giovedì, giugno 22, 2017

Cosa aspettarci in futuro dalla relazione d'aiuto e dalla nostra identità. Marco Chisotti.


L'intelligenza ha un principio di funzionamento preciso, serve per il movimento, e la sua capacità predittiva favorisce il movimento stesso. Ora mettendo insieme e bisogno di muoverci con la facilità nel farlo se siamo in grado di prevedere gli eventi, abbiamo A tutti gli effetti l'intelligenza nella sua funzione principale. Sebbene l'intelligenza vista sotto questa forma possa sembrare un po' limitata, questa esigenza è ciò da cui è nata, muoversi da la possibilità di adattarsi meglio all'ambiente, prevedere permette di evitare pericoli, problemi e altro.


Sono sempre stato affascinato dal significato dell'intelligenza, riconosco che si è sempre attratti dalle proprie debolezze, ed a me è successo di sentirmi debole sul fronte dell'intelligenza, fino a che non ho compreso che l'intelligenza non è rilevabile fintanto che non la si eserciti, ed il suo modo di esercitarsi non è prevedibile a breve termine, ma non è questo il tema che voglio trattare ora, desidero piuttosto dare un occhiata Al futuro, nel campo delle relazioni d'aiuto, e dell'identità delle persone. Parliamo delle cose di cui mi interesso ormai da quarant'anni tanti sono gli anni passati a farmi domande su come poter aiutare le persone, e su cosa rappresenta l'identità di una persona.


Vi porto brevemente a conoscere il mio passato formativo e l'interesse che da lì si è sviluppato, mi sono avvicinato allo studio della persona nella figura del medico, ho passato tre anni alla facoltà di medicina e poi ho lasciato la facoltà perché non riuscivo a stare dietro alle esigenze mnemoniche che affliggevano tale facoltà. Come amo dire ho una RAM ristretta e per memorizzare le cose nuove devo lasciare quelle vecchie. Così dal momento che il mio interesse sempre stato nell'ambito della psichiatria, a quel punto ho continuato con la facoltà di psicologia, a quel tempo psicologia non aveva una sede a Torino come facoltà, sono dovuto quindi andare a studiare a Padova, ho così scoperto che il problema più grosso era il viaggio per raggiungere la facoltà, e non la preparazione, gli esami … il percorso universitario l'ho sviluppato completamente come autodidatta, ed ho affinato le mie competenze approfondendo, attraverso dei corsi privati, gli studi di PNL, terapia della famiglia e psicologia dello sport. Sono riuscito a completare i miei studi come psicologo e psicoterapeuta consultandomi in amicizia e competenza con Ennio Martignago, il mio primo riferimento, come collega e cultore dell'ipnosi, e sugli studi dell'identità e della terapia.


Dopo un percorso lavorativo di dieci anni, sviluppato con un collega Fabio Rondot, nell'ambito della formazione formatori dei centri di formazione professionali, ed un lavoro parallelo mirato a formare personale, educatori e psicologi, che lavoravano in strutture protette del comune di Torino ed in cooperative socio assistenziali, assieme al collega Giuseppe Vercelli nel 1998 ho messo in piedi una scuola di formazione in Ipnosi, unendo insieme competenze dell'Ipnosi con studi sul costruttivismo, che tuttora è conosciuta come SIC AERF Scuola di Ipnosi Costruttivista e Counselling in Ipnosi.


Fin dai miei primi lavori come psicoterapeuta mi sono interessato degli aspetti fisico corporei della persona, in particolare con mio fratello Luca Chisotti, fisioterapeuta, mi sono confrontato per mettere a punto un lavoro di terapia che abbracciasse non solo gli aspetti cognitivi, ma quelli fisici che ci legano alla vita.


Ora vengo al punto, l'introduzione mi è servita per creare un contesto dove i contenuti che vado ad esporre potranno trovare un significato più completo.


Negli ultimi tre anni mi sono concentrato solo più su Ipnosi e terapia utilizzando il lavoro sugli stati mentali, sviluppando un Metodo, assieme alla terapeuta Rosetta Minniti Lombardo, che abbiamo chiamato Psicobioemotivo.


Introducendo il concetto di coscienza tripartita, come viene definita da Antonio Damasio, abbiamo molti punti di emergenza della nostra identità a seconda se entra in gioco un piano cognitivo, un piano fisico, o un piano emotivo. La struttura del nostro cervello si impone a questa tripartizione, dalla neocorteccia, al sistema limbico, del cervello mammifero, al cervello rettiliano, la nostra identità si articola in tre spezia differenti.


Da qui Ia mia prima previsione, la figura del terapeuta del futuro, aldilà delle specifiche competenze mediche e psicopatologiche, sarà una figura che porterà lavori specifici in tutti e tre questi ambiti, cognitivo, fisico ed emotivo. Una figura professionale formata in ambito psicoterapeutico, fisioterapeutico, in grado di gestire e sviluppare le risorse emotive di una persona. Tutte le figure specialistiche saranno adunata in un'unica figura di terapeuta «esistenziale», che sarà in grado di prendere in considerazione tutti gli ambiti di aiuto alla persona. La conoscenza dei risultati che si possono ottenere oggi, lavorando sulla persona, abbracciano aspetti diversi che un giorno saranno, al contrario, considerati un tutt'uno. Non è possibile, in una relazione d'aiuto, prescindere dagli aspetti Psico Bío Emotivi della sua identità. Tale figura avrà le competenze in tutti e tre i settori, avrà maturato quell'abilità a poter riconoscere, percepire e sentire, ed utilizzare le esperienze emotive, sarà in grado di lavorare sull'intelligenza, le aspettative e profezie, nonché sulle trappole, le psicotrappole, che la nostra intelligenza stessa tende a crearsi. Al contempo sarà in grado di lavorare sulle memorie biologiche, ciò che la nostra memoria esperienziale è in grado di tenere, il movimento come sistema di adattamento e vita, e tutte le parti e gli organi che compongono il corpo ed i sui tra sistemi di controllo e gestione, quello elettrico, il sistema nervoso, quello chimico, il sistema endocrino, sistema ormonale e digestivo, e quello meccanico, cuore e respiro.


