripetere per scritto la terapia.
7) Ricordare sempre che la comunicazione avviene anche con il contatto
fisico.

A questo proposito occorre ricordare che il medico è forse l1unico
professionista autorizzato a toccare il paziente violando una 2 privacy
corporea2: ciò genera sempre un certo imbarazzo, quindi è opportuno essere
sempre molto delicati e non incerti al tocco.
Se la mano del professionista è sicura infonde sicurezza, se incerta,
peggiorerà l1ansia; una mano può incoraggiare o consolare o stupire (3Sì, ha
proprio centrato il punto che mi duole, dottore2).

Al termine del colloquio occorre chiedere al paziente se ha altre domande,
se ha ben chiaro ciò che deve fare e come deve prendere i medicinali,
rassicurandolo che il suo medico è a disposizione (in orari e giorni
stabiliti) per essere rintracciato, continuando in tal modo a prendersi cura
di lui.
Molti terapeuti potrebbero obbiettare che i malati sono assai spesso
invadenti e non conoscono limiti al disturbo del medico.
Si può affermare che anche in questo sta l1abilità del professionista.
Il termine 3dottore2 significa maestro, vale a dire colui che educa.
Se il maestro è efficace, l2allievo2 dovrebbe confermare di aver appreso
dimostrando una buona comprensione della sua malattia, portando a termine
azioni favorevoli per la propria salute e ricavandone i conseguenti
benefici.
Una buona tecnica può essere quella di immaginare il colloquio che seguirà a
casa fra la moglie (o il marito) in ansiosa attesa: esso conterrà tutte le
possibili domande sul tipo, la gravità, l1evoluzione della malattia, la
speranza di vita, le cure, gli esami ecc.
Il Maestro dovrà essere chiaro ed esigente.
Dovrà prendersi cura del soggetto e mai fornire assistenzialismo 3a
pioggia2: ciò non esclude, ad esempio, una telefonata al collega ospedaliero
per chiarimenti in presenza del paziente o chiedere notizie anticipate
sull1esito di un esame o una telefonata inaspettata al paziente per avere
sue notizie o quant1altro; dovrà però essere chiaro il suo ruolo di2
caunsellor2 nella funzione d1aiuto e di 3coach2 in quelle esecutive;
trasformarsi in un impiegato o uno sportellista del SSN ne snaturerebbe
l1identità e l1efficacia nell1immaginario collettivo: ci si prende più cura
di un paziente invitandolo a presentarsi a breve per un controllo o a
telefonare eventuali variazioni di sintomi che teleprenotargli gli esami
dallo studio; quello può essere un buon servizio, ma toglie tempo al
colloquio, assai più importante.
L1educazione del paziente consiste anche nel dare poche regole ma chiare
sulla disponibilità del professionista, ad esempio:
il medico sarà a disposizione (vera e completa) in alcuni momenti della
giornata: negli altri sarà demandato ad altri colleghi.
Talvolta soprattutto con pazienti 3difficili2, può essere utile investire
anche il resto della famiglia alla soluzione dei problemi: crearsi degli
alleati che condividano e l1obiettivo di salute ed il percorso, facilita
molto il terapeuta.
E qui naturalmente ci hanno complicato la vita con la 3privacy2, ma talvolta
occorre forzare un po1 la mano, nei limiti dell1etico e dell1utile, per
poter essere efficaci ( nulla ci vieta di chiedere al paziente se possiamo
coinvolgere la famiglia ed in che misura).

sabato, maggio 28, 2005

 Considerazioni dopo due giornate di terapia dedicata all'obesità. A cura dei Dr.i Marco Chisotti ed Antonello Musso.
Efficacia dell'ipnosi terapia in soggetti sofferenti di obesità reattiva.
Stati mentali alterati da sofferenze emotive profonde, possono generare reazioni alimentari esasperate che si interlacciano profondamente con l'identità della persona.
E' dunque inutile affrontare direttamente il problema dieta in quanto l'obesità stessa può essere un modello di sopravvivenza temporanea eliminando il quale si peggiora lo stato generale della persona stessa; può essere più efficace agire a monte sui disagi e tralasciare il problema dieta che potrebbe risolversi conseguentemente in modo automatico.
segue approfondimento...

domenica, agosto 08, 2004

Pensieri ..... come voci! Marco Chisotti

Che cosa guardiamo, cosa possiamo vedere, cosa possiamo pensare, costantemente crediamo di essere in "noi stessi" semplicemente perché abbiamo consapevolezza di essere, difficilmente ci chiediamo se siamo ancora quel "noi stessi" di ieri, eppure nulla ci può dare la certezza di essere ciò che siamo stati e che saremo ciò che siamo, semplicemente ricordiamo dunque siamo e quindi saremo ancora!
E' particolare ciò che diamo per scontato solo perché ogni giorno ce lo ritroviamo, non abbiamo dubbi sul nostro ricordarci come eravamo, tanto che andiamo avanti dando per assodato ciò che é avvenuto prima, interessante deduzione, particolare fiducia, o forse consuetudine, il nostro sistema di pensiero intelligente lavora proprio con l'intelligenza ipotetico deduttiva, é un sistema evoluto, lavora in modo veloce preciso attraverso la capacità ipotetico deduttiva, siamo, dunque siamo stati e quindi saremo, il gioco é fatto,
Ma cosa vediamo del mondo, o meglio quali esperienze avremo che causeranno il mondo che potremmo vedere, noi pensiamo su di un prodotto considerandolo un "fatto" in verità é un arte-fatto, il nostro cervello emula una realtà e la mantiene stabile, lo fa partendo da principi comunitari di condivisione con gli altri, é come se scegliesse di giocare sullo stesso campo di calcio in cui giocano gli altri, potrebbe sceglierne un'altro come quando nel sonno sogna, ma poi si troverebbe a giocare da solo e dunque che scopo di esistere nella propria consapevolezza se non ci fosse il bisogno di distinguersi dagli altri, dicevo "potrebbe" scegliere un campo differente ma sceglie il campo comunitario, in modo da stare con gli altri, ma li si gioca la partita della realtà condivisa, li devo stare attento al gioco, mi son concesse poche distrazioni, dunque ho poco di veramente mio in un mondo che é il frutto di un esperienza rigorosamente allestita sul principio della condivisione, ogni mia personale interpretazione sarà scoraggiata a favore dl terreno condiviso, ci sono delle regole che vanno rispettate altrimenti é un casino, hai mai giocato a carte con delle persone che non conoscono le regole ed interpretano, é l'anarchia più totale, qualunque tentativo di realizzare un dunque risulta impraticabile!
Noi viviamo costantemente in un programma, un listato di comandi a cui dobbiamo attendere, ogni risposta contemplata dal programma viene premiata, ogni errore rispetto al programma viene punito, le libere interpretazioni sono scoraggiate e tendenzialmente rifiutate, viviamo dunque costantemente in una realtà, il mondo, frutto di un esperienza guidata da regole precise a cui difficilmente possiamo sottrarci.
Cosa guardiamo dunque e cosa possiamo vedere? L'idea stessa di noi, la nostra consapevolezza é un programma che ci rende consapevoli, la realtà é un bisogno rispetto alla relazione che ci é permesso di vivere con gli altri e con l'idea di noi stessi, viene da sé che la realtà é poi data per scontata, considerata un fatto indipendente dall'osservatore, é naturale che la si percepisca così, e non come frutto di condivisioni che si sono perfezionate nei secoli, é più semplice considerare dei fatti che non delle ipotesi, i fatti sono dati per certi, le ipotesi sviluppano dubbi, limiti, e questo rallenta i processi percettivi rendendo incerta la percezione stessa, pensate se per ogni percezione dovessimo verificare la ripresa fatta, sono pochissimi i momenti in cui dubitiamo di ciò che abbiamo percepito, se la realtà fosse un fatto, non un arte-fatto come risulta dagli studi sull'attività del nostro cervello, allora ci capiterebbe spesso di aver dubbi percettivi dovuti al limite della nostra" ripresa"!
La cosa certa é che non abbiamo dubbi, ma certezze, al 99% delle nostre esperienze, generiamo un mondo stabile, credibile, completo, esportabile, replicabile, non ci rendiamo conto di come il nostro cervello non potrebbe mantenere la mole di informazioni necessarie alla percezione stessa della realtà, il principio esperienziale percettivo non é un principio riproduttivo, raccolta dati, ma un processo generativo, scelta di dati e dunque dati-presi.
Mi sto divulgando su dei particolari che forse allontanano dall'essenza delle nostre esperienze, la vita non é un'esperienza nel porsi domande ma é un esperienza di azione, ma ogni descrizione che facciamo di una realtà parte da presupposti e dunque regole di riferimento, la realtà é più un gioco interattivo dove lo scopo é la vita di relazione assieme agli altri, la realtà é veramente la comune-unità, l'esperienza é una causa libera, all'interno di regole date, che genera un mondo, quel mondo che possiamo condividere, l'ipnosi é un esperienza dove le regole vengono condivise e quando questo avviene si genera una realtà stabile alternativa, la si ottiene attraverso un esperienza di riduzione dei dati esperienziali generati dai nostri sensi, i nostri sistemi intelligenti come occhi, orecchie e pelle, un rallentamento dell'attività del nostro cervello é l'inizio di una condivisione interna dell'esperienza, il risultato é n"abbassamento della critica ed un subentrare delle direttive condivise con l'ipnotista, un listato differente di comandi che generano una realtà che privilegia un mondo interiore rispetto al mondo unanimamente condiviso dello stato di veglia.
L'esperienza dell'ipnosi é le stessa esperienza che viviamo nello stato di veglia dove però si privilegia il mondo esperienziale generato dall'esperienza interna, rispetto a quella esterna degli organi sensoriali. L'abbassamento del livello vigile a favore di un dialogo interno che auto genera immagini, sensazioni e percezioni, permette di giocare una partita alternativa in cui non sono scontate le regole del gioco, anzi le stesse regole vanno stabilite e rese accettabili, il nuovo gioco é poi l'opportunità di vedere una realtà differente, di percepire un mondo frutto di nuove esperienze che generano il cambiamento. Il lavoro dell'ipnosi é quello di aggiungere, sottrarre o modificare l'esperienza di ciò che guardiamo e trasformarla in ciò che desideriamo vedere, questa é anche la scommessa del futuro delle psicoterapie esperienziali legate al cambiamento di cui l'ipnosi ed il costruttivismo si fanno portavoce.