La mia seconda previsione tiene in considerazione l'evoluzione della nostra identità, considero che l'evoluzione umana ha introdotto il concetto di individuo in modo funzionale rispetto all'adattamento alla vita, da un individuo che si riconosceva unicamente nel proprio gruppo di appartenenza, si è passati ad un individuo che riconosce se stesso in un'unica identità. Credo che l'evoluzione della nostra identità, proprio grazie al fatto che sono almeno tre le coscienze che ci appartengono, cambierà ulteriormente. Credo che l'identità sia l'emergenza da un sistema complesso ad un'unità cosciente, questa emergenza evolve, avremo modo di sviluppare più identità, al servizio di un'unica personalità, gerarchicamente organizzata, come un sistema complesso in grado di gestire situazioni reali sempre diverse, svilupperemo oltre modo l'abilità a stare in stati mentali differenti, per tempi prolungati, ne riconosceremo la necessità, e diventerà per noi semplice passare da un'identità all'altra, per continuità cognitiva, per continuità fisica ed emotiva. Tutti i limiti entro i quali noi oggi portiamo la struttura culturale, entro la quale siamo cresciuti, saranno ridotti o eliminati, il concetto stesso di libertà, nel rispetto degli altri, sarà sempre più diffuso, l'idea di Dio, che preghiamo, scenderà definitivamente, dentro il nostro Io, in un dialogo interno continuo, costruttivo e funzionale, nella gestione degli stati mentali che viviamo.


Saranno molte le conseguenze nell'appurare, e considerare di conseguenza, tutto ciò che le neuroscienze ci stanno insegnando di come siamo fatti e di come possiamo utilizzare le nostre risorse Psicobioemotive. si insegnerà sempre più a utilizzare le risorse mentali fisiche ed emotive, che abbiamo a disposizione, sarà un modo ecologico di riconoscere come siamo fatti e dove, di conseguenza, stiamo andando.


mercoledì, giugno 21, 2017

Contenuto e contesto una relazione complicata. Marco Chisotti.
«Qualunque sia il fenomeno studiato, occorre innanzitiutto che l'osservatore studi se stesso, poiché l'osservatore o turba il fenomeno osservato, o vi si proietta in qualche misura». Edgar Morin.
In verità non riesco a scegliere mi piacciono tutti e quattro i risvolti dell'epistemologia, certamente son alla ricerca continua di mondi e realtà sempre diversi che mi mettano in contatto con la mia «umanità».
Il senso che diamo al nostro vivere, lo raccontiamo da un lato attraverso una forma, la consapevolezza e la descrizione di mondi possibili che elaboriamo lungo le nostre esperienze. Il senso della nostra vita ha più forme, e sviluppa così differenti idee e conoscenze, il Metodo è essenziale per definire la costruzione di tali forme alla base di ogni descrizione, dal momento che memoria e linguaggio son costruzioni della nostra realtà. L'altra faccia del senso della nostra vita è legata all'amore, all'amicizia, alla bellezza, alla gioia e ai sentimenti, come ci ricorderà Morin, che sono per me il processo della vita.
Voglio riportarvi i quattordici comandamenti che Edgar Morin ha lasciato come pietre miliari della sua vita:
«Il contrario di una verità profonda è un'altra verità profonda (lo ricavo da Pascal e da Niels Bohr)». Edgar Morin.
Ogni verità è una invenzione dicono i costruttivisti, ogni invenzione parte da un esperienza, tutte le esperienze nella vita si trasformano in verità profonde nel tempo. Le storie son alla base della vita per quanto trasmettono verità di verità di verità. Così gli opposti son altre verità profonde in un gioco infinito di possibili considerazioni.
«Il migliore di mondi è anche il peggiore (Dio e Satana sono la stessa cosa)». Edgar Morin.
Ogni mondo, come ogni storia è un continuum, ogni esperienza è un continuo confronto per differenze, la percezione è riconoscere ed utilizzare ogni esperienza che si presenta a noi è confronto e scopo, così il bene lo individuiamo riconoscendo il male, ogni mondo porta in se il tutto ed il contrario del tutto, vivere è scegliere e decidere, cosa tenere e cosa lasciare.
«Tutto ciò che non si rigenera degenera (inoltre, cioè, non bisogna dare niente per acquisito stabilmente)». Edgar Morin.
Tutto è transitorio, sembra che le cose non cambino, ed in questo c'è del vero, siamo noi a cambiare la nostra coscienza continuamente, noi tutti, credo, viviamo nel film che il nostro inconscio, la nostra complessità interiore, costruisce per noi, regalandoci un mondo stabile e compiuto, come un mondo sul palco, in scena, nascondendo tutto ciò che ritiene inutile o dannoso, dietro le quinte.
«Ridere, amare, piangere, comprendere». Edgar Morin.
Per me la vita è una cosa semplice … si nasce, si cresce, si vive, e si muore … della nascita so solo che non ne abbiamo potuto nulla, ne gli altri hai potuto nulla della nostra presenza spazio temporale in cui abbiamo potuto cominciare il nostro cammino … crescere è dovuto, più che voluto dal nostro mondo interno, in tutta la sua complessità crescere è inevitabile, penso per tutta la vita … e la vita è felicità, tristezza, gioia, dolore, amore, pensiero, azione, capire, sentire, percepire, giocare, pensare, credere, sperare, il vivere è creare magia, scienza e conoscenza, vivere è anche dimenticare, fingere, partecipare, per morire c'è tempo si spera, altrimenti la morte la penso proprio come Edgar Morin: «È il nulla. Per me, non ci sono speranze di sopravvivenza o di resurrezione. È irrimediabile».
Condivido all'unisono il suo pensiero. "Per lei, la morte è la fine di tutto?È il nulla. Per me, non ci sono speranze di sopravvivenza o di resurrezione. È irrimediabile."
«Aspettarsi l'inaspettato». Edgar Morin.
Aspettarsi che la vita porti novità e sorprese tra cambiamento continuo, ed abitudini apprese, immersi in memoria e linguaggio a delineare la nostra coscienza autobiografica, un self che chiamiamo storia.
«Lottare su due fronti». Edgar Morin.
Metterei corpo e mente cervello, campo fisico e campo cognitivo, e metterei lo spirito l'evoluzione delle emozioni, la vita nasce dal corpo e va verso la coscienza, abbiamo un identità complessa frutto dell'emergenza in noi di una parte sulle altre, la genesi dei nostri stati mentali immersi in una continuità cognitiva in cui la nostra identità si afferma con la sua coerenza, tra logica, credenze e convinzioni.
«Resistere alla crudeltà del mondo e alla barbarie umana». Edgar Morin.
Più che mai oggi ritorna vero ciò che fu il mondo della guerra per chi l'attraversò, resistere per non cadere nella barbarie, nella crudeltà, la vita deve vincere resistendo a ciò che potrebbe lasciarci nella desolazione e nella morte. Lo scopo è vivere le nostre esperienze in pieno rispetto dell'esperienza di vita degli altri, ed in pieno rispetto dell'ecologia del mondo stesso in cui viviamo.
«Non sacrificare l'essenziale a ciò che è urgente, ma capire che l'essenziale è urgente». Edgar Morin.
La vita è essenziale, in tutte le sue forme, nulla dovrebbe allontanarci da tale principio, quanto meno il tempo, ogni urgenza è secondaria all'essenziale, così è fondamentale prendersi cura della propria vita e della vita degli altri.
«Votarsi a ciò che suscita passione e compassione». Edgar Morin.
Si dovrebbe ripensare la vita intera, partendo dal lavoro, per come è concepito ed organizzato troppo spesso esclude la passione, la personale realizzazione, a seguire la relazione con gli altri, la vita va vissuta con gli altri, ne sopra ne sotto agli altri, assieme con passione.
«Ridurre la quantità di ragione nella passione e mantenere sempre costante il livello di passione nella ragione». Edgar Morin.
La vita è scelta e decisa dalle nostre emozioni, la ragione deve servirci per non disperderci, per mantenere attraverso la logica un ordine collettivo nel semplice e continuo rispetto della vita in tutte le sue manifestazioni, le emozioni devono tornare ogni volta per guidarci nella nostra storia, nella consapevolezza di quella libertà nella passione.
«Mantenere la rivolta nell'adesione, mantenere l'adesione nella rivolta» (il Muss es sein, es Muss sein di Beethoven)». Edgar Morin.
«Amare ciò che è fragile e perituro ("Amare ciò che non verrà due volte", come dice Alfred Vigny)». Edgar Morin.
Amare la vita è tutto, la vita è fragile e destinata a finire, così ogni cosa e persona che sia perte del mondo, tutte le vite non tornano due volte, amare dunque l'irripetibile senso del nostro vivere.
«Pensare ad aumentare la vita dei nostri giorni piuttosto che i giorni della nostra vita", come sosteneva Rita Levi-Montalcini». Edgar Morin.
Vivere all'altezza dei nostri sogni, forse esser consapevoli che la vita si presenta come un miracolo nella sua complessità, che la felicità è un attimo nel infinito trascorrere del tempo, che nulla torna, meno che mai il tempo.
«Rinascere e rinascere fino alla morte». Edgar Morin.
Penso che la vita sia una continua crescita proprio perché trascorre in cicli, che si aprono e si chiudono, che ci impegnano a rinascere e rinascere più volte, tutto cambia e si trasforma, così il nostro corpo, così la nostra mente cognitiva, le emozioni son il prodotto di continue rinascite, le nostre emozioni son le nostre memorie, il nostro esserci, così si rinasce continuamente mantenendo la propria memoria, è così la propria storia.
«Il carattere complesso dell'attività pensante [… ] associa incessamente in sé, in modo complementare, processi virtualmente antagonistici che tenderebbero ad escludersi l'uno con l'altro. Così il pensiero deve stabilire frontiere e traversarle, aprire concetti e chiuderli, andare dal tutto alle parti e dalle parti al tutto, dubitare e credere, esso deve rifiutare e combattere la contraddizione ma, nello stesso tempo, deve farsene carico e nutrimento». Edgar Morin.
Sicuramente è una porta sulla complessità la sua vita ed il suo pensiero. Mi lascia incredulo il suo lavoro sul metodo, via, cammino, così fedele al proprio pensiero. Non esiste una via, la via viene camminando, così è la vita, un continuo ricercare, conoscere, riconoscere, così in una complessità da contemplare e rispettare.
«Il "senso" della nostra vita è quello che scegliamo fra tutti i sensi possibili e che elaboriamo lungo il nostro cammino. Il senso della mia vita ha due facce. La prima è la curiosità. Ho fatto in modo che la mia curiosità restasse, e lo è tuttora, all'erta; l'unico inconveniente è stato la dispersione, ma la curiosità mi ha permesso di acquisire idee e conoscenze adatte alle mie fasi di ridefinizione. L'altra faccia del senso della mia vita è legata all'amore, all'amicizia, alla bellezza, alla gioia e ai sentimenti». Edgar Morin.



SCUOLA D'IPNOSI COSTRUTTIVISTA

Responsabile Didattico:
Dr. Marco Chisotti
Psicologo Psicoterapeuta
Ipnosi Terapeuta
Torino - Cell. 3356875991
Tel. 0119187173
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                http://www.aerf.it
                http://www.ipnosicostruttivista.it
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venerdì, giugno 09, 2017

C'è coscienza e coscienza: come pensi di esser cosciente?

Marco Chisotti

La cosa divertente che mi è capitato di percepire alla domanda: "cosa sai della tua coscienza?" è che tutti hanno un parere sulla propria coscienza, questo comporta che ogni teoria della coscienza deve fare i conti con fiumi e fiumi di esperienze diverse senza mai poter arrivare a un dunque. La stessa sensazione l'avevo quando studente di psicologia notavo che pur studiando tanto non arrivavo mai il potere di dire la mia sulla psiche senza impattare sul parere di decine e decine di pareri di altre persone che, egualmente informare sulla psicologia, dicevano la loro, preso in contropiede da pareri e alle volte anche più interessanti del mio parere didattico finivo col dire che troppo spesso si parla di psicologia da supermercato, così credo che oggi più che mai la coscienza non è altro che la somma di tante e tante esperienze diverse alle quali diamo un senso compiuto.