lunedì, luglio 19, 2004

A.E.R.F.
Association Europeenne pour la Recherche scientifique et la Formation
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Primo seminario con

Stephen Gilligan, Ph.D.
Uno dei pochissimi allievi diretti di Milton Erickson

“L’Ipnosi generativa”

con traduzione in Italiano

18 gennaio 2005
a Milano

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A.E.R.F. - Association Europeenne pour la Recherche scientifique et la Formation – Via Bagetti n. 19/A – 10143 Torino – www.aerf.it
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Il focus del Seminario sarà su come sviluppare stati di trance utili a migliorare lo stato di salute, abbandonare abitudini nocive, guarire ferite emotive ed emozioni negative, aumentare la felicità e promuovere il successo nella vita personale e professionale.
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Stephen Gilligan, Ph.D. www.stephengilligan.com, è uno psicoterapeuta che pratica in Encinitas (California). Stephen è stato fra i primi studenti della Programmazione Neurolinguistica all’Università di Santa Cruz dal 1974 al 1977 e durante quel periodo è anche stato un assiduo studente di Milton Erickson e Gregory Bateson.
Dopo aver conseguito il dottorato in psicologia all’Università di Stanford, Gilligan è presto diventato uno dei migliori insegnanti e praticanti dell’Ipnoterapia Ericksoniana.
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Banca Sella c/c n° T2 00 36015988 0
intestato a: dottor Marco Chisotti (Presidente A.E.R.F.)
codice A.B.I. 3268 - codice C.A.B. 22300
causale: iscrizione Seminario S. Gilligan, Ph.D. del 18.01.2005
L’acconto sarà restituito solo nel caso in cui il Seminario sarà annullato o rinviato.
Ai partecipanti saranno consegnati l’attestato di partecipazione e le dispense del Seminario.
Resource People:
dottoressa Anna Balestra, Certified NLP Trainer (Sc, CA)
Interpreter: dottoressa Adriana Crosetto, Certified NLP Trainer (Sc, CA)
Per informazioni e iscrizioni rivolgersi a:
dottor Adriano Bilardi, Certified NLP Master Trainer e Hypnotherapist (NLP INTERNATIONAL ISI-CNV)
adriano.bilardi@tin.it
Cell. +39 335.5396141
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martedì, luglio 13, 2004

Cosa connette le nostre esperienze interiori, i sogni, con le nostre
esperienze esterne, le percezioni? Marco Chisotti