Sembra facile parlare ci coscienza, in verità la coscienza è un complesso di fattori di cui noi non abbiamo consapevolezza diretta, quello che arriva a noi come consapevolezza è una continuità cognitiva che ci è offerta dal nostro inconscio come prodotto finale di uno stato mentale prodotto da tre sistemi differenti che interagiscono tra loro, quello psichico, quello biologico è quello emotivo.

Il Metodo psicobioemotivo che stiamo sviluppando ultimamente con la SIC Scuola di Ipnosi Costruttivista si apre spesso a domande sulla consapevolezza, l'importanza della consapevolezza, l'utilità della consapevolezza, manca a proposito un modello di riferimento completo sulla coscienza ed il suo funzionamento, ci è stato così semplice appoggiarci a un modello neurofisiologico che Antonio Damasio ha sviluppato in questi ultimi anni col suo lavoro di neuroscienziato. Il suo modello ci sembra al momento quello più affine al nostro metodo, con tre livelli diversi di coscienza che qui vado a sintetizzare.

I TRE LIVELLI DELLA COSCIENZA

 La teoria di Antonio Damasio si articola in livelli successivi di evoluzione della coscienza

Le "fasi di sviluppo del senso di sé"(1999) di Daniel Stern si rispecchiano perfettamente nella descrizione neuropsicologica di Damasio: il "proto-sé" (mappe neurali di primo ordine), la coscienza di base (mappe neurali di secondo ordine) e la coscienza estesa (che coinvolge mappe neurali di terzo ordine).

Dove il "sé emergente" che Stern descrive è concettualizzato da Damasio come "proto-sé" mentre il "nucleo del sé" di Stern è definito come la "coscienza di base". 

IL PROTOSELF

• Nella Teoria della coscienza di Antonio Damasio, il protoself o proto-sé descrive un livello base di conoscenza biologicamente disponibile per il sistema nervoso degli animali.

• Il protoself è una collezione coerente di configurazioni neurali che mappano, momento per momento, lo stato del corpo, dell'organismo fisico. Non è cosciente e riguardano solamente l'omeostasi.

• Damásio teorizzato che il protoself degli esseri umani è associato nel cervello umano ai nuclei del tronco cerebrale, l'ipotalamo, corteccia insulare, area corticale S2, e la corteccia parietale mediale.

• E 'costruito nel tronco cerebrale e che genera sentimenti che significano la nostra esistenza.

• Il protoself è il fondamento necessario del sé globale e, in sua assenza non si può essere coscienti.

IL CORE SELF: IL SE' CENTRALE

• Il "Core Self", il nucleo del Sé, è indispensabile per la coscienza.

• E' costruito da un dialogo tra il tronco cerebrale e alcune parti della corteccia cerebrale

• (Il talamo è il maggiore crocevia delle informazioni sensoriali, corporee, emozionali e cognitive.)

LA COSCIENZA ESTESA E IL SE' AUTOBIOGRAFICO 

  • Il sé autobiografico, crea l'immagine più o meno coerente della nostra storia, una narrazione con un passato vissuto e un futuro previsto.
  • L'identità emerge dal sé autobiografico, che crea l'immagine più o meno coerente della nostra storia, una narrazione con un passato vissuto e un futuro previsto. La narrazione è abbattuti da eventi reali, da eventi immaginari, e dalle interpretazioni del passato e re-interpretazioni di eventi.
  • Il sé autobiografico contiene moltitudini-altre persone, altri luoghi. Che il cervello, sulla base di una partnership tra le varie parti della corteccia cerebrale e del tronco cerebrale, riesce a mettere insieme. 

Mi viene da pensare se potrebbe aver un senso ragionare come su scelte e decisioni il nostro complesso sistema triarticolato Psicobioemotivo possa entrare in gioco, magari attraverso priorità differenti dove ognuno dei tre sistemi, in momenti diversi, mette a "capo" il sistema psico quello bio o quello emotivo, o meglio ancora possa mettere a capo di volta in volta due sistemi sul terzo, sistema psicoemotivo su quello biologico, sistema bioemotivo su quello psichico, sistema psicobio su quello emotivo.

Quello che vedi è che questa complessità noi non la percepiamo, abbiamo come ho detto un consenso che copre ogni dubbio da parte del nostro livello di consapevolezza, la coscienza di cui siamo coscienti È il prodotto ultimo del lavoro del nostro inconscio. La continuità cognitiva è legata alla nostra esperienza, fisica ed emotiva, ed alla nostra conoscenza cognitiva, per il nostro inconscio il lavoro è quello di mettere insieme i tre cervelli e le loro rispettive coscienze, fino a darci un prodotto completo, uno stato mentale Psicobioemotivo, questo è il livello finale di consapevolezza che ognuno di noi è raggiungere.

Sarebbe ingenuo pensare alla struttura che connette l'ambiente a noi come un prodotto semplice, il processo è molto più complesso, in ogni momento tre differenti esperienze si affacciano alla coscienza, un esperienza biologica, un'esperienza cognitiva ed un esperienza emotiva, il risultato finale è come noi portiamo a emergere la nostra consapevolezza. Per spiegare questo fenomeno uso la teoria dell'emergenza studiata da Francisco Varela in Scienza e tecnologia della conoscenza, dove è possibile considerare che la realtà emerge da un processo articolato di esperienze Psicobioemotive.

Al momento preferisco considerare questo lavoro come un lavoro pionieristico, dove le nostre esperienze non possono essere catalogate entro questo spettro minimo di possibilità, però considero altro modo fondamentale il poter assegnare tipologie diverse alla nostra esperienza per poter operare meglio in un cambiamento, senza andare interferire con altre parti di noi nel campo delle relazioni d'aiuto, È bello vedere tanti risultati che se riescono a ottenere quando si va ad intervenire in armonia con la persona distinguendo questi tre settori, al contrario noto grande confusione quando si cerca di mettere tutto insieme.

La nuova ipnosi è per noi l'ipnosi costruttivista che permette di dare risultati proprio perché divide questi tre ambiti, utilizzando esperienze diverse per andare ad ascoltare ed a intervenire su mondi differenti, che portano esperienze diverse che vanno trattate in modo differente, tre coscienze che parlano tre linguaggi diversi.