Cosa sarebbe il mondo intelligente (elaboratore) senza l¹ausilio dei sensi
(dati), ma cosa sarebbero i sensi senza l¹intelligenza?
Intelligenza e sensi sono uniti a filo doppio tanto da rendere profiqua la
domanda: ³In quale tipo di relazione intelligenza ed organi sensoriali
devono rimanere per garantire la normalità cognitivo-percettiva?²
Studiando l¹ipnosi si viene facilmente in contatto col mondo interno ed il
mondo esterno delle persone, ciò che colpisce è il modello del mondo e della
vita posseduto dagli individui, e da come questo varia proprio in funzione
di quanto il cervello elabori una realtà stabile più o meno in funzione di
elementi (dati) ricavati dal mondo esterno attraverso i sensi, si può essere
auto od etero diretti raccogliendo elementi ed elaborando gli stessi con
percentuali differenti.
Ogni esperienza è frutto di percezione sensoriale, memoria, elaborazione
intelligente, cognizioni pregresse, la risultante di questi elementi ci da
l¹esperienza, è dunque tutto legato dal rapporto tra mondo interno e mondo
esterno, quando l¹uno o l¹altro non sono all¹altezza abbiamo uno
sbilanciamento dell¹esperienza, troppo ³inventata² o troppo ³analizzata²,
come a dire, troppo legata al mondo fantastico o troppo collegata ai fatti,
in entrambi i casi le esperienze risultano poco ³umane².
Il mondo per come lo viviamo è in un sottile e continuo equilibrio tra un
immaginario, ciò che ci aspettiamo che il mondo sia e dati continuamente
raccolti dai sensi.
Ogni volta che percepiamo un esperienza lo facciamo in un equilibrio che si
genera tra il nostro mondo interno, la costruzione del mondo da parte del
nostro cervello attraverso la nostra intelligenza ed il mondo forgiato
attraverso una dominanza percettiva, a seconda che prevalga il mondo interno
o il mondo esterno avremo realtà differenti, nel caso di abbondanza
percettiva avremo un mondo facilmente condivisibile, ricco di elementi dove
si ha dovizia di particolari, al contrario ogni volta che domina il mondo
interiore avremo un mondo unico, molto creativo, nel senso specifico del
termine, vale a dire una realtà in prevalenza creata.
Credo che in futuro si darà sempre più importanza all¹analisi
dell¹equilibrio che si viene a generare dietro ad ogni esperienza in merito
alla relazione tra quanto dato dall¹esterno e quanto preso dall¹interno, in
quest¹equilibri ci sta la differenza che fa la differenza nelle esperienze.
Ogni persona ha una personale modalità con cui generare l¹esperienza più
qustà è auto diretta e più è esclusiva, irriproducibile, più è etero diretta
e più diviene facilmente condivisibile, nel normale stato di veglia si ha un
grande lavoro percettivo da parte del talamo che ³scannerizza la neo
corteccia² circa 80 volte al secondo, in uno stato di trance si scende a 40
cicli al secondo favorendo in tal modo la raccolta di elementi costruiti dal
cervello al suo interno, questa differenza varia durante alla giornata,
oltre che variare in periodi differenti della vita.
Nel lavoro clinico spesso ci si imbatte in problemi analoghi, anzi si può
dire che spesso i problemi sono proprio generati da un particolare
equilibrio tra mondo interno e mondo esterno, e dunque importante stabilire
il livello di creazione dell¹esperienza da parte della persona.
Da 8000 anni a questa parte l¹uomo con certezza scientifica possiede un
cervello pressoché identico nelle sue funzionalità, ciò che è enormemente
cambiato e continua a cambiarci, è il modo con cui percepiamo le esperienze,
la tecnologia ci ha portato a guardare, ascoltare, percepire oltre i limiti
dei nostri sensi, le spiegazioni e le conoscenze ci hanno proiettati in un
mondo estremamente complesso, ricco di elementi, un mondo così complesso
stenta ad essere elaborato da un cervello che si è mantenuto costante da
8000 anni a questa parte, ci vuole molto tempo perché il nostro cervello
possa capacitarsi di una tale mole di elementi, l¹equilibrio tra mondo
interno e mondo esterno è cambiato, così la nostra intelligenza si è
enormemente modificata nel tentativo di star dietro all¹²evoluzione²
percettiva.
Molte esperienze interne del lavoro del nostro cervello vengono ³proiettate²
all¹esterno attraverso esperienze diverse che ne richiamano la consistenza,
forse è da qui che l¹uomo ha sempre più accelerato la velocità in cui si
trova a vivere, come il tentativo di stare dietro alla straordinaria mole di
dati raccolti che devono essere elaborati sempre più velocemente per poterli
considerare nel maggior numero possibile.
Sono molte le distorsioni in cui incappiamo legate dall¹equilibrio che si
viene a creare in ogni momento a fronte di un lavoro differente tra
esperienze in prevalenza auto (create) o etero (percepite) esperite, il
mondo cambia quando lo si guarda con occhi freddi o con occhi appassionati,
ogni passione deforma il reale fino a renderlo ³umano², ogni esperienza
viene umanizzata, resa accettabile, e dunque spiegabile dal modo di sperare
di poterle percepire, in verità il mondo è un caso, come la vita d¹altronde,
a cui viene dato uno scopo, un fine, una spiegazione per poterlo percepire,
o meglio usufruire, la vita è vissuta solo nel momento che viene sognata ed
i sogno crea l¹incredibile per renderlo credibile, di li in poi l¹esperienza
viene accettata e dunque viene a far parte del mondo dell¹uomo.
E¹ affascinante vedere come il mondo viene forgiato dalla fantasia fino a
renderlo accettabile, continuamente tentiamo di trasformare il mondo per
rendercelo piacevole, quando non ci riesce di modificare il mondo in
funzione della nostra volontà viviamo una frustrazione e reagiamo con
l¹adattarci al mondo esterno, quando ciò ci riesce viviamo un momento
creativo modificando l¹ambiente in cui viviamo, l¹armonia ci è data
dall¹equilibrio che si viene a generare ogni volta che uniamo il mondo dei
dati col mondo dei sogni, tale equilibrio ci segue in tutta la nostra vita.



domenica, luglio 11, 2004

Noi siamo quel che è rimasto dopo le nostre scelte!

Marco Chisotti

E¹ forse questo il motivo per cui siamo portati ad imputare tanto peso al
passato, e non appagati, a ricercare in ipotetiche vite precedenti le
ragioni del nostro essere come siamo al nostro presente.
Ogni processo di conoscenza opera attraverso delle distinzioni, dunque
facendo delle scelte, ogni scelta si lascia qualcosa dietro, è un po¹ una
separazione quella che viviamo in ogni processo cognitivo.
I nostri valori, le nostre credenze, sono frutto di esperienza, rientrano
tra le nostre conoscenze, come ogni esperienza tendiamo a volerla mantenere
e riprodurre, cercando di applicarla come sistema di comprensione e
conoscenza per ogni nuova conoscenza. Per conoscere abbiamo bisogno di
modelli, senza modelli non siamo in grado di conoscere, i nostri modelli
sono la base delle nostre spiegazioni e conoscenze, tendenzialmente la
conoscenza è percepita come un¹addizione di fattori, la difficoltà al
cambiamento spesso sta in questi termini, non è aggiungendo che si arriva a
conoscere, ma costatando che i nostri vecchi modelli non sono in grado di
permetterci nuove conoscenze. Non si conosce nulla di nuovo senza la
modificazione dei modelli dai quali generiamo la nostra conoscenza.
Conoscere è cambiare, cambiare è lasciare, decidere, dividere, modificare la
metodologia dalla quale dipende la nostra esperienza. I modelli che
apprendiamo da bambini sono la base da cui partono le nostre conoscenze, la
nostra intelligenza si sviluppa partendo da questi, tutto può originare da
semplici matrici apprese da bambini, dalle quali si è poi sviluppato il
nostro mondo, le sue regole, le nostre conoscenze partono da come siamo
stati per farci diventare come saremo, infanzia ed adolescenza lasciano un
segno indelebile nell¹adulto, introducendolo in un flusso di potenzialità
che va ad accrescere l¹idea che abbiamo di noi, della nostra identità.

L¹ipnosi si deve imparare da bambini!

Portando l¹attenzione sui processi d¹apprendimento è bello notare come ogni
forma d¹apprendimento sia una specie di evoluzione per l¹individuo, la
crescita è un evoluzione e dunque è strettamente collegata
all¹apprendimento, fondamentale dunque pensare all¹apprendere come ad un
processo di adattamento, la crescita è di per sé un insieme di cambiamenti
adattativi dell¹individuo alla vita.
La trance ipnotica intesa come cambiamento dello stato mentale è la migliore
risposta di adattamento per l¹individuo, permette di apprendere, aprendo il
canale percettivo ed abbassando la critica.
Meglio però chiarire ulteriormente quale passaggio avviene nell¹individuo
che favorisce la risposta d¹adattamento, per fare questo utilizziamo
un¹esperienza molto comune, l¹innamoramento, possiamo definirlo in senso
lato come il cambiamento di uno stato mentale durante il quale la persona
dimostra la fissazione del proprio pensiero su di un idea, un progetto o più
comunemente una persona, atteggiamento questo che in linguaggio ipnotico
possiamo definire monoideismo.
Il vantaggio evolutivo allo sviluppo di un monoideismo da parte di una
persona è da attribuirsi alla possibilità di concentrare e mantenere per un
tempo sufficiente l¹attenzione e le proprie risorse in un'unica esperienza,
l¹innamoramento verso una persona, ad esempio, è un vero e proprio
cambiamento di stato mentale durante il quale la persona modifica
sostanzialmente la propria percezione dell¹altro, immagine che arriva
dall¹esterno, etero-diretta, con la sostituzione attraverso un immagine
elaborata dall¹interno, auto-diretta.
Una recente ricerca durata cinque anni, da parte di un gruppo di neuro
fisiologi britannici, mette in luce un particolare fenomeno a riguardo
dell¹esperienza dell¹innamoramento, avendo riscontrato un maggior numero di
incidenti tra persone innamorate rispetto a persone che vivono in un normale
stato mentale di veglia, hanno voluto indagare rispetto alle cause del
fenomeno, hanno così trovato che la persona innamorata tende a sostituire ad
esperienze esterne, etero-dirette, elementi o intere immagini elaborate
completamente dall¹interno, auto-dirette.
Utilizzando la PET, tomografia cerebrale ad emissione di positroni, hanno
infatti riscontrato una normale attività cerebrale sia nella zona occipitale
della neocorteccia, area visiva, ed un normale dialogo tra talamo e neo
corteccia, attività quest¹ultima che permette di confrontare il mondo
dell¹esperienza costruita dall¹interno, col mondo dell¹esperienza percepita
dall¹apparato percettivo esterno, nelle persone in normale stato mentale di
veglia, mentre al contrario tra le persone in stato d¹innamoramento è stata
riscontrata una maggiore attività di dialogo tra talamo ed ipotalamo,
operazione collegata ad una elaborazione dell¹immagine dall¹interno, a spese
di una minore attività tra talamo e neocorteccia e nell¹area imputata
all¹attività percettivo-visiva della neocorteccia occipitale.
Questa recente ricerca ci aiuta a comprendere quanto sia significativa
l¹esperienza visiva costruita in modo indipendente da parte del nostro
cervello, come noi processiamo una realtà attraverso l¹attività cerebrale,
influenzando totalmente il mondo percettivo attraverso l¹attività creativa
della nostra mente.
Sempre più marcata risulta l¹attività creativa del nostro cervello rispetto
agli elementi di realtà, condivisi con le altre persone; noi immaginiamo
prima di percepire ed influenziamo completamente ogni percezione attraverso
il mondo della relazione, con gli oggetti e con le persone, modificando con
le nostre aspettative ed i nostri desideri l¹intero mondo di realtà.
Difficile considerare il sottile diaframma che divide il sogno dalla realtà,
tanto che potrebbe risultare più semplice e corretto considerare la realtà
come un sogno condiviso con gli altri, l¹innamoramento è un sogno, nella
maggior parte dei casi, un amore condiviso tra due persone, un amore
permesso da un abbassamento della critica che ci porta un crescere
dell¹emozione ed un abbassamento della ragione, un adattamento reso
possibile da una sovrapposizione percettiva da parte di una percezione
interna (immagine, suono, sensazione) alle spese di elementi percettivi
esterni.
³Noi siamo continuamente influenzati dal modo in cui anticipiamo gli eventi²
(G.A. Kelly), se pensiamo alla nostra immagine del mondo, questa è prodotta
dal nostro cervello utilizzando tutti gli input percettivi che si trova a
possedere, ed usando al contempo i dati incamerati nella memoria e tutti gli
elementi collegati alle esperienze avute in precedenza. Pur portandoci
l¹idea di realtà condivisa, ogni nostra esperienza risente tantissimo di
come ci siamo immaginato quello che sarebbe potuta essere, da come
immaginiamo come sarà.
E¹ normale che ogni realizzazione umana passi attraverso due precise fasi,
la prima è il costruire un immagine, l¹immaginare una situazione ed i suoi
sviluppi, la seconda fase è collegata alla presa di coscienza o
consapevolezza della situazione. Non sempre però si è in grado di possedere
sufficienti esperienze da poter considerare l¹immagine e dunque la
conseguente consapevolezza, la fase preparatoria alla possibilità di
realizzare un¹esperienza è una fase particolare dal momento che l¹esperienza
ancora non sussiste deve essere inventata, per poterla attuare è necessario
fare finta che possa realizzarsi, questa ³finzione² permetterà di
immaginarsi l¹esperienza, rendersi consapevoli, fino a realizzarsi.
Il bambino conosce molto bene queste circostanze necessarie alla
realizzazione di qualunque esperienza, l¹adulto se né dimenticato, già
all¹età di due anni un bambino impara a far finta, è in grado di fare come
se fosse, da quel momento in poi il suo apprendimento accelera permettendo
grandi realizzazioni attraverso continui lavori di immedesimazione e ed
emulazione, fingersi per poter essere.
L¹intelligenza si sviluppa attraverso dei picchi discontinui, non si
accresce in un processo graduale, il bambino utilizza l¹intelligenza per
necessità, in base alle situazioni che si trova ad affrontare mette alla
prova la sua capacità di adattamento, accresce le sue capacità analitica,
attraverso la raccolta di dati sensoriali, ed elaborativa, sviluppando in un
primo tempo un intelligenza concreta, per poi arrivare ad affrontare lo
sviluppo dell¹intelligenza astratta, ipotetico deduttiva, qui si fissano le
basi del pensiero analitico, dei suoi sviluppi, dei limiti e delle
possibilità ad esso collegati.
Ogni comportamento è come collegato ad una sequenza di operazioni parte
delle quali sono analizzabili dal punto di vista della consapevolezza della
persona, fino ad arrivare a prevedere procedure e liste di comandi nelle
quali ogni persona è impegnata a dare la propria disponibilità se desidera
raggiungere la propria realizzazione.
Durante la maturazione e lo sviluppo dell¹intelligenza, al tentativo di
affermare la propria adattabilità seguono stili differenti di controllo
delle azioni, entro i quali le persone, allineando i propri pensieri,
gestiscono in modo differente il fluire della cognizione. Le esperienze che
portano adattamento vengono premiate, incoraggiate e memorizzate, durante la
vita della persona saranno mantenuti tutti i comportamenti allineati
all¹adattamento, e con essi il tentativo di mantenere stabile l¹esperienza
cognitiva ad essi collegati.
E¹ possibile notare come in ogni esperienza volta al raggiungimento di un
risultato, esistano cordate differenti di azioni a seconda delle culture di
riferimento, tali esperienze risultano più o meno semplificate rispetto ai
risultati desiderati. Lo sviluppo, l¹origine e l¹età delle lingue dimostrano
come siano differenti le strategie mentali volte all¹adattamento, e come
queste differenti metodologie incidano notevolmente sugli stili di vita, le
filosofie fino alle singole esperienze.
Fin da bambini si apprendono e memorizzano metodi, procedure e listati di
comandi, fin da bambini si apprende l¹ipnosi, si sviluppano stati mentali
che vengono mantenuti come riferimenti collegati alla vita stessa. Viene da
sé quanto sia importante tutto ciò che si lega alle esperienze durante le
fasi evolutive, le fasi di apprendimento, di ogni individuo in ogni momento
della vita, con specifico riferimento alle prime fasi di sviluppo
dell¹intelligenza concreta ed ipotetico deduttiva.
Sono queste le ragioni che mi spingono a pensare che lo strutturarsi
dell¹esperienza crea un insieme di limiti e possibilità per la persona che
nella complessità dell¹esperienza rimangono strettamente collegati tra loro,
rendendo impegnativo ogni tentativo di miglioramento delle proprie
possibilità a scapito dei limiti ad esse collegati.