Non ci resta che domandarsi quale sistema di coscienza tendiamo ad usare ed in quali circostanze, possiamo vedere come il contesto alle volte superi il contenuto, il contesto è complesso e articolato a tre livelli, il contenuto, la nostra coscienza, è per continuità cognitiva seguente questa complessità tripartita.

In modo semplice possiamo pensare alla nostra consapevolezza come al prodotto dissociativo dei due emisferi, destro e sinistro, del nostro cervello, che si parlano l'uno con l'altro, ed allo stesso tempo alla coscienza come al prodotto complessa di nostri tre cervelli quello rettile, quello mammifero, e la neocorteccia.

Il mio lavoro assieme a Rosetta Minniti momento penso che possa fino a qui come sperimentazione abbiamo notato quanto sia utile muoversi con una mappa semplice, il Metodo Psicobioemotivo, anche se sottende una grande complessità, il vantaggio è che si può andare a riequilibrare settori diversi delle nostre esperienze di vita ottenendo, soluzioni molto più efficaci di quando si opera alla cieca in ambiti differenti, restituendo alle persone la loro unità.

Siamo oltremodo convinti che molti problemi nascono proprio dalla confusione e dalla separazione di questi tre mondi, psichico, biologico ed emotivo, con l'ipnosi costruttivista si può andare a separare questi mondi e operare in modo efficace mantenendo integra l'unità della persona.

giovedì, maggio 25, 2017

Son più importanti le domande che ti fai delle risposte che ti dai. È più importante sentire che capire.

Marco Chisotti

Tendo a pensare che sia il caso a guidarci nella vita più che la volontà, il desiderio o il bisogno, non perché sia meglio il caso, probabilmente il caso è solo una misconoscenza o una conoscenza non ancora raggiunta, ma perché alla fine è poco utile farsi domande sulla complessità, meglio pensare in modo pragmatico e guardare avanti, il caso è la risposta più semplice alla complessità.

Le domande sono al contrario le migliori risposte al caso, ci fanno guardare in una direzione e ridurre così la complessità del mondo attorno a noi, possono renderci consapevoli, possono donarci soluzione, perché pongono tutta la nostra attenzione in un punto pre selezionato.

Ora non rimane che porci delle domande, funzionali, che ci permettono di ottenere ciò che desideriamo, la protezione la stabilità, la tranquillità, la felicità, la serenità, il benessere ...

Dalle domande impostate sul cosa e sull'essere: Cosa mi fa star bene? Cosa mi permette di essere sicuro? Cosa mi fa essere sereno? Cosa mi fa esser felicità?

Si deve passare alle domande impostate sul come è sul sentire: Come sto bene? Come mi sento sicuro? Come mi sento sereno? Come mi sento felice?

Le cose sono fanno parte della descrizione e lo stato passivo dell'essere, mentre il cognome è un processo, ed il sentirsi è un processo autoreferenziale.

Forma e processo sono due esperienze fondamentali del vivere, la forma è importante per capire, apprendere, mentre il processo è sostanzialmente il mondo entro il quale viviamo, è fatto di emozioni che son raggiunte quando l'attività del percepire viene affiancata ad un contesto semeiotico, dove noi diamo significato alle nostre esperienze.

Credo che vadano apprese le esperienze emotive nella loro complessità prima di procedere a porci delle domande banali sulle cose che ci rendono l'interesse alla vita, È però difficile lasciare il bisogno di capire e spiegare, pur senza risolvere, e quindi dare un significato completo alle esperienze che viviamo, e passare in un contesto in cui proviamo, sentiamo e viviamo.

Le domande possono appassionarci e coinvolgerci e ci stimolano a capire, ma il capire non equivale a star bene, anzi spesso addirittura non basta star bene, vogliamo altro.

La logica è una compagna di viaggio molto importante, ma da sola non è in grado di illuminarci la strada, c'è una componente emotiva che sottovalutiamo, le emozioni sono sempre state considerate un prodotto di scarto delle decisioni umane, in verità dominano tutto il territorio della psiche, dominano la ragione, dominano il fisico, dominano l'economia, così tutti i mercati sono in influenzati dalle emozioni.

Più che dar spiegazioni mi sento di dare consigli in questo momento, consiglio alle persone di imparare a parlare col proprio inconscio delle proprie emozioni, consiglio dunque di gestire questa vena inesauribile di ispirazione, di forza, di energia quale è quella delle emozioni.

Le domande sgorgano dall'influsso delle nostre emozioni, generano nuove esperienze, anche quando cerchiamo di capire ci appassioniamo, ci concentriamo ed alla fine ci emozioniamo. Le emozioni alle volte fissano nella nostra memoria le esperienze, alle volte le cancellano. Mi domando se mai si riuscirà a svelare il mistero della coscienza, quell'esperienza che ci capire, comprendere, emozionare, quell'esperienza che ci fa anche porre le giuste domande.

Le domande giuste son quelle che ci fan sentire, ci danno coscienza, ci fanno avvicinare gli altri, ci fan vivere la vita, il sentire è un processo, ci permette di creare, mentre il capire è un dar forma alle cose, entrambi le esperienze son importanti, ma sostanzialmente differenti ...

Ho speso buona parte della mia vita professionale a capire, ora sto cercando di sentire, credo che la terapia stia nel mezzo e che possa funzionare veramente solo nel momento in cui muove le emozioni, mi accorgo spesso che non è molto sentito questo mondo di mezzo, ma credo, sostanzialmente, che il futuro della terapia nelle relazioni d'aiuto stia proprio nel mezzo, non ci saranno più terapeuti della mente e terapeuti del corpo, è una comprensione completa del mondo psicobioemotivo dell'individuo quella che oggi manca, ci si incontrerà in un lavoro sugli stati mentali (l'ipnosi) che costituirà il punto di accesso al mondo della coscienza, della consapevolezza, ed il mondo del sentire, la soluzione ed il rimedio per tutto quello che non rientra nel mondo della malattia conclamata.




sabato, maggio 20, 2017

Come lacrime nella pioggia ...

Marco Chisotti

I ricordi si sciolgono nel tempo come lacrime nella pioggia ...