sabato, luglio 10, 2004

E’ difficile trovare nuovi percorsi che possano soddisfare l’interesse e la curiosità di persone così intensamente stimolate come gli uomini dell’occidente, dalla stampa alla televisione, dalla radio ad internet siamo continuamente bombardati da potenziali stimoli, da novità, da diversità a cui difficilmente possiamo sottrarci. In particolare ciò che rende ancor più impegnativo il tentativo di “orientare” le persone non è tanto la diversità degli stimoli ricevuti, il problema sta nel numero di stimoli da vagliare nel tentativo di organizzare la propria esperienza.
Una delle principali necessità a cui siamo chiamati è il principio di coerenza, la nostra stessa “intenzionalità” si basa su questa opportunità, rimanere se stessi per poter decidere per sé, solo considerandoci nella nostra indentità possiamo metterci nella condizione di decidere, credere, strutturare una nostra organizzazione mentale capace di darci risposte.
Sicuramente si è aperto un grande immaginario mentale rispetto alle potenzialità della mente umana, oggi è possibile pensare e soddisfare realmente grandi desideri, superando il livello dei semplici bisogni, una grande libertà si prospetta ai nostri occhi. Tutto questo ha anche ingigantito la continua ricerca di nuovi scenari, l’immaginario mentale si stà arricchendo del nuovo che scaturisce da questi differenti scenari, i risultati di questa continua ricerca porta con sé il problema di non riuscire più a vivere il proprio presente o continuamente proiettati nel proprio futuro, o trattenuti da una continua ricerca del proprio passato storico, le nostre ipotetiche vite precedenti.
Il risultato di questo livello potenziale, in cui sono percepite le nostre abilità mentali, è lo sviluppo della nostra intelligenza ipotetico deduttiva in un contesto altamente astratto, in cui, sempre meno impegnati a soddisfare i nostri bisogni fisici, siamo sempre più liberi di sognare, il mondo “come se fosse” si eleva al massimo potenziale, nella vita spirituale ricerchiamo in fondo il limite a noi stessi, un limite che non si presta ad essere contestualizzato relativamente alla propria vita, come in fondo ogni buona morale pubblica ha tentato di fare in passato, l’immaginario mentale non accetta limiti perché non ha bisogno di misurarsi con alcun limite.
La psicologia ed in particolare la psicoterapia, dove il concetto di terapia è da intendersi come il prendersi cura, è uno degli strumenti più vicini a questo immaginario mentale, il counsellor impersona colui che aiuta a costruire relazioni col mondo esterno, il counsellor si dedica all’adattamento della vita alla vita in tutte le sue forme, consapevole che i problemi nascono da un difettoso programma di apprendimento.
L’apprendimento è legato al caricamento di quel programma di conoscenze che ci servirà in tutti i nostri futuri atteggiamenti intelligenti verso la vita, ma come per ogni sistema di adattamento intelligente sappiamo che il limite che corriamo nel convincerci dell’utilità di determinate esperienze è che rimaniamo intrisi delle stesse  regole del gioco che abbiamo costruito, indispensabili a rendere possibile il nostro sistema adattativo, tanto da non esser in grado di liberarci delle nostre stesse conoscenze, la tradizione un tempo e la conoscenza oggi ci obbligano continuamente a fare i conti con l’idea che abbiamo di noi stessi.
In questo processo non è semplice liberarsi dal fine per cui pensiamo di vivere, la vita stessa è osservabile solo nel momento in cui contestualizziamo in qualche modo la nostra osservazione, la vita è un complesso gioco di infiniti presupposti che si intrecciano gli uni con gli altri fino a dare un flusso alla vita stessa. Il tutto ne è la risultante, la risultante non ha arte ne parte, è un nudo fatto, e come tale va osservato in modo funzionale, in funzione di, ogni fatto per poter essere considerato va contestualizzato.

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Il mondo della psicoterapia visto dalla prospettiva dell’ipnosi costruttivista. Si può parlare di plagio nell’ambito delle esperienze umane?
Marco Chisotti
E’ forse possibile parlare di plagio nel mondo delle idee?
Nell’ambito musicale si sente parlare di plagio, spesso le melodie si assomigliano, molto spesso capita che vengano copiate o imitate esperienze musicali derivanti da altri senza dichiararne la legittima paternità.
 Nel mondo delle idee esistono le citazioni, nel caso siano riportate letteralmente le parole di altri autori, ma la stessa ricombinazione del pensiero si presta facilmente ad eludere le fonti dalle quali proveniva. Il mondo delle idee, come il mondo dei concetti, è un mondo complesso, così il mondo della terapia, spesso si trovano esperienze di cambiamento importate da contesti differenti.
Forse si volesse render merito ai primi “produttori” di idee e dunque di cambiamenti possibili si dovrebbe far riferimento ad antenati così lontani nella storia dell’uomo tanto da sconfinare oltre ad ogni possibile testimonianza storica, rendendo così indeterminabile tale riconoscimento.
Allo stesso modo si volesse riconoscere il merito ai primi psicoterapeuti nella storia dell’uomo si dovrebbe considerare l’ipnosi e la sua storia come primo punto di riferimento al combiamento.
Noi siamo convinti che si è partiti da esperienze ipnotiche nello studiare la natura psicologica dell’uomo, la sua coscienza, proprio per la natura bio fisiologica dell’esperienza.
Nel campo della psicoterapia si tornerà all’ipnosi nella ragione in cui ogni percorso terapeutico si differenzia per la sua struttura, portando a sfruttare contenuti e contesti differenti dell’esperienza umana, ma non può eludere l’organizzazione mentale dell’uomo, l’esperienza ipnotica lavora sull’organizzazione della mente, si dovesse cambiare tale organizzazione non si parlerebbe più di uomo per come lo conosciamo e lo descriviamo.
Con l’esperienza dell’ipnosi si viene a conoscere l’organizzazione dell’individuo, le quattro fasi della storia dell’ipnosi menzionano le tappe attraverso le quali si è potuto descrivere l’esperienza dell’uomo stesso in ogni sua manifestazione.
Magia e religione hanno segnato le prime fasi della nostra storia, e della storia dell’ipnosi, l’uomo si è evoluto sui principi della magia, attraverso particolari credenze e convinzioni, ha preso consapevolezza di sé e della sua identità con il credo religioso, considerando come vivere fino dare un fine alla propria vita attraverso la fede, nella storia dell’ipnosi si ritrovano simboli, segni, tecniche che richiamano tale momento storico.
Magia ed alchimia hanno poi lasciato il posto al modello scientifico, più strutturato e maggiormente condiviso, facilmente verificabile e replicabile, studiando gli effetti e le cause delle esperienze il modello scientifico ha dato l’avvio alla ricerca sistematica ed alla conoscenza strutturata della vita, la fase magneto fluidica della storia dell’ipnosi scopre l’influsso e la “forza” della presenza e del contatto tra terapeuta e paziente, noi oggi ci portiamo appresso tali esperienze ed il loro formidabile effetto nell’idea stessa della cura terapeutica.
 La fase psicologica nella storia dell’ipnosi, come nella storia umana, ha permesso di conoscere e sviluppare l’idea di individuo e le potenzialità della mente nell’individuo, permettendo lo sviluppo di una “coscienza laica”  dell’uomo, al contempo con la nascita della psicoanalisi si è cominciato a parlare di inconscio nell’individuo, sviluppando un pensiero complesso ed articolato attorno alle esperienze ipnotiche.
Essendo poi l’ipnosi prevalentemente un esperienza di tipo biologico, ritroviamo nella fase fisiologica dell’ipnosi un grande sviluppo ed un intenso proliferare di modelli esplicativi sulla natura del comportamento, sulla motivazione umana, sulla consapevolezza delle nostre esperienze, lo studio delle neuroscienze hanno oggi permesso di certificare l’esistenza dell’ipnosi, fono a poco tempo fa unicamente ipotizzata,  solo ora si può riscontrare il parallelismo tra gli studi sulla natura umana e la storia dell’ipnosi, e questa constatazione la si può rilevare in ogni manifestazione dell’esperienza ipnotica.
A questo punto si può convenire nel pensare che la storia delle psicoterapie si sia intrecciata con le esperienze dell’ipnosi in momenti in cui l’ipnosi non era considerata, o meglio non si conosceva la sua esistenza, tanto che tutti i principali modelli psicoterapeutici conosciuti hanno pochi se non nulli riferimenti alle cause del funzionamento dell’intervento psicoterapico, si è proceduto per prova ed errore, considerando a monte dell’operato della terapia la cosidetta black box, il cervello umano come la scatola nera entro la quale non è possibile andare.
E’ dunque particolare il quadro che emerge dagli studi delle neuroscienze, le ultime considerazioni sul lavoro del cervello.


 

lunedì, novembre 03, 2003

SEMPLICEMENTE LA TERAPIA DEL SENSO COMUNE.

Eppure ci lavoro ogni giorno, mi sembra quasi banale poter affermare con
semplicità il valore della normalità in terapia, di quanto spesso ci capiti
da terapeuti di aiutare casualmente gli altri attraverso un semplice lavoro
di senso comune condiviso. Ciò che voglio dire, da terapeuta, psicoterapeuta
per la precisione, è che la terapia è molto più vicina al senso comune
condiviso di quanto non sia creduta, ritengo che ci si spinga a trovere
chissà quali recondite risposte teoriche in fatti terapeutici che sono al
contrario semplici, anzi banali.
Aiutare gli altri sembra più entrare nel loro mondo con la nostra
intelligenza, osservare la loro vita, analizzarla curiosamente, senza
riuscire a dar giudizio, stupiti magari, ma senza malizia ne doppi fini,
realmente incuriositi di quell’intelligenza che ha cercato soluzioni e le ha
trovate, magari con evidenti difficoltà, dimostrando tutti i limiti di una
lucidità ora offuscata, ora scoraggiata, ora disattesa. Com’è complesso il
temperamento umano, abitudini, comportamenti, conoscenze, sensibilità, tutto
sembra intrecciarsi in un groviglio insormontabile, ecco che quindi ti metti
a seguire ora questo ora quel ragionamento, ogni tanto scopri una logica
latente, sottesa a quella vita, altre volte più semplicemente vedi una
persona trascinata dagli eventi che non avrebbe potuto comportarsi meglio di
quanto ha fatto.
E’ il rispetto per quei tentativi che riesci ad avere, il rispetto per
quelle risposte anche se così limitate e circonstanziali, il rispetto per un
intelligenza che ha reagito correttamente pur perdendosi e facedo cadere la
persona nelle confusione, come nel panico o nel più totale smarrimento.
Fino a che si è giovani è facile dare ed avere risposte valide, è facile
l’adattamento, si è forti e reattivi, ogni ostacolo mostra punti deboli, lo
si può aggredire e venirne a capo. Con gli anni la freschezza se ne va ed i
primi acciacchi ci fanno sentire la fallibilità della vita, risulta sempre
più pesante stringere le spalle farsi forza e proseguire.
Non per questo ci si arrende, piuttosto sono i tempi di reazione che si
modificano, il tipo di risposte che sembrano cambiare, si scopre il buon
senso che tante volte ci ha dato una mano senza che ne fossimo consapevoli.
La terapia lavora per la ricerca del buon senso, del cambiamento di
prospettive, è una comprensione / condivisione della vita che si impone, che
si presenta e ci conquista trovando csualmente nuove risposte a vecchie
domande.
Mi chiedo spesso cosa sia mai terapeutico in ciò che faccio da terapeuta
quando induco cambiamenti in una persona, la risposta però non mi arriva,
probabilmente non esiste neppure, è forse addirittura tempo perso cercare
una regolarità nei cambiamenti, più semplicemente i cambiamenti sono la
quintessenza casuale dell’irregolarità, alle volte rappresentano addirittura
ciò che di più sbagliato avremmo preso in considerazione, razionalmente
parlando.
Mi accorgo in questo stesso momento di non riuscire a dare una spiegazione
al valore del senso comune condiviso nella terapia, se non constatandone i
risultati, mi rimetto dunque alla semplicità con cui molto spesso ed in modo
assolutamente casuale ci troviamo ad aiutare gli altri senza che ci fosse
stata chiesta alcuna prestazione in merito, o senza renderci conto del
risultato ottenuto.
Le persone cambiano a loro insaputa, o meglio all’insaputa di una parte di
loro che li tratteneva inconsapevolmente in empasse.
Parlare confrontarsi, come rider e o disperarsi costituisce un percorso in
cui ci si ritrova in un senso comune che ci dà la forza di reagire,
cambiare, comprendere megli i limiti e le possibilità che ci sono offerte, e
quando ciò accade è un po’ come ritrovarsi, ritrovare la stada di casa,
riconoscere e i posti e le persone e non essere più soli, non essere più
alla ricerca affannosa di un qualcosa di così poco chiaro.
Per rimanere nell’idea di semplicià mi sembra costruttivo dire che non c’è
risposta migliore ai problemi della vita che non passi attraverso la nostra
creatività, è li che possiamo veramente abbassare la nostra martellante
critica e darci tempo e spazio per reagire, cambiare è permettersi in modo
acritico di entrare a far parte del senso comune condiviso con l’altro, e
tutto ancor più semplicemente è da sempre riassunto in un atto d’amore verso
se stessi, gli altri, il mondo.
Fare terapia al momento non mi sembra altro che fare, o permetter di fare,
un “semplice e banale” atto d’amore verso se stessi, gli altri o il mondo,
essere terapeuti è in ogni caso saper abbassare la critica, il pregiudizio e
condividere col l’altro la sorte del momento.

giovedì, luglio 31, 2003

Il terapeuta che è in noi!
 