 Se non fosse per le memorie del nostro corpo tutto sarebbe così lontano, i ricordi del cervello si confonderebbero ai desideri, ai bisogni, ad altri ricordi, ai sogni, ai pensieri, al passato come al futuro, in grande calderone che difficilmente lascierebbe spazio al capire.

 Nel corpo ci stanno elementi più semplici, sensazioni immediate ed intense, il corpo occupa una fisicità persistente,  questa è già di per sé un'ottima ragione per cui cercare nella memoria del corpo ciò che desideriamo capire, il mondo passa attraverso nostre mani, scorre sotto i nostri piedi, e lascia un segno tangibile in noi.

Ciò che appare dinnanzi a noi è tanto, ed in continuo aggiornamento, difficilmente può lasciare un segno, più facilmente si perde lasciando cadere ogni significato.

Nel corpo ci possono stare segni antichi come esperienze al presente,  se le nostre percezioni si incontrano coi nostri pensieri allora viviamo emozioni, così il corpo registra in modo affettivo ciò che gli appartiene, creando un legame unico, le nostre emozioni, che hanno la forza di lasciar cadere ogni spiegazione, ogni comprensione.

 Nella terapia troppo spesso ci si lascia guidare dai ricordi cognitivi, lì si prende per il "reale" mentre il contenuto che portano è molto più complesso, il vero "reale" c'è solo l'osservatore che sancisce un esperienza dal suo punto di vista, per il principio della seconda cibernetica sappiamo che non possiamo dire come siamo fatti a prescindere da come siamo fatti, la realtà è che non ci è dato di uscire dalla logica dell'osservatore e dell'osservato, chiunque giochi la carta della verità non è altro che un bugiardo, e non ci rimane che nasconderci nel paradosso di chi non accetterebbe mai di appartenere ad una realtà che accettasse tra i suoi membri uno come lui.

 Sono dell'idea che l'incrocio lavori comunque su ciò che trova in noi, e che per continuità cognitiva, come ci ricorda Noam Chomsky, prenda le memorie del corpo dalle zone profonde, dalle emozioni profonde dell'addome, nel secondo cervello (pancia), dal secondo inconscio l'antico Tide (maree), a questo punto costruisce attorno all'esperienza un film,  e da buon registra opera con il montaggio di tutte le scene, curando la fotografia, la scenografia, la coerenza con la nostra identità, e quant'altro, oltre ad un attento esame di tutte le nostre convinzioni che devono essere presenti nel film stesso e risultare coerenti nell'iniseme organico dell'esperienza.

Non abbiamo modo di verificare nulla delle informazioni che teniamo in noi, partono dalla nostra percezione e sono lì creando una realtà di per se affidabile, ed anche l'unica che possediamo. Nella misura in cui noi sentiamo non abbiamo certezze, le idee ed i pensieri che ci facciamo son le nostre certezze, le nostre convinzioni, non sono verificabili se non attraverso il confronto.

La continuità cognitiva in noi ci mantiene convinti di ogni significato che l'inconscio ha deciso di lasciarci, la nostra cultura è satura di continuità cognitive, implicazioni causali che ci introducono nel mondo coerente della logica, della ragione, della nostra identità etichetta. Percepiamo riconosciamo ed utilizziamo ogni esperienza, e l'uso che facciamo delle nostre esperienze è intriso di senso comune condiviso, vediamo prima ciò che conosciamo, poi ci apriamo alla percezione nuova, siamo in mano al nostro complesso mondo interiore, il nostro inconscio, viviamo un mondo dove il contesto è più importante del contenuto, ed il contenuto dell'io sono che ci auto definisce è in verità in continuo rinnovamento, sempre alla ricerca dei contesti per potersi definire, non siamo esistiamo a prescindere, esistiamo proprio perché ...

Son convinto che oggi più che mai abbiamo bisogno di mantenere un dialogo aperto e costruttivo col nostro incrocio, viviamo in un mondo veloce, fatto di cambiamenti continui, che modifica costantemente i propri valori, le proprie convinzioni, solo attraverso un dialogo continuo con noi stessi manteniamo aperta la nostra coscienza e dunque la conoscenza di noi stessi.

C'è qualcosa che sai ma non sai di sapere quando scoprirai ciò che sapevi ma non sapevi di sapere saprai di poter cominciare ... a fidarti del tuo inconscio, questa formula, quasi uno scioglilingua, è un mio parafrasare una citazione di Milton Erickson, rende bene l'idea della stretta presenza del nostro mondo interiore, complesso e misterioso, una conoscenza che obbliga.

Non basta pensare di conoscersi, è importante, nella complessità in cui viviamo, dubitare, è importante immergersi continuamente nelle acque del dubbio, come ci ricorda Edgar Morin, così ci sarà una speranza che questo dubbio possa portarci a condividere, un modello di vaste vedute, il modello Psicobioemotivo, che consideri l'insieme complesso di ciò che pensiamo, col cervello, di ciò che percepiamo con il corpo ed i sensi, e di ciò che sentiamo con le emozioni,  un modello che ancora manca, molto spesso abbiamo coscienza dell'attività cognitiva, mentre siamo all'oscuro della profonda attività in gioco nel corpo, le sue memorie, le sue esperienze. Per questa ragione siamo ragionevoli o siamo emotivi, gestire le emozioni è un compito difficile, chi ha la fortuna di rimanere in scena, rimanendo vivo, allora nel tempo acquisisce una certa saggezza, che credo però sia più dovuta ad un rallentamento, ed un raffreddamento del sistema "uomo", più che ad una corretta comprensione delle nostre emozioni.

 La vita è nelle emozioni, le emozioni generano attaccamento, memoria, ed esperienza. Non gestire le emozioni equivale a bruciarsi nella continuità cognitiva in cui ci pone il nostro inconscio, nel film dove tutto ci pare chiaro e semplice, senza lasciarci dubitare e dunque essere!

In attesa che il mondo delle neuroscienze evochi una mappa condivisa su cui rileggere la psicologia individuale, non ci rimane che spargere le nostre lacrime nella pioggia del tempo. 


giovedì, gennaio 26, 2017

Da lontano ... così vicino. Metodo psicobioemotivo

Marco Chisotti

La cognizione non è una "funzione" del vivente, anche se complessa, ma è il vivente stesso. 

"Vivere è conoscere". 