Nel nostro lavoro di terapeuti ci siamo chiesti cosa fosse terapeutico,  cosa permetteva alle persone di stare meglio rispetto alla loro vita, alle loro abitudini, cosa permettesse alle persone di cambiare.
Per rispondere ad una domanda del genere non ci siamo posti sul piedistallo autorizzandoci ad essere referenti privilegiati nel ruolo di psicologi, bensì abbiamo volutamente considerato il bisogno e la ricerca di soddisfazione, cioè a dire dove vanno le persone normali che desiderano cambiare, migliorare la loro vita,  tirare fuori le loro qualità e potenzialità?
La maggior parte del lavoro che potremmo considerare “terapeutico” è svolto da persone, professionisti e non professionisti, che svolgono la loro attività in qualità di individui che si occupano di  relazioni d’aiuto, i loro ruoli operativi sono i più diversi:  medium, maghi, sensitivi, ed altri ancora.
In comune questi operatori hanno un’utenza che cerca risposte, cerca un aiuto, una guida, cerca di cambiare la propria vita, di migliorare la propria condizione, cerca un proprio ruolo, l’occasione, desidera conoscersi meglio, o è semplicemente curiosa rispetto alla vita, alle proprie esperienze.
La considerazione che la maggior parte delle persone normali si rivolgano a queste figure come interlocutori privilegiati e non  si rivolgessero a psicologi, medici, psichiatri, neurologi o psicotarapeuti ci ha fatto pensare: cosa fanno tali individui da essere così ricercati, è stata la domanda che ci siamo posti, cosa distingueva il loro lavoro dal lavoro di un professionista laureato?
La risposta ci è arrivata venendo a conoscere il loro modo di fare “terapia”, mettendo in luce le loro qualità, la loro competenza in merito al loro operato.
L’impressione che ne abbiamo avuto è stata di avere a che fare con persone normali, semplici, assolutamente simili ad altre persone con altri mestieri, dunque solo il loro  interesse specifico, verso le relazioni d’aiuto, distingueva il loro operato rendendoli utili.
L’idea stessa di terapia sembra aver cambiato aspetto rispetto a queste “normali” qualità manifestate da questi “terapeuti” considerati in fondo dilettanti, si potrebbe parlare veramente di terapia della normalità, di senso comune, caratteristiche, qualità o doti riscontrabili in ogni individuo, la differenza è proprio da ricercarsi nella dedizione e convinzione rispetto a ciò che si fa.
Ogni individuo possiede doti che potremmo definire terapeutiche, qualità e caratteristiche che lo rendono capace di relazionarsi con gli altri, consigliare un amico, essere educativi, aiutare, guidare il proprio figlio, consigliare come sconsigliare.
E’ stata questa considerazione che ci ha fatto maturare l’idea di formare operatori in relazioni d’aiuto, riscontrando nella figura del counsellor tale operatore.
L’idea di fondo da cui siamo partiti è stata duplice, da un lato formare counsellor partendo dalle doti e qualità che ogni persona porta con sè, anche in modo inconsapevole, rispetto a qualità relazionali e terapeutiche, dall’altro lato sviluppare concetti ed esperienze terapeutiche che possano realmente appartenere al quotidiano, all’interno di un bacino culturale, filosofico e scientifico, di grande respiro concettuale e di grande apertura rispetto a scenari futuri, rispetto allo sviluppo ed alla conoscenza dell’uomo.
A tale proposito l’ipnosi ed il costruttivismo sono gli spazi ideali per considerare l’idea di “breve terapia”, non terapia breve che dà, al contrario, l’idea di un percorso ridotto rispetto a terapie considerate lunghe e complesse, noi riteniamo terapeutico ciò che permette di restituire ad una persona autonomia e benessere psico-fisico rispetto ad un obiettivo stabilito, in tale direzione per noi non ha molto senso pensare di conoscere se stessi, la persistenza di un comportamento va intesa come mantenimento della propria identità, possiamo solo considerare l’idea di costruire noi stessi, mente e comportamento, scelte e decisioni sono costruzioni della mente non scoperte, non ha dunque peso pensare di scoprire parti di noi stessi senza rilevare le intrinseche intenzionalità che ci guidano rispetto a obiettivi pre-stabiliti.
Se dunque si può intendere la terapia in un contesto differente, possiamo ipotizzare che normalmente non ci sia patologia nella vita delle persone, se non unicamente un ordine differente in cui disporre le esperienze della vita, un’organizzazione di pensieri, che può risultare asincronica rispetto all’esterno.
Parlare di terapia della normalità è possibile se ci si orienta all’idea di guidare le persone verso il senso comune condiviso, pur mantenendo  le proprie personali idee sulla vita, le proprie intenzioni, decisioni, essere in grado di adattarsi al mondo, motivando la propria vita, finalizzandone intenzioni ed esperienze.
La vita non ha scopo, siamo noi a darle uno scopo, a motivarci, a ricercarne il fine, non c’è scopo fino a quando non si comincia a trovarne uno, o ad adottarlo, o a riceverlo da altri, lo scopo della vita è come un imprinting a cui si rimane esposti fino a farne una ragione di vita.
Lo scopo o gli scopi della vita si fissano in noi lasciandoci un grande senso di appagamento, di realizzazione, il gusto alla vita si struttura poco alla volta con i principi ipnotici orientativi semplici e facili da comprendere attraverso i principi orientativi ed ipnotici dell’educazione: a) il “caricamento” di un programma; b) rinforzi positivi ogni volta che il programma viene seguito;  c) rinforzi negativi ogni volta che il programma non viene seguito;  d) scoraggiamento verso qualunque tentativo di modificare, anche in modo creativo, il programma ricevuto.
L’organizzazione della vita attraverso programmi differenti mette in luce le relazioni che vanno mantenute e che favoriscono un orientamento verso il fine, lo scopo alla vita, che ci si è dati, la vita viene poi vissuta, in modo contingente, attraverso le esperienze che di per sè costituiscono la causa del mondo in cui ci si trova a vivere, attraverso il senso comune condiviso, la conseguenza delle  scelte, delle decisioni, delle possibilità e delle necessità che si è dovuti affrontare.
“Le disgrazie sono tali dal momento che le conosciamo, se non le conoscessimo non sarebbero disgrazie!”. La conoscenza ci orienta a dare valore ed importanza alle cose, la conoscenza non è disinteressata, ci obbliga a creare catene di causa ed effetto, ci orienta umori, volontà, intenzioni; la conoscenza è radicata in noi e pretende da noi azioni, comportamenti, volontà.
L’intelligenza è come un metodo che media tra computi differenti, (semplici elaborazioni della mente), generando dei cogiti, (pensieri compiuti), l’intelligenza è il passaggio da un computo ad un cogito, in tal modo è favorita e favorisce il movimento fisico e/o cognitivo.
Il binomio problematico rispetto all’esistenza delle persone è riassumibile in quello che è il “principio etico ed estetico” della vita; il primo, principio etico afferma: “agisci in modo da aumentare le possibilità di scelta”. Il secondo, il principio estetico dice: “se vuoi conoscere devi agire”.
Proprio da questi due principi generano la maggior parte dei problemi psicologici delle persone.
In primo luogo i problemi generano da ambienti poveri di stimoli, in cui le persone non trovano modo di soddisfare le richieste di movimento cognitivo che la loro intelligenza richiede (possibilità di scelta troppo limitate).
Il secondo problema è legato all’impossibilità di agire; quando si è bloccati da principi culturali, valori e credenze, che non ti lasciano libertà di azione (limitatori esistenziali che derivano dall’ambiente esterno).
In terzo luogo si può rimanere bloccati da un non efficace metodo interno di organizzazione.
In ultimo si riscontano problemi a fronte di un eccesso di stimoli esterni all’individuo, che generano confusione o cattiva organizzazione al suo interno.
Il problema è che fino ad oggi si sono curati gli effetti di tali limitazioni, definendoli patologie mentali; non si è studiata l’eziologia di tali problemi, per poter agire in modo preventivo, rispetto ai risultati negativi ottenuti.
Soprattutto non si è tenuto in considerazione il problema dell’”intellingenza”, uno perchè non la si conosce ancora, due perché lavorando a valle sugli effetti dell’intelligenza stessa, noi consideriamo patologico un effetto e lo curiamo non considerando il fatto che questo deriva da una legittima organizzazione a monte che è l’intelligenza.
Già nel 1941, A. Korzybski, nel suo libro “Scienze and sanity” citava la relazione tra mappa e territorio: un messaggio, di qualunque genere, non è costituito dagli oggetti che denota, la parola gatto non ci può graffiare; il linguaggio è in una relazione con gli oggetti che denota, pari a quella esistente tra una mappa ed il suo territorio.