Si crea un cortocircuito inevitabile tra teoria della conoscenza, teoria della scienza (epistemologia), e la scienza biologica stessa. Humberto Maturana. 

Credo si possa considerare l'esperienza della relazione d'aiuto prendendo in considerazione un percorso tipo nel metodo psicobioemotivo che prendo in considerazione.

Gli elementi che prendo in considerazione ponendo l'attenzione sulla formazione dell'esperienza cognitiva sono:

FORMA Dare una forma, costruire una forma, accedendo ad una nostra conoscenza (teoria dell conoscenza) possiamo prendere in considerazione una parte della nostra esperienza passata, ci troviamo nel mondo delle descrizioni, frutto delle nostre distinzioni, usando parole chiave fermiamo l'attenzione su una forma, un oggetto, un soggetto, un evento.

SENSAZIONE Sentire, percepire, usiamo il nostro corpo, nelle sedi dei nostri sensi, (scienza biologica) ci accorgiamo della realtà attorno a noi, rimanendo concentrati sulla sensazione, come per raccogliere elementi, prendiamo, scegliamo dei dati sensoriali, elementi che ci servono per avere consapevolezza dell'esperienza in un primo tempo, e poi per fissare un apprendimento nella mente.

PROCESSO si tratta di avviare un processo di memorizzazione, apprendimento, solo vivendo un emozione, che fissa in memoria un esperienza, noi abbiamo un apprendimento ed un ricordo, il procedere attraverso una vera esperienza epistemologica, uno studio di come siamo arrivati a conoscere una certa cosa.

Ora ci concentriamo su di un esperienza di relazione d'aiuto, in modo da sviluppare un analisi iniziale del lavoro terapeutico, fino a poterne verificare un risultato.

L'esperienza inizia col dare FORMA ad una distinzione durante un processo terapeutico, il primo passo della una teoria della conoscenza, si procede per piccoli passi favorendo la descrizione che il cliente fa della sua osservazione/percezione portandolo ad usare una descrizione linguistica del soggetto/oggetto preso in considerazione, lavorando con la conoscenza personale dell'individuo, si ottiene di confinare la nuova epserienza, attraversola la narrazione che ci fa della sua storia personale, passando in rassegna le sue personali convinzioni fissate nelle esperienze passate.

L'esperienza del terapeuta procede col SENTIRE ci si concentra sull'esperienza percettiva concentrandosi sulla biologia della percezione, in maniera logica per raccogliere i dati, il qui ed ora sensoriale del cliente, facendolo rimanere sulla sensazione provata, si lascia fuori ogni elemento passato di esperienza che anticiperebbe l'evento futuro, si lavora solo sui sensi qui ed ora con le memorie del corpo, la conoscenza dedotta dai sensi.

Al termine dell'esperienza si arriva al PROCESSO, a definire un emozione, provata e vissuta, tra una forma cognitiva ed un esperienza sensoriale , tra cervello e corpo, declinando il processo di apprendimento come in una teoria della scienza, dove ogni persona è un ricercatore nella propria esperienza, definendo questo processo di congiunzione tra azione e cognizione, si raggiunge la consapevolezza emotiva e la memorizzazione che ne segue, una memoria cognitiva, avvallata nella memoria del corpo, sentita è pensata nell'immaginario emotivo.

Secondo la teoria dell'autodeterminazione per essere veramente motivati a fare qualsiasi cosa, il compito deve soddisfare tre esigenze psicologiche: 

Farci sentire competenti

Essere in grado di controllare ciò che stiamo facendo

Darci la sensazione di migliorare le nostre relazioni sociali. 

La competenza è legata alla nostra possibilità di sapere, conoscere, avere cognizione appunto, la consapevolezza della nostra conoscenza è una coscienza che ci permette di sentirci competenti. (FORMA)

Il controllo ci è reso possibile dai nostri sensi, raccogliamo dati per gestire ogni situazione prenda la nostra attenzione, siamo biologicamente strutturati come individui senso motori, la coscienza delle sensazioni ci da il controllo. (SENTIRE)

Migliorare le nostre relazioni ci è reso possibile dalla coscienza del nostro apprendimento, le sensazioni che vanno ad unirsi alle nostre spiegazioni, come conoscenze, generano in noi emozioni che vanno a fissare la memori della nostra storia. (PROCESSO)

Esistono tre tipi di coscienza:

La coscienza del ricordo, del conosciuto, la nostra conoscenza memorizzata durante le nostre esperienze emotive, so di sapere o di non sapere, conosco la mia stori è credo alle storie, la storia più conosciuta e creduta è la storia del denaro, ad esempio, o la storia delle fedi religiose o politiche, le nostre convinzioni. 

La coscienza del sentire e sentirci, la consapevolezza d'essere vivi, il fruire dell'essere attraverso i sensi, fare esperienze differenti, muoverci nella curiosità dello sconosciuto mondo attorno a noi, creando sempre nuove distinzioni.

La coscienza delle emozioni, sensazioni fissate nella memoria, il ricordo che si fa storia, lo spiegarsi delle sensazioni nell'incontro con i pensieri, la costruzione di quegli stati mentali, condizioni di flusso, in cui pensieri e sensazioni camminano appaiati.

Credo che l'intelligenza sia misurabile relativamente alla coscienza, più ho coscienza del mondo intorno a me e del mondo dentro di me, attraverso i miei sensi, più ho afferente sensoriale da elaborare e più risulto intelligente, in questo modo l'intelligenza è semplicemente una necessità, puoi limitare la tua intelligenza con la volontà ma si manifesta in modo necessario, in base alla complessità sensomotoria elaborata della persona.




lunedì, gennaio 16, 2017

 E se coscienza ed intuizione fossero un unica esperienza per il nostro cervello.

Marco Chisotti.


Siamo abituati a distinguere intuizione e coscienza come due fenomeni separati, ma se fossero lo stesso fenomeno cognitivo pensato in modo differente?

 Sia la conoscenza che l'intuizione, se li facciamo nascere dallo stesso fenomeno cognitivo, sono sensibili alla capacità iniziale della mente dell'individuo di raccogliere elementi, unendo i quali, gli è permesso di raggiunge una soglia consapevolezza sotto forma di insight, illuminazione.