La “mappa” delle patologie mentali è stata ricavata da un territorio, l’intelligenza, considerando, di questa, i soli effetti negativi ottenuti dalle esperienze umane.
L’intelligenza vive in una dimensione di gioco in cui più elementi possono essere messi insieme in modo creativo e fantastico, la dimensione di scopo o fine spesso prende il sopravvento e attraverso un percorso di causa/effetto viene ad autogiustificarsi come percorso cognitivo, smettendo in tal modo di essere gioco e prendendo le connotazioni di “cosa seria”.
Il problema non deve esssere il considerare il gioco come una cosa seria, esperienza che viene fatta nel momento in cui si studiano gli effetti (mappa) dell’intelligenza (territorio), ma porsi la domanda: “Questo è un gioco?”.
Nel momento che un individuo ha un comportamento bizzarro, tendenzialmente riceve dall’esterno un rinforzo negativo; se questo , l’individuo tornerà a dare comportamenti accettabili, ricevendo rinforzi positivi. Nel momento che, però, il rinforzo negativo non viene collegato direttamente al comportamento bizzarro, l’individuo produrrà nuovi comportamenti bizzarri nel tentativo di ricevere rinforzi positivi, continuando a non capire cosa gli viene chiesto.
Essendo l’intelligenza il sistema più idoneo per modellare nuovi metodi di adattamento, l’individuo tende a giocare, attraverso la sua intelligenza, nuove carte di adattamento all’ambiente; essendo giudicato, in base ai suoi comportamenti evidenti, corre il rischio di essere frainteso.
Come all’interno di un sogno, il sognatore non si rende conto di sognare, così nei comportamenti intelligenti il nostro interlocutore dimentica di porsi la domanda: “Questo è un gioco?”. Prendendo sul serio i propri comportamenti è lui stesso a cadere irretito dagli effetti (comportamento patologico), rispetto alla causa (intelligenza).
Dinnanzi ad un processo terapeutico, un operatore professionale tende a rilevare da un comportamento preso in esame ciò che può capire, e lo fa rispetto alle sue teorie, conoscenze, credenze. Dunque i presupposti da cui parte l’operatore sono fondamentali per capire il processo terapeutico stesso; un presupposto è un qualcosa che dev’essere vero perché quel che segue abbia un senso. Dunque se considero la patologia, perché essa abbia un senso, devo dare lettura del comportamento, partendo da presupposti che giustifichino la patologia stessa.
Se ad esempio parto dall’idea che il cervello genera patologia, leggo i processi che la giustificano, senza prendere in considerazione i giochi dell’intelligenza, continuo a considerare gli effetti come unica causa, non conoscendo le cause che l’hanno generata.
Considerando la terapia da un punto di vista differente dai presupposti classici della psicopatologia, è possibile ipotizzare il cambiamento nell’individuo, lavorando sulla sua intelligenza, utilizzandone le risorse e lavorando sull’idea di salute.
Dal momento che è sempre importante avere una cornice di riferimento esterna, per comprendere ciò che succede al suo interno, il nostro comportamento va necessariamente considerato all’interno di una cornice più ampia che è l’intelligenza.
Ogni insieme va considerato a sé rispetto agli altri, l’insieme delle patologie non può portare con sé l’insieme delle terapie, come l’insieme dei comportamenti non può essere annoverato come l’insieme delle intelligenze. Nessun insieme può essere elemento di se stesso. Così nel considerare, un gioco è solo la decisione che ci permette di scegliere se tale gioco è un tentativo di distinguere tra elementi esistenti o di tracciare nuove linee di confine e ricavarne nuove conoscenze.
La “breve terapia” è interessata a tracciare nuove linee di conoscenza piuttosto che a dedurre vecchi concetti di patologia e, dovendo partire da punti di forza, cerca le risorse dell’individuo ed ipotizza una nuova organizzazione partendo da esse.
La “breve terapia”  è un metodo che permette di ricontestualizzare la vita della persona, fornendole strumenti di lettura diversi da quelli per i quali si era data spiegazioni.
Prima della terapia il paziente pensa ed agisce in base ad un insieme di regole (spiegazioni) con le quali costruire e comprendere le proprie esperienze; dopo la “breve terapia” il paziente opera con un insieme di regole diverse. Le esperienze (cause) generano, in tal modo, mondi diversi (effetti).
Perché questo possa avvenire, le regole non devono essere consapevolizzate, perché sono regole che lavorano sull’intelligenza, restano inconsce e non lavorano sui comportamenti, che sono consapevoli. Dunque nella terapia è fondamentale sviluppare una comunicazione ad un altro livello, rispetto  a queste regole, deve essere passato un messaggio di cambiamento delle regole stesse.
C’è una grande somiglianza tra il processo terapeutico, come nella “breve terapia ipnotica” ed il fenomeno del gioco: ambedue hanno bisogno di un codice di riferimento, per compendere quando si è nel  gioco e quando si è nella realtà, e comunque entrambi si rifanno ad una realtà concreta e condivisa rispetto  alle metafore che vengono utilizzate come mediatori. Praticamente sia il gioco, sia la terapia sviluppano la dimensione del “come se”, per trasformarla in “così è”.
E’ questa la ragione per cui l’ipnosi è lo strumento privilegiato per ogni forma di terapia.
Tendenzialmente la rigidità è un fenomeno collegato all’intelligenza, dal momento che il gioco viene trasferito in una categoria del reale e se ne di mentica questo passaggio. Al contrario, ciò che è regno della fantasia viene considerato come impossibile e quindi allontanato da criteri dell’intelligenza. E’ fondamentale imparare a riconoscere le verità all’interno della fantasia e poter in tal modo sfruttare le risorse di una persona.
In fondo possiamo parlare di sviluppo della comunicazione umana, quando si è smesso di rispondere automaticamente ai segnali dello stato di umore dell’altro, divenendo capaci di riconoscere che il scoprendo che i segnali sono solo segnali,“segno” è il “segnale”, divenendo così capaci di riconoscere che i segnali dell’altro individuo, ed anche i propri, sono soltanto segnali; possono essere creduti, non creduti, contraffatti, negati, amplificati, cambiati, e così via. Troppo spesso tutti noi reagiamo automaticamente ai titoli dei giornali come se questi fossero indicazini oggettive. E’ dunque fondamentale comprendere il dramma che l’uomo ha vissuto, forse mangiando il frutto dell’albero della conoscenza, che i segnali sono solo segnali e che un comportamento è solo un comportamento.
Nella semplicità con cui comprendiamo che spesso i segnali non vogliono dire nulla, accettiamo l’idea che la vita non abbia un fine, se non quello che siamo noi a darle, accettiamo il fatto che nella realtà non ci sono dati, ma solo presi (scelte), che dal momento che per poter percepire dobbiamo anticipare le esperienze, noi diventiamo i migliori profeti di noi stessi.
Da queste considerazione possiamo dire è iniziata la nostra attività formativa, invertendo la tendenza abbiamo messo al scienza psico-fisio-neurologica al servizio dell’uomo, della vita,  della normalità, del benessere, come del disagio, comprendendo come molte volte il problema stia nella scarsa comprensione del fenomeno, piuttosto dello scarso risultato ottenuto; come per la medicina ed altre scienze giovani che hanno impiegato secoli e secoli per poter comprendere i fenomeni e risultar efficaci, così anche per la psico-fisio-neurologia, e le altre scienze connesse al funzionamento del comportamento umano, ci vorrà ancora tempo prima di avere risultati utili ed innovativi, capaci di capire i fenomeni umani ed agire preventivamente rispetto alla loro eziogenesi.
Siamo convinti che le risposte stiano nello studio degli stati mentali, il lavoro attraverso l’ipnosi, per mezzo di considerazioni ed intuizioni di personaggi capaci di operare in contesti differenti, in discipline che ancora non parlano molto tra loro, il costruttivismo, che potremmo definire scienza e conoscenza della cognizione (cognitivologia), riesce a riunire scienze differenti, come le neuroscienze, la cibernetica,  la biologia, ed altre ancora, dandoci l’opportunità di affrontarne sviluppi ed opportunità.
La considerazione che si conosce ancora troppo poco dell’uomo psicologico, della sua vita futura, degli orizzonti che si stanno disvelando ai suoi occhi, per poter considerare svelata sua vita come la sua conoscenza, ci ha spinto a percorrere nuove strade per formare le persone ad operare nelle relazioni d’aiuto, partendo da ciò che sono in grado già di fare, comunicando con gli altri, usando la loro intelligenza, il senso comune ed il buon senso, aggiungendo ciò che la scienza della cognizione e l’esperienza dell’ipnosi permettono oggi di dirci e darci, questo è ciò che ci avvicina a trovare un terapeuta all’interno di ciascuno di noi.