 Della coscienza abbiamo un'esperienza unica che ti ha frutto dell'unione di tante esperienze separate a livello percettivo, cognitivo, emotivo. Il fatto che un'esperienza noi la viviamo come unica è dovuta al fatto che uniamo con facilità gli elementi percettivi e sensoriali tra loro.

 È per continuità psichica che uniamo insieme il senso di coscienza che ci dà consapevolezza della nostra vita. Nell'intuizione abbiamo un fenomeno analogo da molti elementi percettivi e cognitivi che si vengono in un'unica esperienza abbiamo l'intuizione, una forma di insight, illuminazione.

La coscienza a un livello di consapevolezza varia di persona in persona, perché la complessità percettivo cognitiva che sta dietro all'esperienza di ognuno è differente.

 Cos'è che ci ispira a pensare, creare, vivere? Non lo sappiamo, non ne abbiamo coscienza, proprio come non abbiamo coscienza delle nostre intuizioni, ci arrivano, così è per il linguaggio, non so quale parola sto per dire ma la dico e poi un altra ed un altra ancora è tutto diventa legato assieme come nel linguaggio, questo mi affascina ed allo stesso tempo mi confonde. Son andato a cercare Noam Chomsky che leggevo all'età di 16 anni senza capirlo appieno, neppure ora riesco a capirlo appieno ma mi affascina e voglio darvi uno spaccato della sua idea del linguaggio, ß anche voi non comprendete tutto non importa, alla fine il vostro inconscio vi darà, per continuità psichica, una chiave di lettura di ciò che vi ha lasciato una parte del pensiero di Noam Chomsky.

La teoria del linguaggio innato di Chomsky (1957, 1965, 1988)

L'acquisizione del linguaggio è un processo ATTIVO di scoperta di regole e verifica di ipotesi reso possibile da una conoscenza innata della natura del linguaggio 


Dispositivo innato per l'acquisizione del linguaggio (LAD) = possesso di una Grammatica Universale (insieme di tutti gli elementi strutturali condivisi da tutte le lingue naturali), permette al bambino di: percepire regolarità nelle espressioni udite; utilizzare le regole grammaticali per generare frasi 


Ambiente ha una funzione solo attivante (input linguistico poco rilevante) 


Competenza (capacità di analizzare l'input linguistico e la padronanza delle regole grammaticali e capacità di analizzare il materiale linguistico) precede l'esecuzione (l'uso effettivo) 


Indipendenza del linguaggio (dominio specificoche si sviluppa e funziona secondo regole proprie) dalle capacità sia cognitive che comunicative 


Concezione dominio-specifico dello sviluppo del linguaggio 


"Nessuno sostiene che le regole del linguaggio sono innate. Piuttosto, la capacità del linguaggio possiede una componente genetica, fondamentale. Se questo non fosse vero, l'acquisizione della lingua dei bambini sarebbe un miracolo. Questo è evidente fin della nascita, dal primo momento che il bambino comincia a raccogliere informazioni linguistiche nell'ambiente rumoroso che lo circonda, e poi l'acquisizione segue il suo corso che, chiaramente, va ben oltre le prove disponibili, dalle parole più semplici alle complesse costruzioni e interpretazioni linguistiche. Una scimmia, con lo stesso sistema uditivo e collocata nello stesso ambiente, percepirebbe solamente il rumore. O questo è magia, oppure vi è un principio innato, un'intelligenza del linguaggio, come in altri aspetti umani della crescita e dello sviluppo". Noam Chomsky

La creatività viene considerata come una delle caratteristiche fondamentali del modo di usare il linguaggio: rispetto al numero limitato di parole e di regole esistenti, noi tendiamo a creare qualcosa di nuovo, non riducibile in maniera meccanica alle regole grammaticali, anche se da esse, in qualche modo, "generato". La grammatica quindi, "genera" enunciati, nel senso che sta alla loro base, ma non li produce in maniera meccanica una volta per tutte. Poiché la conoscenza di una lingua è per Chomsky capacità di produrre e comprendere un numero virtualmente infinito di frasi, cioè anche frasi nuove, mai prodotte o udite prima, di questo deve dar conto una grammatica.

Il compito principale della teoria linguistica deve essere di sviluppare un elenco di universali linguistici che, da un lato, non sia poi smentito dalla concreta diversità delle lingue e, dall'altro, sia sufficientemente ricco ed esplicito da spiegare la rapidità e l'uniformità dell'apprendimento linguistico, e la notevole complessità e portata delle grammatiche generative che dell'apprendamento linguistico sono il prodotto. (da Aspects of the Theory of Syntax, Cambridge, 1965, pp. 27-28)

Perché esiste un linguaggio e perché ci son così tante lingue diverse, come fa un bambino a capire cosa ascoltare, come fa ad apprendere così rapidamente una lingua?

Se non fosse presente a livello genetico una struttura cognitiva che predispone l'acquisizione e l'uso di un linguaggio noi non parleremmo, ne capiremmo cosa ci vien detto. Tra le tante "magie" del nostro mondo interiore (inconscio) vi è una capacità particolare, quella di dare continuità all'esperienza vissuta (dare senso) a prescindere da tutti i tagli che si son fatti nell'esperienza completa. Il concetto di continuità psichica ci dice che qualcosa è rimasto anche se tutto quanto è sparito, per continuità psichica noi attribuiamo continuità anche alla morte stessa, quando muoriamo in verità ci spostiamo solamente ... è bellissimo come la nostra cultura, qualunque essa sia, ci cattura, ci ipnotizza completamente si potrebbe dire, e ci permetta una continuità di senso e di significato a prescindere da ogni cosa possa succedere intorno a noi.

La nostra mente nega le evidenze, esclude o include le cose, e vive in una perfetta "magia" implicativa, associando assieme fatti ed esperienze che si richiamano l'una con l'altro. Se ti dico che proprio perché sei intelligente ed hai compreso cos'è per te vivere ti senti bene, ho creato un associazione che spiega perché siamo portati a studiare e conoscere. La curiosità è un gioco irresistibile, innato, è presente nel nostro DNA, non possiamo esimerci dall'essere curiosi, possiamo solo modulare la nostra curiosità, curiosi si nasce.